Israele. Il nuovo governo, tra colonie e 'normalità'di Stefano Nanni
di Stefano Nanni
Benjamin Netanyahu ce l’ha fatta.
A un giorno dalla scadenza del mandato che il presidente Shimon Peres gli aveva concesso, il primo ministro ha annunciato di avere in mano una coalizione di governo.
La firma tanto attesa tra il suo partito, il Likud (già coalizzato con la formazione guidata da Avigdor Lieberman, Yisrael Beiteinu), Yesh Atid ("C’è un Futuro"), Habayit Hayehudi ("La Casa Ebraica") e Hatnuah ("Il Movimento"), è arrivata venerdì scorso dopo oltre un mese di complicati negoziati.
Molte le difficoltà che Netanyahu ha dovuto affrontare per raggiungere questo risultato, costretto a chiedere al Presidente una proroga di 15 giorni rispetto agli ordinari 28 previsti dalle procedure post-elettorali.
Difficoltà nello scegliere gli alleati, negoziare i ministeri, accontentare i rispettivi leader politici.
Ma soprattutto nel rispettare il voto popolare, che ha indicato chiaramente la volontà di avere un governo che si mostri più moderato, che si dedichi alle necessità e ai bisogni della classe media, capace di lasciare da parte il ‘conflitto’ con i palestinesi e dare alla società “benessere e prosperità”.
Sicurezza e qualità della vita
A fronte di elezioni che erano state caratterizzate dal successo di Yesh Atid e Habayit Hayehudi, formazioni guidate da due leader giovani e carismatici come Yair Lapid e Naftali Bennet, l’attuale coalizione può sembrare a un primo sguardo piuttosto scontata.
Ma forse è più corretto dire, a posteriori, che è risultata essere l’unica possibile.
Inizialmente Netanyahu ha tentato un approccio diverso, cercando di includere gli ultra-ortodossi di Shas e United Torah Judaism nella compagine governativa. Il premier teneva in modo particolare a questi due partiti, solidi alleati nella passata legislatura, più volte decisivi per la tenuta del vecchio governo.
Ma coinvolgerli, in questo caso, avrebbe significato lasciare fuori Lapid e Bennet, che hanno fatto delle proposte “anti-ultraortodosse” il punto di forza delle loro campagne elettorali.
Esoprattutto rivolgersi a Shelly Yacimovich, leader del Labor, che ha dimostrato un’opposizione molto dura sia al governo precedente che nei confronti della coppia Netanyahu-Lieberman durante la campagna elettorale. Una mossa ostica sul piano ideologico, ma che a livello strategico poteva garantire un numero maggiore di seggi (33, sommando i deputati di Shas, United Torah Judaism e Labor; 31 invece con Yesh Atid-Habayit Hayehudi), ma che alla fine non si è concretizzata.
Yacimovich ha infatti prontamente declinato l’offerta di Netanyahu affermando di non voler “giocare il ruolo di comparsa in un governo che non vuole affatto il cambiamento”, riferendosi alle resistenze del premier sulla ‘questione ultraortodossa’.
Nell’ipotesi di un governo senza i leader più popolari del momento, inoltre, Netanyahu ha dovuto tenere in considerazione le ripercussioni negative per la sua immagine, ridimensionata ulteriormente in seguito alle elezioni, sia all’estero che in Israele.
Ecco perché, mentre si interrogava su quale blocco di alleati fosse più conveniente, l’unica certezza per il premier è stata, fin dal 19 febbraio, l’accordo con Tzipi Livni e il suo nuovo partito, Hatnuah.
All’ex-ministro degli Esteri e già membro dei servizi segreti è stato affidato il ministero della Giustizia, e il delicato incarico di riprendere i negoziati con la leadership palestinese.
Una scelta che agli occhi dell’elettorato doveva apparire moderata, e che difficilmente poteva incontrare l’opposizione del centro-destra, dato che Livni è stata l’unica voce della campagna elettorale a spendersi sulla necessità di ripresa del dialogo.
E una mossa utile a dare l’illusione della volontà di cambiamento rispetto all’approccio della legislatura precedente, caratterizzata dall’intransigenza di Netanyahu e Lieberman.
Che però, a conti fatti, sembra rivelarsi solo una copertura, innanzitutto a partire dall’effettiva natura”moderata” del nuovo ministro della Giustizia: fu proprio Livni la principale sostenitrice dell’operazione ‘Piombo fuso’, che causò tra il 2008 e il 2009 la distruzione della Striscia di Gaza.
Ed è sufficiente guardare al’accordo di coalizione - in cui scompare il tema della ‘pace’ - per scoprire che il suo ruolo resta una goccia nell’oceano di politiche che si prefiggono tutt’altre priorità.
Due le parole d’ordine, della campagna elettorale e del nuovo esecutivo: “sicurezza” e “benessere”.
Annunciando la firma dell’accordo di coalizione, Netanyahu ha affermato che il governo lavorerà per “rafforzare la sicurezza dello Stato e migliorare la qualità di vita dei cittadini”.
