Israele/Palestina. Se Obama si è fermato a Oslo di Stefano Nanni
“Che bello vedervi, che bello essere qui”.
Sono le 12.30 del 20 marzo quando Barack Obama scende dall’Air Force One e dà inizio alla sua prima visita ufficiale in Israele.
Ad attenderlo all’aeroporto di Tel Aviv le più alte cariche dello Stato: il presidente Shimon Peres, il primo ministro Netanyahu e, al seguito, tutta la squadra di governo. L’accoglienza è quella delle grandi occasioni.
Poco più in là, però, le reazioni palestinesi sono diverse.
In piena occupazione, a Hebron, manifestazioni di protesta hanno luogo già dalla mattina, così come non erano mancate nei giorni scorsi altrove in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Mentre l’apparato di sicurezza israeliano si concentra su Obama, ecco che sorge un nuovo villaggio.
Si chiama Afhad Younis, ed è la quarta azione di contro-occupazione palestinese in quattro mesi.
L'accoglienza israeliana
“Barauch haba l’Yisrael”, benvenuto in Israele. E’ Benjamin Netanyahu a pronunciare queste parole nel discorso inaugurale di una visita annunciata da oltre un mese.
Un discorso nel quale ringrazia più volte Obama e gli Stati Uniti. Per essere dalla loro parte “in questo momento di cambiamenti storici in Medio Oriente”; per affermare continuamente e inequivocabilmente “il diritto sovrano di Israele di difendere se stesso in modo autonomo”; per la “generosa assistenza militare, i rivoluzionari programmi anti-missilistici e la straordinaria cooperazione nell’intelligence e nella sicurezza”.
Una gratitudine che, oltre a cortese accezione del protocollo diplomatico, sembra rendersi necessaria alla luce dei 3,1 miliardi di dollari in aiuti militari che Washington ha elargito soltanto per l’anno fiscale 2012.
Soldi spesi per fare delle forze armate di Tel Aviv uno tra i sistemi di difesa più all’avanguardia, capace non solo di difendere efficacemente Israele all’interno dei confini nazionali, ma anche di renderlo uno dei primi 20 esportatori nel mondo di armi e prodotti militari ad alto contenuto tecnologico.
E non a caso - tra battute all’aeroporto con i nuovi ministri e problemi tecnici con la limousine - la prima tappa istituzionale del presidente americano è avvenuta in ambito militare.
Per la precisione presso la base operativa del sistema di difesa Iron Dome, a Tel Aviv.
Il sofisticato strumento anti-missilistico è infatti un esempio della cooperazione militare tra i due paesi: finanziato per gran parte dagli Stati Uniti, è prodotto dalla compagnia israeliana Rafael.
Dovrebbe essere in grado di intercettare razzi a medio-alta velocità avvalendosi di segnali radar, ma è stato messo a dura prova durante la recente operazione ‘Colonne di Fumo’ nella Striscia di Gaza, nonostante il successo celebrato inizialmente dagli ufficiali dell’esercito israeliano.
I dubbi sulla tenuta di Iron Dome, tuttavia, non sembrano prevalere sugli interessi che lo circondano.
La visita di Obama agli impianti e alle truppe, infatti, potrebbe segnare anche una svolta nell’ambito della cooperazione militare circa il programma.
Un’ora prima dell’arrivo del presidente Usa, il generale Shachar Shohat ha rilasciato alcune dichiarazioni alla Reuters che lasciano intendere come presto Washington potrebbe passare da finanziatore a co-produttore del sistema Iron Dome.
Gli Stati Uniti pensano già da tempo a una soluzione per beneficiare maggiormente dei soldi che investono nel programma di difesa dello Stato ebraico.
Benefici non solo economici, ma anche strategici: inserirsi nella produzione di questo arsenale farebbe guadagnare il ‘know-how’ necessario per produrne in autonomia e farne uso in altri contesti bellici, in particolar modo l’Afghanistan.
Uno scambio che renderebbe di conseguenza i rapporti israelo-americani ancora più convenienti.
La visita alla base militare è stata solo la prima parte di un tour che vedrà Obama impegnato in importanti tappe presso siti storici e culturali – come la tomba di Theodor Ertzl, fondatore del Sionismo, e l’incontro con gli studenti universitari israeliani (sul quale non sono mancate polemiche per non aver invitato l’università della colonia di Ariel) - studiate a tavolino per lanciare un messaggio chiaro, che esula dalla diplomazia.
Come quello contenuto nella frase scelta dal presidente per inaugurare la sua visita: lo “shalom tov jihot shuv ba Aretz” in cui spicca il richiamo alla ‘terra promessa’ di Israele molto prima che alla sua entità statuale.
