Intervista: La realtà della vita dei palestinesi cittadini di Israele
Sami Abu Shehadeh analizza la realtà della vita per i palestinesi cittadini di Israele
Intervista esclusiva di Shazia Arshad
Spiegando
perché pensava che la popolazione palestinese all’interno di Israele
fosse dimenticata, Sami ha sostenuto che quando “la gente di tutto il
mondo pensa al conflitto israelo-palestinese, di solito ha in mente due
parti, la parte palestinese e quella ebraica” – i primi nella West Bank e
a Gaza e gli altri in Israele. “Quando pensa alla guerra, si riferisce a
quella tra due stati…(ciò che) non sa è che Israele è fondato sulle
rovine del popolo palestinese” e lo deve al fatto che la gente non si
rende conto che ci sono dei palestinesi che vivono all’interno di
Israele. Sami ha continuato a spiegare che i palestinesi vivevano “ai
margini” di tutti gli strati della società israeliana, essendo stati
prima espulsi nel 1947, poi impedito loro il ritorno alle loro case e
successivamente soggetti al controllo degli israeliani.Per quanto riguarda Jaffa, Sami ha ritenuto impossibile guardare alla situazione della città senza prendere in considerazione la situazione geopolitica generale dei palestinesi in Israele. Con il 40-45% dei cittadini palestinesi di Israele che vivono in Galilea, il 20% nel Negev, il 25-30% nella Zona del Triangolo, il rimanente 10% vive nelle “città miste”, com’è il caso di Jaffa. Eppure, nonostante i cittadini israelo-palestinesi vivano in tutte le parti di Israele, Sami ha descritto la realtà come quella di una “totale separazione” e che, “in quanto prodotto della Nakba [catastrofe palestinese], non c’è alcuna possibilità di sviluppo per le città palestinesi” all’interno di Israele. Sami, uno storico che attualmente svolge il suo dottorato di ricerca presso la Tel Aviv University, ha descritto le città miste come città prima della Nakba tipicamente palestinesi. Con l’avvento della Nakba e dell’immigrazione ebraica al loro interno, il dato statistico della popolazione cambia ed ora i palestinesi a Jaffa sono appena una percentuale e tutte le cittadine limitrofe sono solo località israeliane ebraiche.
Sami
è stato esplicito circa la sua frustrazione per la situazione dei
cittadini palestinesi di Israele ed è stato semplice capire il perché.
Nonostante la fama di Tel Aviv di città moderna, sicuramente
“Occidentale” (sebbene si trovi nel cuore del Medio Oriente), essa non
ha una popolazione araba. Sami ha comparato questo caso con quello delle
altre città occidentali e non ha potuto trovarne uno ove si verifichi
una situazione analoga. I 20.000 palestinesi che stanno a Jaffa sono
circondati da 2 milioni di israeliani ebrei. Sami ha continuato
spiegando che quegli israeliani ebrei che vivono fianco a fianco con i
palestinesi non li considerano nulla di più di “personale di servizio e
venditori”, forse lì per svolgere un servizio in un negozio. Di
conseguenza, ha detto, la cosa ha indotto una mentalità che incoraggia
gli israeliani ebrei a ritenere che i palestinesi dovrebbero essere
grati dei loro vantaggi (vivere fianco a fianco, lavorare, ecc..) e se
non lo sono, allora dovrebbero essere puniti. Un esempio di ciò è il
fatto che durante la guerra recente di Gaza del 2012, tutti i
palestinesi che protestavano contro la guerra ebbero i negozi
boicottati. Sami ha riassunto questo atteggiamento come facente parte
della loro “mentalità colonialista”.
In
Palestina e in Israele la situazione si evolve continuamente e quando
ho chiesto a Sami in merito ai recenti disordini in città, scatenati
dall’attacco di tre giovani ebrei a cittadini palestinesi, mi ha parlato
di un movimento palestinese crescente sorto negli ultimi tre anni, il
“Movimento Giovanile di Jaffa”, che propaganda il cambiamento. Secondo
Sami, il gruppo sta facendo un “gran lavoro”, avendo organizzato
manifestazioni, proteste e risposte politiche alle autorità israeliane –
sono stati certamente molto apprezzati da lui. Ma il problema è, come
ha continuato a spiegare, che gli israeliani considerano
tutte le manifestazioni come un attacco personale nei loro confronti.
