Le zone industriali dell’Autorità Palestinese: cementificazione di stato o occupazione?
di Alaa Tartir
L'Autorità palestinese (AP) ha iniziato a progettare zone industriali orientate all'esportazione da quando è stata creata, circa due decenni fa, in parte in risposta alle raccomandazioni dei donatori e in parte in linea con le politiche neoliberiste che stava introducendo. Così, i palestinesi hanno sentito parlare per anni dei parchi industriali turco-tedeschi, giapponesi e francesi rispettivamente a Jenin, Gerico e Betlemme, ma, e questo è significativo, raramente si è sentito descriverli come “palestinesi”.
Il
dibattito sulle zone industriali, note anche come parchi, è focalizzato
su due posizioni. La AP, i suoi sponsor internazionali e il settore
privato dipendente dalla AP vedono
le zone industriali come un pilastro degli sforzi per la costruzione
dello Stato che rafforzerà l'economia palestinese e permetterà uno
sviluppo sostenibile.
I
critici delle zone industriali sostengono che rafforzino e legittimino
l'occupazione, rendendo i palestinesi ancora più asserviti a Israele
dato che la AP deve poter contare sulla buona volontà degli occupanti
per averne accesso, per il movimento e per il trasferimento delle
entrate fiscali. Inoltre, questi parchi danno alle imprese israeliane un
modo legale per entrare nell'economia palestinese.
Inoltre,
questi parchi distorcono l'economia palestinese, ignorando le sue
ricchezze naturali che favorirebbero il turismo e le industrie connesse,
come Sam Bahour descrive in modo convincente in un suo pezzo. Hanno
anche ignorato l'imperativo di resistere all'occupazione per ottenere
l'autodeterminazione, la libertà, la giustizia e l'uguaglianza. Questo
imperativo richiede un tipo completamente diverso di politica economica,
meno vulnerabile al controllo israeliano, basata su un’agricoltura su
piccola scala, su un’industria destinata principalmente al mercato
locale e che favorisca la solidità economica piuttosto che una crescita
guidata dalle esportazioni. Al-Shabaka ha sostenuto questo approccio con
articoli in materia di agricoltura, crescita, economia di resistenza e
approcci alternativi per aiutarla.
Il
parco Agro-Industriale di Gerico (JAIP) è stato avviato nel 2006 e
sostenuto dall’Agenzia di Cooperazione Internazionale giapponese (JICA)
per la somma di 47,7 milioni dollari ed è un ottimo esempio dei problemi
connessi alle zone industriali. Un’analisi completa dei problemi è
contenuta in uno studio pubblicato dal Centro di ricerca e sviluppo di
Bisan nel mese di settembre 2012 e in un documento di pubblicato da
Bisan nel mese di dicembre 2012. Questo commento, che si basa sullo
studio più completo, porta avanti due temi: la mancanza di
responsabilità pubblica e il ruolo dei donatori.
L’Autorità
per il patrimonio industriale palestinese e per le zone libere (PIEFZA)
definisce lo scopo ufficiale del progetto JAIP: "migliorare la filosofia della determinazione e della sfida", basato su una semplice filosofia economica che consiste nell’attirare investimenti stranieri, esportare i prodotti, creare opportunità di lavoro locali e migliorare il PIL.Tuttavia, questi documenti ufficiali evidenziano diversi problemi che rimandano ad una responsabilità pubblica. Per esempio, ci sono grossi problemi con gli studi di fattibilità che sono stati criticati da molte fonti, tra cui il project manager di PIEFZA, e che riportano numeri inesatti ed esagerati e rapporti finanziari e bilanci non chiari e non trasparenti.
Secondo il punto di vista ufficiale, JAIP si differenzia da altri progetti ideati da Oslo perché si trova in terra palestinese invece che al confine con Israele, come era avvenuto, ad esempio, con l'ormai defunta Zona industriale di Erez. Ma tutto questo è per lo meno ingenuo, per non dire altro. Come ci si può riferire a qualcosa come “all'interno del territorio palestinese” quando Israele controlla i confini palestinesi e sta, inoltre, rapidamente colonizzando la valle del Giordano?
Molto più problematico: una relazione di Stop the Wall ha citato un documento preliminare del JICA in cui sembrava che si volessero fornire sostegno diretto e benefici alle colonie israeliane nella Valle del Giordano - eufemisticamente descritte come " imprese israeliane migranti" - nonostante l'illegalità flagrante degli insediamenti Israeliani. Il progetto JICA non rispetta gli Accordi di Oslo, il protocollo di Parigi e l'accordo sulla circolazione e l'accesso - pessimi accordi per il popolo palestinese – secondo l’Unità di supporto ai negoziati dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che, secondo i Palestine Papers, si oppose al progetto.
The Guardian descrive gli obiettivi giapponesi come “lanciare un corridoio per la pace e la prosperità" nella valle del Giordano per favorire la cooperazione tra Israele, l'Autorità Palestinese e la Giordania.