Spostandosi in elicottero insieme al presidente israeliano, la sua visita è proseguita a Gerusalemme. Prima nel King David Hotel, dove ha avuto luogo un incontro con alcuni bambini rappresentanti delle varie regioni del paese –, poi nella residenza istituzionale di Shimon Peres.
E nel suo giardino dove, vanga alla mano e maniche di camicia arrotolate, Obama ha piantato un piccolo albero di magnolia proveniente direttamente dalla Casa Bianca, in segno di amicizia.
Scene di cordialità che sono proseguite più tardi nell’abitazione del primo ministro, dove il presidente americano ha partecipato a una cena familiare, imponendo così un clima capace di ridimensionare l’immagine di rapporti non idilliaci tra i due leader spesso descritta.
Dietro i protocolli di diplomazia, però, tra Israele e Stati Uniti siede sempre un convitato di pietra: gli interessi militari e strategici ben rappresentanti dagli altri partecipanti alla cena, i ministri Livni (Giustizia), Steinitz (Relazioni Internazionali e Affari Strategici) e Ya’alon (Difesa).
“La sicurezza di Israele non è negoziabile. L’impegno americano è più convinto di sempre e l’alleanza tra le nostre nazioni non è stato mai così forte”, è la frase che spicca nel discorso di Obama che segue la cena e chiude una giornata che sembra, tutto sommato, perfetta.
Solo in apparenza. Perché, a pochi chilometri di distanza, il clima è di altra natura.
"We shall overcome"
In Palestina, dove l’occupazione israeliana non è stata sospesa per l’occasione, la visita presidenziale non è accolta con le stesse dinamiche diplomatiche.
Poco prima che il presidente americano scendesse dall’Air Force One a Hebron veniva arrestata un’intera scolaresca di 30 bambini di età compresa fra gli 8 e i 10 anni, che per legge non dovrebbero essere perseguibili penalmente.
L’accusa è di aver partecipato al lancio di pietre contro i soldati.
Nella stessa città, dove i caratteri dell’occupazione militare si rivelano in tutta la loro brutalità, mentre Obama piantava magnolie nel giardino di Peres un gruppo di 25 tra attivisti palestinesi, israeliani e internazionali marciava su Shuhada Street.
Anche se la manifestazione si è risolta con l’arresto di 9 persone da parte dell’esercito israeliano, in seguito rilasciate, i ragazzi del gruppo Youth Against Settlements sono riusciti nel loro intento di mostrare una connessione tra le rivendicazioni palestinesi contro l’apartheid israeliano e quelle del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti del Sud.
Nei due chilometri di strada - il cui accesso è riservato da oltre 12 anni ai 600 coloni che vivono a Hebron, e negato a una popolazione di 200mila palestinesi - i manifestanti hanno protestato armati di magliette che riportavano la frase “I have a dream” e maschere di Martin Luther King.
Cantavano “We Shall Overcome” - la canzone di Joan Baez inno delle rivendicazioni nell’America negli anni ’60 - quando sono stata attaccati dalle pietre lanciate dai coloni, prima dell’intervento dell’esercito.
Un benvenuto di protesta è stato dato al presidente degli Stati Uniti anche a Gaza City, dove decine di palestinesi hanno manifestato mercoledì mattina di fronte alla sede del Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, incendiando foto di Obama e bandiere israeliane e americane.
I leader di Hamas, del Fronte Popolare e del Partito Popolare hanno dichiarato di Barack Obama “persona non grata” in terra palestinese.
Lo scopo della visita presidenziale, a loro parere, servirebbe soltanto a ribadire la superiorità militare di Israele, che con il nuovo governo continuerà ad attuare politiche di espansione coloniale. E per costringere l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) a tornare al tavolo dei negoziati senza precondizioni.
E sempre dalla Striscia di Gaza arrivano altri segnali di ostilità nei confronti di questa visita ufficiale, che nel pomeriggio di giovedì vedrà l’incontro tra Obama, il presidente Mahmoud Abbas e il primo ministro palestinese Salam Fayyad.
Nella mattinata di ieri sono stati sparati due razzi da Gaza, che hanno raggiunto la città israeliana di Sderot, senza provocare danni o feriti.
Segnali che descrivono il clima di forte scontento generale e delusione all’interno della comunità palestinese che vive sotto assedio nella Striscia di Gaza o sotto occupazione in Cisgiordania.
Nei giorni scorsi altre manifestazioni di protesta si erano svolte a Ramallah e Betlemme, durante le quali non sono mancati gli slogan contro un presidente su cui i palestinesi nutrivano speranze all’inizio del mandato.
Ma che, rapidamente, ha mostrato di mantenere la politica statunitense saldamente in linea con le amministrazioni precedenti, e il cui unico ‘risultato’ sembra essere stato il congelamento (durato appena 10 mesi) delle costruzioni negli insediamenti illegali, ottenuto faticosamente da Nethanyahu nel 2009 e ripetutamente violato da Tel Aviv.