Visto che è un “piccolo stato con un grosso esercito” e che tutti vi
hanno prestato servizio o che per lo meno hanno componenti delle loro
famiglie nell’esercito, “criticare le politiche dell’esercito diventa un
fatto personale”. In tal modo, quando si tratta delle politiche
dell’esercito, un israeliano risponderà di considerarlo come un insulto
personale nei suoi confronti. Di conseguenza, questo ha provocato
reazioni nei confronti delle iniziative e delle proteste palestinesi
tanto da includere non solo risposte verbali, ma anche fisiche. Ad
aggravare ulteriormente la situazione ci sono i politici di destra. Sami
ha spiegato che quando i politici usano termini quali “bomba
demografica” o “minaccia strategica” per descrivere i cittadini
palestinesi di Israele, si prevede che gli atteggiamenti dei israeliani
ebrei siano destinati a peggiorare. L’aggiunta a tutto ciò
dell’incitamento da parte degli estremisti religiosi di destra, quali
Rabbi Ovaia Yosef, ha fatto pure riscontrare una crescita degli attacchi
fisici.
Sami
stava affrontando una conferenza intitolata “lezioni di apartheid”,
così gli ho posto domande al proposito. Anche se il termine per alcuni
potrebbe essere discutibile , oggi viene sempre più utilizzato. Sami ha
spiegato che ci sono davvero molte somiglianze tra il Sud Africa
dell’apartheid e Israele – “di norma apartheid sta a significare che ci
sono sistemi giuridici diversi per comunità differenti che vivono sotto
il tuo controllo…anche in Israele questo esiste, si ha un sistema
diverso che ha a che fare con Gaza, un sistema giuridico differente
riferito alla West Bank, un altro sistema giuridico dissimile per gli
arabi di Gerusalemme, poi un altro sistema legale per gli arabi
cittadini di Israele e quindi un altro per gli ebrei che vivono in tutte
le parti di Israele, questo è vero e proprio apartheid. Ma,
nell’apartheid non c’è bisogno di trasferire la popolazione”. Qui sta la
differenza per Sami – la paura e il desiderio di Israele di giungere al
controllo sulla gente e sulla terra hanno portato al trasferimento
forzato della popolazione come ad esempio per la situazione che si ha
nel Negev dove i palestinesi stanno venendo cacciati con la forza dalle
loro case. Sami ha pensato che Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman
vorrebbero “trasferire” il 20% della popolazione da dentro Israele,
attuando in tal modo la politica di divenire uno stato democratico per
la popolazione ebraica e uno stato ebraico per i non-ebrei.
Per
il desiderio di fornire un esempio, Sami ha raccontato la storia dei
villaggi non riconosciuti dove decine di migliaia di persone non
esistono. Dato che, a causa della politica di “sviluppo del Negev”,
Israele pianifica lo spostamento di 30.000 persone trasferendole di
forza all’interno di un’area di concentrazione – la popolazione
palestinese che verrà scombussolata e sloggiata dalle proprie case non
ne trarrà alcun vantaggio. L’approccio contrastante
nel modo di relazionarsi con i cittadini palestinesi e gli ebrei viene
esemplificato dalla Galilea – dove, a causa della sua popolazione araba
non beneficerà in alcun modo dei programmi di sviluppo. In Israele, le
aree arabe sono sottosviluppate e non ci sono piani per modificare la
loro situazione; città come Umm al Fahm non hanno usufruito di alcun
trasporto pubblico e di alcun servizio fin dal 1964.
Desideroso
di saperne di più sull’impatto di tale sistema di apartheid e sui suoi
effetti sulla vita della gente, ho chiesto del caso dell’acquisto di
terre da parte dei coloni (West Bank) nei quartieri arabi della stessa
Israele. La campagna, denominata “stabilirsi nel cuore”, ha visto coloni
della West Bank acquistare terreni in aree palestinesi – a Jaffa, la
comunità palestinese ha fatto ricorso alla Corte Suprema, ma l’acquisto è
stato comunque completato. Chiaramente, non accontentandosi di rubare
terreni palestinesi nella West Bank, ha spiegato Sami, tutto ciò veniva a
rappresentare un tentativo di sviluppare ulteriormente aree per “soli
ebrei”. Ha pure precisato che
consisteva nella politica promossa dal progetto il fornire ai cittadini
israeliani ebrei un “futuro pulito” e l’impedire la “catastrofe” di
comunità miste di palestinesi ed ebrei. Sami mi ha raccontato che quello
di Jaffa non era l’unico caso – c’erano esempi di tali progetti a Lod e
ad Acri. Infatti, Acri ha visto un aumentare della tensione in
conseguenza della crescita dei livelli di violenza.
