La Palestina all’Onu di Stefano Levi Della Torre
La
Palestina all’Onu
di Stefano Levi Della Torre
Nel
riconoscere la Palestina come Stato non membro, osservatore
all’ONU (con 138 Sì, 9 no, 49 astenuti), l’Onu ha ribadito
implicitamente, e a stragrande maggioranza, il riconoscimento
dello Stato di Israele. Che il governo israeliano e la destra
ebraica abbiano reagito con rabbia sembra un paradosso.
Ufficialmente la destra si è offesa per il riconoscimento della
Palestina, ma io penso si sia offesa anche del fatto che,
contestualmente, venisse ribadito il riconoscimento di Israele.
È che la destra israeliana non ama che lo Stato venga “troppo”
riconosciuto, perché la sua politica punta su due cose: in primo
luogo, che i confini rimangano incerti in modo da favorire
l’espansione coloniale su territorio palestinese; in secondo
luogo, che il vittimismo, carta essenziale della sua demagogia,
sia alimentato, per poter indefinitamente lamentare un’ostilità
altrui (peraltro persistente, ora anche nella forma minacciosa
del nucleare iraniano), che faccia vivere Israele in un
permanente stato d’eccezione. Uno stato d’eccezione che rafforzi
la coesione e le pulsioni nazionalistiche all’interno,
rivendichi la solidarietà incondizionata dall’esterno, e
giustifichi ogni atto unilaterale di Israele come dettato da
“legittima difesa”. Come in un lapsus che rivela la sua ostilità
a che Israele venga universalmente riconosciuto, il governo
Netanyahu ha infatti risposto alla votazione dell’ONU lanciando
nuovi insediamenti (illegali secondo il diritto internazionale),
per negare ogni determinazione dei confini di Israele.
Che
la destra israeliana abbia guardato con sospetto alla
possibilità di riconoscimento dello Stato di Israele lo si era
già visto nel 2002, quando da Beirut la Lega Araba aveva
lanciato la proposta : “pace in cambio di territori”; una novità
da parte araba che Israele aveva lasciato senza risposta, senza
lo sforzo di metterla alla prova.
È un
bene che i palestinesi si accorgano dopo 65 anni di essere stati
vittime dell’errore compiuto dagli Stati arabi, nell’aver
rifiutato la risoluzione 181 dell’Onu (novembre 1947) che
sanciva la divisione della Palestina mandataria in due Stati,
l’uno ebraico e l’altro arabo. Meglio tardi che mai, anche se
quell’errore è costato decenni di sofferenze e di sangue,
soprattutto ai palestinesi. Sorprende invece che la destra
israeliana voglia ora incorrere in un errore analogo e
simmetrico a quello compiuto allora dalla controparte, e giunga
a rifiutare irosamente la logica di quella risoluzione 181che
legittimava la nascita dello Stato di Israele. Come se la destra
israeliana sputasse oggi sui criteri che hanno sancito la
legittimità di Israele fin dalla sua origine, tanto si è
abituata a non far conto della legalità internazionale. Un
errore e un paradosso che segna un’ulteriore sconfitta di
Netanyahu, che voleva evitare quel voto e che insiste su una
politica fatta di decisioni unilaterali in un mondo diventato
multipolare e perciò insofferente all’unilateralismo. Anche gli
USA hanno dovuto prenderne atto, dopo i disastri dell’attardato
unilateralismo di Bush. La politica, o meglio la non politica
del governo di destra israeliano è venuta via via perdendo
alleati strategici come la Turchia, e consenso presso Stati
tradizionalmente amici nell’Unione Europea, e questo progressivo
isolamento politico e diplomatico è male per la sicurezza stessa
di Israele, minacciata dall’Iran e dalle sue propaggini.
Ora
il governo Netanyahu ha trascinato il maggiore alleato, gli USA,
in una posizione imbarazzante: quella di trovarsi relegato in
una umiliante minoranza nell’assemblea dell’ONU, uno dei 9
Stati (tra cui Micronesia, Nauru, e Isole Marshall) che hanno
votato “no” a fronte di 138 Stati che hanno votato “sì” al
riconoscimento di due Stati sulla terra contesa. Fino a quando
gli USA, già affetti da declino di egemonia politica,
sopporteranno di essere trascinati da Israele in simili
situazioni di isolamento? Logico che il grande alleato abbia
dato vistosi segnali di impazienza.