Questo va direttamente al cuore del problema: come ci può essere collaborazione tra l'occupante e l’occupato fino a quando l'occupazione non sarà finita e i palestinesi potranno di esercitare la sovranità? Il fatto che non vi sia ancora alcun accordo sulla terza fase del progetto, che dovrebbe essere costruito in zone classificate come "C" secondo gli accordi di Oslo, sottolinea questo punto. Come è noto, Israele sta rapidamente colonizzando e spopolando l’Area C, che copre oltre il 60% della Cisgiordania, e non solo prevenendo, ma anche distruggendo i progetti dei donatori internazionali e dell’Autorità Palestinese che si trovano lì.
Anche a livello di base, la responsabilità pubblica non è presente in questa iniziativa. Studi di fattibilità, relazioni, importanti documenti strategici e documenti finanziari non sono disponibili al pubblico in arabo e il sito in arabo contiene semplicemente alcune brevi relazioni. La disponibilità di materiali nella lingua nazionale è il minimo per la proprietà nazionale di un progetto sostenuto da un donatore, come raccomandato dalla dichiarazione di Parigi sull'efficacia degli aiuti, al quale il Giappone e la AP dichiarano di aderire.
Le informazioni accessibili al pubblico non sono importanti solo per il pubblico palestinese. Sono importanti anche per giustificare l'aiuto presso i contribuenti giapponesi, in modo tale che essi possano sapere se i loro contributi sono effettivamente un bene per il popolo palestinese oppure no. Si potrebbe supporre che il pubblico giapponese sarebbe preoccupato dal fatto che l'iniziativa del progetto sia venuta dal Giappone nonostante la nota congiunta, per usare un eufemismo, per l’assistenza allo sviluppo nei Territori Occupati e particolarmente alle zone industriali e dal fatto che il progetto sia ancora in difficoltà dopo sei anni di lavoro a causa degli ostacoli messi in campo da Israele.
Inoltre, il JICA è una delle "agenzie di cooperazione" che spesso tiene i fondi per sé o li gira di nuovo al Giappone, direttamente e indirettamente, utilizzando beni e servizi ed esperti giapponesi. Ad esempio, il vasto sistema solare installato nel progetto è giapponese dalla A alla Z: donatore, imprenditore, consulente, fornitore e installatore. Sarebbe in realtà più corretto descrivere i fondi giapponesi come un investimento, piuttosto che come un aiuto. Lo scopo non è quello di criticare il Giappone, ma richiamare l'attenzione sui problemi di gran parte degli aiuti dei donatori nei TPO.
Al di là delle questioni specifiche del contesto palestinese, ci sono problemi con le zone industriali della regione e in tutto il mondo, tra cui lo sfruttamento dei lavoratori, l'inquinamento e il travaso di fondi dall'economia nazionale. Questi dovrebbero essere oggetto di un dibattito pubblico nei Territori Occupati. Lo Studio di Bahour dà come esempio le zone industriali giordane stabilite nell’accordo di pace del 1994 dopo il conflitto israelo-giordano. Non solo tale iniziativa, promossa dagli Stati Uniti in Giordania e in Egitto per "promuovere" la pace, ha aperto le porte alla penetrazione israeliana delle economie giordana e arabe, ma, a stento, ha creato posti di lavoro per i giordani: infatti il 75% dei posti di lavoro furono ricoperti da lavoratori stranieri.
La linea di fondo è chiara. Il JAIP è l'ennesimo esempio di come si evitano le radici del problema di fronte al popolo palestinese. Non è stato costruito per sfidare l'occupazione, la colonizzazione e decenni di negazione dei diritti, ma piuttosto per imporre una pace economica tra il colonizzatore e il colonizzato. Questa realtà non può essere mascherata parlando di profitti, efficienza economica e altri termini tecnici.
La società civile palestinese deve cercare un consenso nazionale per quanto riguarda il ruolo di Israele nei progetti come JAIP. Per sottolineare l'ovvio, non ha senso avere a che fare con Israele, né come partner né come colonizzatore e l'intricata rete di imprese e relazioni con Israele deve essere smantellata al più presto. È una necessità urgente per la società civile palestinese esigere responsabilità sia per i singoli progetti che per l'approccio globale allo sviluppo.
Il movimento giovanile palestinese deve giocare un ruolo in collaborazione con le organizzazioni indipendenti della società civile. Tale ruolo non deve solo sfidare gli evidenti errori del passato, ma anche andare al di là di questi per ridefinire lo sviluppo nel contesto palestinese come un processo che porti alla libertà e ai diritti.
Nessuno sta discutendo sulla necessità di sostenere la capacità palestinese di sopravvivere e svilupparsi sotto l'occupazione fino a quando non sarà possibile raggiungere l'auto-determinazione. Ma sta diventando sempre più evidente che, se i palestinesi non garantiscono da soli la dignità del proprio sviluppo nessun altro lo farà per loro. Il popolo palestinese deve sempre tenere presenti le potenti parole dell'arcivescovo Desmond Tutu, "Io non sono interessato a raccogliere le briciole di compassione gettate dal tavolo di qualcuno che si considera il mio padrone. Voglio il menu completo dei diritti."
(tradotto da barbara gagliardi
per l’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)
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