I ruoli chiave in materia di sicurezza interna ed esterna rimarranno saldamente nelle mani del Likud-Beiteinu; per quanto riguarda economia, finanza, welfare e servizi sociali invece, i ministeri saranno ripartiti tra Yesh Atid e Habayit Hayehudi.
Un governo pro-settler
La formazione ufficiale del governo è stata formalizzata il 18 marzo con il giuramento di fronte alla Knesset. Poche le donne (solo 4) e un solo israeliano sefardita (o mizrahim, di origine mediorientale).
Il ministero degli Esteri sarà tenuto ad interim dal premier Netanyahu per poi tornare sotto l’egida di Lieberman una volta che risolti i problemi con la giustizia, sui quali continua a dichiararsi innocente e da cui probabilmente uscirà indenne grazie all’immunità parlamentare.
Oltre al ruolo di vice ministro alla Difesa, ai deputati del suo partito vanno altri 4 ministeri: Sicurezza Pubblica, Immigrazione, Turismo e Agricoltura.
Il partito del premier occuperà invece i ministeri di Difesa, Interni, Cultura e Sport, Relazioni Internazionali e Affari Strategici, Sviluppo Regionale e delle Risorse Idriche, Trasporti, e Comunicazioni.
Tra i nomi dei futuri ministri spicca quello di Moshe Ya’alon, figura di grande esperienza all’interno dell’esercito, ex Capo di Stato Maggiore, da sempre ostile alla fine dell’occupazione (si oppose anche al ritiro da Gaza nel 2005) e a favore di attacchi mirati contro i siti nucleari iraniani.
Nell’annunciare la sua nomina Netanyahu ha affermato: “Non poteva esserci scelta migliore di un uomo di così grande esperienza in un Medio Oriente mai stato così burrascoso”. Al partito Yesh Atid sono stati assegnati 5 ministeri: Educazione, Welfare, Sanità, Scienza e Tecnologia e Finanze.
Proprio quest’ultimo sarà guidato da Yair Lapid, una scelta che ha suscitato le perplessità del suo elettorato, timoroso che si tratti di una ‘trappola’ di Netanyahu per bruciare la sua carriera politica, vista l’inesperienza in materia che lui stesso ha ammesso.
Naftali Bennet siederà invece al vertice un ‘super ministero’ per l’Economia e il Commercio, che accorperà al suo interno altri portafogli, quali l’ex-ministero per i Servizi Religiosi, quello per Gerusalemme e il ministero della Diaspora.
Ai deputati del suo partito andranno inoltre il ministero per i Senior Citizens (che si occupa essenzialmente di welfare e pensionamento) e quello per l’Abitazione.
La candidatura per quest’ultimo incarico è la novità più importante del nuovo governo: per la prima volta nella sua storia Israele avrà un ministro proveniente dagli insediamenti illegali nei Territori Palestinesi Occupati.
Si chiama Uri Ariel, nella scorsa legislatura deputato della formazione nazionalista dell’Unione Nazionale, abitante della colonia di Amana ed ex-membro dello Yeshiva Council, organo rappresentante di tutti gli insediamenti della Cisgiordania.
Proprio lui sarà chiamato ad operare all’interno del ministero più attivo negli ultimi anni per la progettazione di nuove costruzioni nei Territori.
Non bisogna stupirsi dunque se i sostenitori più convinti di questo nuovo governo siano proprio i coloni.
Per la gioia dei coloni
Il sito di informazione Ynet News riportava sabato scorso la grande soddisfazione espressa dai leader politici degli insediamenti.
“Il punto di partenza è ottimo, grazie ai ministeri del Likud e di Habayt Hayehudi”, ha detto Avi Roeh, presidente dello Yeshiva Council, riferendosi al nuovo governo, “e anche Lapid ha molto potenziale”, ricordando come il leader di Yesh Atid abbia sempre espresso il suo sostegno alle colonie durante la campagna elettorale, che ebbe inizio proprio in quella di Ariel.
“Speriamo di poter continuare sulla buona strada dell’espansione e del riconoscimento dei pieni diritti degli abitanti delle colonie, come tutti i cittadini di Israele”.
Alla luce dei fatti, sembra difficile che il nuovo governo voglia attuare politiche di segno opposto rispetto a quelle del precedente, e che si possa realizzare l’ipotesi di un congelamento delle costruzioni nell’ottica della ripresa dei negoziati, precondizione necessaria non solo per la leadership palestinese, ma anche per Unione Europea, Nazioni Unite e Stati Uniti.
Il ministro degli Esteri uscente sembra intenzionato a dare continuità al suo precedente mandato, dal momento che, a poche ore dal giuramento, ha dichiarato la propria opposizione “a qualsiasi tentativo di congelare gli insediamenti”.
Inoltre, secondo quanto riportato da Haaretz, l’accordo di coalizione prevede alcune misure importanti che rafforzeranno maggiormente le colonie.
Habayit Hayehudi avrebbe infatti inserito una clausola secondo cui, entro 90 giorni dall’insediamento del governo, dovrà essere votata una legge che stabilirà l’obbligo di un referendum per ogni eventuale accordo con la controparte palestinese circa le riduzioni di territorio delle colonie.
