La banalità del male rivisitata: il caso dei droni
di John Kaag – 18 marzo 2013
Facciamo bene a guardarci indietro alla seconda guerra mondiale per imparare qualcosa a proposito del male – e spesso lo impariamo – ma ciò che impariamo da tale storia può sorprenderci. Apprendiamo che il male al livello dell’Olocausto non è il prodotto di persone eccezionalmente malvage, bensì piuttosto di persone sorprendentemente normali. E’ questa quella che Hannah Arendt, descrivendo l’Olocausto, ha chiamato la “banalità del male”. Dal 2001 gli Stati Uniti hanno combattuto e trasformato in feticcio un male radicale. Nel farlo, i loro cittadini possono aver perso di vista il fatto che esiste un altro, banale, genere di male, che può prosperare, non rilevato, un po’ più vicino a casa nostra.
Tale distrazione e la confusione che ne deriva sono state riflesse in molte dichiarazioni pubbliche dell’attuale amministrazione, a cominciare dal discorso del presidente Obama in occasione del Premio Nobel per la Pace nel 2009: “Il male esiste effettivamente nel mondo. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. Negoziati non possono convincere i capi di Al-Qaeda a deporre le armi. Affermare che a volte la forza può essere necessaria non è un appello al cinismo; è un riconoscimento della storia, delle imperfezioni dell’uomo e dei limiti della ragione.” Ma Hitler e i capi di Al-Qaeda non sono la stessa cosa, quando si tratta di fare il male, un fatto che diviene chiaro quando riconsideriamo la banalità del male.
La Arendt era una giornalista del New Yorker al processo contro Adolf Eichmann nell’aprile del 1961. Eichmann era un tenente colonnello delle SS naziste e una delle menti dell’Olocausto. La Arendt, come la maggior parte di noi, probabilmente si era aspettata che Eichmann fosse un mostro, un qualche fanatico antisemita che ricavava speciale piacere dalla persecuzione degli ebrei.
Sorprendentemente, le cose non stavano così.
La Arendt scrive che: “Il problema con Eichmann era che così tanti erano come lui, e che quei tanti non erano né sadici né pervertiti, che erano, e sono tuttora, terribilmente e spaventosamente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni legali e dei nostri parametri morali di giudizio, tale normalità era ancor più terrificante di tutte le atrocità messe insieme.” Quello che era terrificante in Eichmann era che una persona così noiosa potesse commettere atti così straordinariamente malvagi. Non aveva una speciale dedizione a un’ideologia radicale, nessuna speciale lealtà nei confronti di un capo diabolico, nessun desiderio sui generis di torturare o uccidere.
Faceva semplicemente il suo lavoro.
E questo è l’aspetto davvero rivoltante del processo ad Eichmann: che persone come noi abbiano potuto essere responsabili di atrocità, o complici di esse, e non semplicemente di atrocità generiche ma dell’atrocità delle atrocità. Secondo la Arendt il caso è stato un doloroso monito circa il fatto che il male è potuto nascere nel mezzo dell’ordinarietà, in età e una cultura che operavano fluidamente, precisamente, inarrestabilmente per celare le ingiustizie che vi venivano commesse. E’ stato così, dopotutto, che il Terzo Reich ha agito. La Arendt ha suggerito che l’orrore dell’Olocausto sia stato un prodotto di gente comune come Eichmann (gente proprio come noi) che ciecamente che viveva meccanicamente in società ben ordinata, anche se moralmente viziata. La banalità del male emerge nella tirannia della maggioranza cieca. E’ questo che la Arendt suggerisce quando afferma che “c’è una strana interdipendenza tra cecità e male.”
Ma qui arriviamo a vedere la differenza tra il male dell’Olocausto e quello dell’estremismo islamico. L’estremismo islamico è, per definizione, radicale. Non c’è nulla di particolarmente banale in esso. Richiede sacrifici significativi alle persone che usano la violenza o la minaccia della violenza per costringere un gruppo o una comunità diversamente riluttante ad accettare un insieme di rivendicazioni.
Queste tattiche terroristiche, o di guerriglia, adottate da volontari entusiasti, sono impiegate sia a livello internazionale sia a livello nazionale. Gli attacchi dell’11 settembre 2001 possono essere considerati parte di una rivolta globale i cui principi strategici sono stati la base di gran parte delle successive insurrezioni in Afghanistan e in Iraq. Il punto qui è che qualsiasi cosa si possa pensare della “causa” degli estremisti islamici – e in cosa consista non è sempre chiaro – più spesso che no essi prendono la decisione radicale di trasgredire le norme della società come mezzo per poter conseguire i propri obiettivi (cacciare gli USA dall’Arabia Saudita, ripristinare il califfato islamico, creare uno stato islamico, costringere un governo nazionale a ritirarsi da una guerra, ecc.).
Il caso di Eichmann è molto diverso da ciò.