Da allora il ‘processo di pace’ è più immobile che mai e la situazione generale dell’occupazione militare si è soltanto aggravata.
Ahfad Younis: 'benvenuto nell'Occupazione'
È in questo contesto di inamovibile status quo che si inserisce, a sorpresa, una nuova azione di contro-occupazione palestinese del suo stesso territorio.
Mentre Obama parlava di ‘pace’ visitando gli impianti di Iron Dome, su una collina vicina al villaggio di al-Eizariya, ad est di Gerusalemme, veniva fondato Ahfad Younis.
Centinaia di palestinesi sono arrivati dalle prime ore del mattino per costruire 15 tende “nella terra che appartiene al vicinato del villaggio di Bab al-Shams, nato due mesi fa”, sottolinea un comunicato del Coordinamento dei Comitati per la Lotta popolare nonviolenta.
E, proprio come per Bab al-Shams, si tratta di un’azione che gli organizzatori concepiscono per “ribadire il nostro diritto a tornare sulle nostre terre in quanto palestinesi; secondo, per affermare la nostra sovranità sul territorio senza il permesso da nessuno; terzo, per contrastare la continua confisca delle nostre proprietà contro la colonizzazione israeliana; e quarto, per consolidare la resistenza popolare.
Un’azione che, anche in questo caso, riprende le modalità con cui vengono costruiti gli insediamenti israeliani per denunciarne l’esistenza.
Questa volta la presenza di Obama sembra distogliere l’attenzione dell’apparato di sicurezza israeliano. Gli attivisti riescono nella loro impresa: montano le tende, issano una grande bandiera palestinese e non si preoccupano di avere un regolare permesso giuridico di stazionamento.
Quando l’esercito arriva si limita a circondare Ahfad Younis. Un’azione decisa, seguita dai consueti arresti di massa, rischierebbe di danneggiare quel clima di serenità imposto dalla visita presidenziale.
Ahfad Younis è la risposta palestinese alla presenza di Obama, che non attende rituali diplomatici ne’ parole di cortesia.
Nel comunicato dei Comitati Popolari si legge che l’intento è quello di “dichiarare la ferma opposizione a uno Stato (l’America, ndr) che si è reso complice dell’occupazione e del colonialismo in tutti questi anni”.
“Uno Stato che ha usato 43 volte su 79 (dal 1979 al 2011) lo strumento del veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in supporto di Israele e contro i diritti palestinesi. Un’amministrazione che garantisce un aiuto militare miliardario agli israeliani ogni anno non può dare alcun contributo positivo per il raggiungimento di giustizia e diritti del popolo palestinese”.
A ribadire il concetto al quotidiano Haaretz è Abdallah Abu Rahme, uno dei leader dei Comitati Popolari, che due mesi fa annunciò a Roma che Bab al-Shams rappresentava il punto di inizio di una nuova fase della resistenza popolare, in grado di coinvolgere tutta la società palestinese, a prescindere dalle appartenenze partitiche.
“Solo uniti possiamo mandare un messaggio a Obama, agli Stati Uniti e attirare l’attenzione del mondo sulla nostra causa”.
Una causa che aspettava proprio dal presidente americano l’occasione di una svolta, ma che non risulterà da questa visita. Ufficiali della Casa Bianca avevano già fatto sapere il mese scorso che Obama non avrebbe portato con sé alcuna proposta di rilancio del processo di pace.
A confermarlo l’atteggiamento dimostrato durante la prima giornata di visita, caratterizzata da mere dichiarazioni d’intenti sulla necessità di tornare ai ‘due Stati’ e sull’importanza della cooperazione con l’Anp.
E la formula è stata la stessa anche questa mattina, durante l'incontro con la leadership palestinese a Ramallah, presso la Muqata, mentre all'esterno si moltiplicavano le proteste.
"Gli Stati Uniti desiderano uno Stato palestinese indipendente, contiguo e sostenibile lungo i confini con quello israeliano, in modo che entrambe le parti possano vivere in pace e prosperità. L'unico modo per raggiungere questo obiettivo è attraverso negoziati diretti", ha detto Obama.
E poco importa che Abbas gli avesse appena ricordato che, in fondo, ciò che i palestinesi chiedono è solo "l'applicazione del diritto internazionale".
Nessuna soluzione tangibile, nessuna proposta concreta.
Solo parole, che ricalcano quella Dichiarazione di Principi firmata a Oslo nel 1993, in una dimensione spazio-temporale ormai irreale, ma dalla quale l’America di Obama non sembra voler uscire.
Israele/Palestina. Se Obama si è fermato a Oslo
21 marzo 2013
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