Quanto effettivamente però il nuovo governo sarà “pro-settlement” sarà possibile giudicarlo già il prossimo 30 aprile.
In quella data infatti scadrà il termine ultimo per l’evacuazione dell’avamposto di Amona, dichiarato illegale dalla Corte Suprema israeliana lo scorso gennaio. Lo smantellamento avrebbe dovuto già avvenire a novembre, ma il governo riuscì a ottenere una proroga di 6 mesi.
In quell’occasione il neo-ministro dell’Abitazione Ariel, attaccò duramente Netanyahu per questa decisione, accusandolo di non avere abbastanza “coraggio e forza politica per difendere i coloni”.
Anti ultra-ortodosso o capitalista?
Ma se le colonie esultano, c’è una parte della società israeliana che non vede di buon occhio il nuovo governo.
Si tratta della comunità haredim, composta dagli ultra-ortodossi contro i quali era rivolto lo slogan elettorale “tutto gira al contrario” di Yair Lapid, secondo cui la comunità riceverebbe troppi sussidi e agevolazioni fiscali, e sarebbe sostanzialmente inutile tanto per l’esercito quanto per l’economia interna.
Per questo, per il leader di Yesh Atid, che ha rivolto tutta la campagna elettorale all’attenzione per la classe media, sono necessarie riforme immediate.
“Una dichiarazione di guerra contro la Torah”: queste le parole scelte da un quotidiano di stampo ultra-ortodosso, sabato scorso, per commentare la formazione del nuovo governo.
Parole che esprimono lo stato di delusione dei leader politici e religiosi che per la prima volta non avranno rappresentanza nel governo, e che si sentono traditi da Benjamin Netanyahu, il loro alleato più convinto degli ultimi anni. Stando ai termini dell’accordo di coalizione il premier dovrà dare il via a una serie di misure che toccheranno gli interessi ultra-ortodossi.
La più spinosa è quella che riguarda la coscrizione obbligatoria anche per la comunità haredim, questione che portò alla decisione di andare ad elezioni anticipate e capace di polarizzare la campagna elettorale.
Il governo si è impegnato a presentare entro 45 giorni dall’insediamento del governo un progetto di legge che si adatti alla decisione della Corte Suprema del luglio scorso, che annullò la Tal Law del 1948, sull'esenzione dalla leva militare per motivi religiosi.
Altre due misure potrebbero incontrare l’opposizione della comunità ultra-ortodossa. L’accordo di coalizione prevede infatti di presentare entro 6 mesi una legge che riformi l’insegnamento di base, uniformando i curricula di tutte le scuole, andando a limitare l’autorità e l’autonomia di cui godono quelle religiose.
C’è poi la proposta di riforma sui sussidi per la casa, per i quali la priorità assoluta sarà accordata ai lavoratori con famiglie a carico, riducendo parte delle risorse investite negli anni a favore della comunità haredim.
Nuove proposte che suonano come epocali per la società israeliana, e che la classe media secolarizzata attendeva da tempo. “Non stiamo escludendo gli haredim”, ha tenuto a precisare ieri mattina Yair Lapid in occasione della conferenza stampa per la presentazione del governo. “Stiamo proponendo un nuovo contratto civile che bilancerà lavoro, carichi fiscali e studio religioso”.
L’altra faccia delle riforme, infatti, parla della chiara volontà di includere una parte della popolazione, considerata ‘improduttiva’, all’interno di una società più liberale e capitalista.
Lapid e Bennet, volti nuovi del panorama politico nazionale, sembrano gli adeguati portavoce di questo spirito. Secondo Sergio Yahni dell’Alternative Information Center, per quanto diversi i due politici rappresentano bene la coscienza pubblica secolarizzata che si è sviluppata in questi anni.
Una coscienza collettiva per la quale il 'conflitto' con i palestinesi non è più una questione politica centrale dati i livelli di sicurezza raggiunti.
Un sentire comune che desidera stare dalla parte del ‘mondo libero’, occidentale e moderno, rinnovando quell’immagine negativa di Israele conquistata in anni di occupazione militare. Un rinnovamento che passa per la rimozione degli ostacoli: chi è ‘povero e improduttivo’, o rappresenta una minoranza scomoda.
Fonti interne allo Habayit Hayehudi, intanto, lasciano intendere che nell’accordo firmato venerdì scorso ci sia anche l’intenzione di modificare la Basic Law, che definisce l’identità israeliana in termini di democrazia ed ebraismo, per dare maggiore importanza al secondo aspetto.
Passando anche dalla riforma dello status accordato alla lingua araba, che da pari rango rispetto all’ebraico verrebbe ridotta a ‘lingua speciale’ e non più ufficiale.
Il governo israeliano della legislatura 2013-2017 si annuncia dunque come più capitalista, più concentrato sul benessere interno, più ‘ebraico’ e meno ‘democratico’. Caratterizzato da quella disperata ricerca di 'normalità' che stringe all’angolo la ‘questione palestinese’, nascondendo le anomalie sotto il tappeto.
19 marzo 2013
Israele. Il nuovo governo, tra colonie e 'normalità'
Commenti
Posta un commento