La
recente crisi di Gaza aveva finito per favorire Hamas: in cambio
del lancio di missili su Israele, Netanyahu è stato costretto a
regalare a Hamas la titolarità di partner negoziale, negato
invece all’Autorità Nazionale Palestinese presieduta da Abu
Mazen. Perché questo favore di fatto per Hamas ai danni invece
della Cisgiordania di Abu Mazen? Perché in primo luogo è in
Cisgiordania che punta l’espansione degli insediamenti coloniali
israeliani (mentre a Gaza le colonie sono state ritirate da
Sharon nel 2005); in secondo luogo perché sembra alla destra un
strategia geniale quella di dividere i palestinesi per
esautorare ogni possibile partner di trattativa; in terzo luogo
perché Hamas e governo di destra israeliano, irriducibili
nemici, hanno un obiettivo comune: quello di rifiutare il
compromesso. Ora, l’iniziativa di Abu Mazen e il suo successo all’ONU hanno rigirato le cose, hanno ridimensionato il
prestigio guadagnato da Hamas agli occhi dei palestinesi, hanno
rotto la situazione stagnante riproponendo la possibilità di
negoziato. Mentre Netanyahu e Lieberman strepitavano per la loro
sconfitta all’Onu, il presidente di Israele Peres dichiarava più
saggiamente la sua fiducia in Abu Mazen come valido partner di
trattativa. |
Visione
di Giacobbe. Disegno di Stefano Levi Della Torre
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Da
troppo tempo l’inerzia diplomatica e la fissazione sulla
colonizzazione delle terre palestinesi porta Israele di
sconfitta in sconfitta; da troppo tempo le vittorie militari di
Israele si risolvono in umiliazioni politiche e morali: in
Libano nel 2006, a Gaza nel 2008 e nel 2012. C’è effettivamente
da preoccuparsi per la sicurezza e il futuro di Israele. Di una
tale preoccupazione, viva in Israele, sono espressione Jcall in
Europa, Jstreet negli USA, organizzazioni ebraiche che intendono
contrastare quelle tendenze secondo cui l’essere solidali con
Israele coinciderebbe con l’assecondare acriticamente qualunque
posizione del governo israeliano, incoraggiandolo su una via che
sembra rovinosa, perché ne va producendo un isolamento
progressivo, e muove verso il vicolo cieco a cui in ultimo lo
stesso Sharon aveva cercato di sfuggire ritirando nel 2005 gli
insediamenti dalla Striscia di Gaza. Quale vicolo cieco? Questo:
senza puntare, nel proprio stesso interesse, all’indipendenza
palestinese, Israele renderebbe consolidata e istituzionale una
situazione coloniale di apartheid, cessando così di essere una
democrazia; oppure, con l’includere i palestinesi nella sua
cittadinanza, cesserebbe per dinamica demografica di essere
l’unico Stato al mondo a maggioranza ebraica, abbandonando la
sua originaria ragion d’essere. Entrambe queste soluzioni sono
forme di suicidio per Israele, e sono quelle che la destra
israeliana sta perseguendo ciecamente nei fatti. E a forza di
“fatti compiuti”: la sottrazione di terre ai palestinesi e il
disconoscimento sistematico di qualunque interlocutore disposto
a un confronto negoziale.
Un
contributo a questa deriva autodistruttiva su cui la destra sta
conducendo Israele è venuto dalle dichiarazioni del capo di
Hamas, Khaled Meshaal: non cederemo - ha detto - un centimetro
della nostra terra, dal mare Mediterraneo al Giordano. Contro
l’idea della spartizione della terra, ha ribadito quella della
sparizione di Israele. Un oltranzismo che porta acqua al mulino
dell’oltranzismo della destra israeliana, anche in vista della
prossima scadenza elettorale in Israele.
Khaled Meshaal era arrivato a Gaza il 7 dicembre 2012, otto
giorni dopo il voto dell’ONU. Aveva appena avuto un ruolo
centrale nei negoziati per la tregua tra lancio di missili da
Gaza e bombardamenti israeliani su Gaza. Egiziani e israeliani
l’hanno lasciato passare da Rafah: il blocco di Gaza non è così
ermetico, se già prima erano arrivati dall’Iran nella Striscia i
missili che erano stati capaci di raggiungere Tel Aviv e
Gerusalemme.
Eppure, nel maggio del 2010, Meshaal affermava che Hamas avrebbe
accettato una tregua indefinita con Israele se questa si fosse
ritirata dai territori occupati della Cisgiordania.
Contestualmente rimaneva in vigore la Carta di fondazione di
Hamas del 1988, che preconizzava la distruzione di Israele. Così
oggi, mentre lancia le sue dichiarazioni oltranziste, dice che
l’azione di Abu Mazen e di Al-Fatah all’assemblea generale
dell’Onu rappresenta tutti i palestinesi. Cerca di tenere
insieme tutte le anime politiche dei palestinesi attraverso
un’ambiguità minacciosa. Ambiguità ai fini del negoziato o
contro il negoziato?
Una
posizione più netta aveva espresso Marwan Barghuthi, dirigente
di Al Fatah, quando sosteneva che la spartizione in due Stati è
necessaria. Barghuthi è stato ispiratore, dal carcere,
dell’iniziativa all’Onu, perché fino ad ora è rimasto
sostenitore della prospettiva dei due Stati. Israele lo tiene in
carcere dal 2002, dopo un processo, diciamo, discutibile, sotto
il peso di cinque ergastoli per assassinio e terrorismo. Quando
ci fu la trattativa con Hamas per la liberazione del rapito Shalit, Barghuthi era in cima alla lista dei mille prigionieri
palestinesi da liberare nel cambio. Perché il governo israeliano
depennò il suo nome? Perché invece accreditò proprio Hamas come
partner negoziale e conferì a Hamas il prestigio della
liberazione di mille prigionieri, in cambio del giovane
israeliano? La mia interpretazione di questo perché è nella tesi
generale del presente scritto.
A
ragione lo scrittore israeliano Yehoshua sostiene oggi che è
fuorviante qualificare “terroristi” i movimenti palestinesi. Si
tratta piuttosto di “nemici”, e coi nemici alla fine si tratta
la pace. Se Israele liberasse non il “terrorista” Marwan
Barghuthi, ma la controparte Barghuthi, forse il confronto tra
lui, il più prestigioso leader di Al-Fatah, e Meshaal, leader di
Hamas, entrambi molto influenti tra i palestinesi, aiuterebbe a
chiarire le possibilità o meno di un processo di pace che non
sia parola vuota o un raggiro, qual è ora. Perché quando si
voglia davvero porre fine al conflitto il rapporto col “nemico”
non è più tanto militare o giuridico-carcerario, è soprattutto
politico.
Stefano Levi Della Torre
9
dicembre 2012
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