La totale disumanizzazione del popolo ebraico da parte del regime nazionalsocialista assieme alle minacce di punizione per scoraggiare qualsiasi tipo di aiuto agli ebrei e la burocratizzazione del loro sterminio sistematico, crearono un insieme unico di norme sociali auto-rafforzantisi. Divenne estremamente facile per persone come Eichmann – per quasi l’intera popolazione della Germania – adeguarsi all’emarginazione totale e al tentato sterminio della comunità ebraica; molto più facile, in effetti, che opporvisi.
Alla fin fine, le azioni di Eichmann di conformarono alle norme e agli imperativi legali della sua società. La radicalità del male allora, diversamente dalla sua banalità, emerge in minoranza ossessionata, altamente motivata, piuttosto che da una maggioranza cieca condizionata (anche se questo non significa dire che gli estremisti islamici non siano passati attraverso condizionamenti o non operino dall’interno della loro distinta “società”; ovviamente lo fanno, ma la maggior parte di loro ha deciso di unirsi a quella società diversa, essendo stata in precedenza immersa in una società che vieta l’uccisione del prossimo, se non ad opera della legge statale).
Il processo ad Adolf Eichmann offre un implicito avvertimento a ogni società liberaldemocratica: attenti alla normalizzazione di ciò che è straordinario. I nazisti non conquistarono il potere né attuarono la “soluzione finale” d’un subito; lo fecero lentamente, per gradi. Ciascun passo verso il dominio fu un passo verso un tale stato, il permanente “stato d’eccezione”, come lo definisce Giorgio Agamben, in cui quello che in precedenza era impensabile poteva non solo essere preso in considerazione, ma alla fine accettato come normale. Ma che dire dell’esteso uso dei droni e della rivelazione che il presidente Obama sovrintende personalmente a una “lista delle persone da uccidere”? E che dire della recente affermazione del Segretario alla Stampa della Casa Bianca, Jay Carney, che l’uso dei droni è “legale, etico e saggio”? Dobbiamo prendere Carney in parola e accettare di buon grado questa dichiarazione insolita come una descrizione di un mondo nuovo?
Preferiremmo non farlo.
La pratica dell’assassinio era stata dichiarata fuorilegge nel 1976, in seguito alla rivelazione che la CIA aveva tentato di uccidere diversi leader stranieri, tra cui Fidel Castro, inducendo il presidente Ford a firmare un decreto presidenziale di divieto. La giustificazione dell’amministrazione Obama per la sua ripresa è stata basata sulla stessa logica del suo predecessore: poiché gli Stati Uniti erano “in guerra” contro Al-Qaeda, erano giustificate azioni preventive, solo che qui si trattava di “omicidi mirati” e non dell’invasione di un altro paese. I droni erano già stati utilizzati durante l’amministrazione Bush, ma la pratica è stata estesa sotto il presidente Obama a includerne l’utilizzo in Pakistan e in Yemen, cioè fuori da teatro attivo della guerra, almeno com’è convenzionalmente intesa. Anche se la precisione tecnica dei droni armati di missili Hellfire non può essere negata, tale precisone è una povera risposta ai gravi interrogativi legali e morali che pone il loro uso. Tuttavia il pubblico statunitense sembra ampiamente disinteressato ad affrontare questi problemi (uno studio recente ha suggerito che solo il 13% degli statunitensi sa che la maggior parte degli attacchi dei droni ha luogo in Pakistan); il loro utilizzo, così come la detenzione indefinita di ‘nemici combattenti’, è considerato militarmente necessario e perciò accettabile. Ironicamente la politica degli “omicidi mirati” di Obama può essere più popolare presso il pubblico statunitense perché cancella l’ostinato problema rappresentato dalla detenzione indefinita: cosa fare dei presunti terroristi una volta catturati.
Il dibattito sui diritti individuali in rapporto al governo prosegue, specialmente a proposito dei rispettivi doveri nazionali sociali e finanziari, ma c’è un’evidente lacuna quando si tratta di problemi di diritti umani e di sicurezza nazionale. Sotto Bush gran parte della cittadinanza ha accettato la detenzione indefinita e le “tecniche potenziate d’interrogatorio” (quelle che altri hanno deprecato come tortura); sotto Obama, la pratica dell’assassinio – un tempo bandita ufficialmente – è stata, come quella degli “interrogatori potenziati”, non solo resuscitata con scarsa o nessuna opposizione in patria, ma spesso è stata appoggiata con entusiasmo. Nelle parole della Arendt, gli attacchi dei droni sono diventati “terribilmente e spaventosamente normali.”
John Kaag è assistente di filosofia all’Università del Massachussets di Lowell
Peter Aldinger ha appena completato il suo periodo di servizio presso l’Associazione degli Avvocati in Liberia in qualità di direttore del programma dell’Istituto Liberiano per l’Informazione Legale.
Entrambi hanno conseguito il loro dottorato in Relazioni Internazionali a Cambridge nel 2006.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/the-banality-of-evil-revisited-the-case-of-drones-by-john-kaag
Originale: New Left Project
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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