Nel
caso della campagna promossa dai coloni per l’ acquisto di terreni in
aree palestinesi, Sami ha precisato come la locale comunità palestinese
di Jaffa ha promosso un’azione legale fino alla Corte Suprema contro
l’acquisto. Subito dopo essere arrivati alla Corte Suprema, ai coloni è
stato permesso di completare l’acquisto, ma alla sentenza è stata
aggiunta una precisazione riguardante le vendite future che stabilisce
che tali edifici non dovrebbero essere acquisiti o costruiti con
propositi razzisti. Ma, evidentemente questo non è sufficiente a
contrastare i problemi che affrontano i cittadini palestinesi di
Israele, così ho chiesto a Sami se fosse la complicità dello stato il
loro maggiore ostacolo.
Con
l’aumento dell’estremismo nazionalista e una popolazione di 6 milioni
di ebrei israeliani più un milione di coloni, è inevitabile che numerose
famiglie israeliane ebree abbiano almeno un colono in famiglia e questo
è il motivo per cui “il partito di estrema destra Casa ebraica
ha il 10% della Knesset israeliana”, ha dichiarato. Quando si considera
che in Israele gli ebrei laici, che “formano parte dell’esercito,
praticano l’occupazione”, diventa chiaro che molti di loro non sono ai
margini della società e che fanno parte della corrente principale della
Knesset.
Per
quanto riguarda il sistema della giustizia penale, Sami ha illustrato
come è parso applicarsi un trattamento di tipo opposto tra le comunità
degli ebrei israeliani e degli israeliani palestinesi. Dati statistici
tratti da una ricerca hanno provato che i tribunali hanno trattato
israeliani palestinesi ed ebrei in modo differente, con il palestinese
che viene giudicato in modo di gran lunga più duro. Statistiche delle
carceri mostrano che la percentuale dei palestinesi nelle prigioni
israeliane è più elevata rapportata a quella della popolazione nel suo
complesso. Negli ultimi 10 anni, a Jaffa sono state uccise 60 persone,
ma solo in due casi la polizia ha catturato i colpevoli. Ma quando la
vittima è ebrea, il caso è completamente diverso. Nella vicenda di un
giovane ebreo, Gil Mitchell, che è stato ucciso in una rissa alcuni anni
fa, caso in cui i due giovani colpevoli erano andati a nascondersi
nella West Bank e a Gaza, il dossier non è stato chiuso fino al momento
in cui alcuni anni addietro i due uomini sono stati catturati.
Con
la discriminazione che solleva la testa a carico dei cittadini
israelo-palestinesi di ogni estrazione sociale – quella economica sembra
prevista. Sami mi ha fornito i dati statistici relativi al bilancio
annuo di due aree in Israele – quella di Nazareth (area palestinese) ha
una popolazione di 50.000 abitanti e possiede i budget annuo di 45
milioni, mentre Tel Aviv (area ebraica) con una popolazione di 400.000
abitanti ne ha uno di 950 milioni. Dato
che alle aree palestinesi non è permesso di sviluppare zone
industriali, costringendo i lavoratori a vivere entro le città ebraiche
più grandi, per esse non resta evidentemente alcuna possibilità di
sviluppo. Infatti, Sami ha descritto Nazareth non come una città, ma
come un “villaggio” con “campi di lavoratori”.
Sami,
membro del partito Balad e appassionato attivista politico, ha
delineato le realtà della vita dei palestinesi dopo le recenti elezioni
israeliane, affermando che non c’era da aspettarsi alcun serio
cambiamento con la nuova amministrazione. Nelle ultime tre elezioni,
Sami ha ritenuto che l’unica reale alternativa fosse stata offerta dagli
estremisti di destra e di conseguenza ci sarebbe stato ancor più
razzismo e ancor più politiche discriminatorie. Peggio ancora è il
pericolo per l’intero Medio Oriente costituito da Lieberman e Netanyahu
per le loro politiche contro l’Iran, Gaza, per le colonie e Gerusalemme.
“Siamo una minoranza che non dispone di un esercito o di altri potenti
mezzi per difendersi dalle politiche razziste e discriminatorie” e
“abbiamo veramente bisogno di un sostegno internazionale”, ha detto
Sami. Concludendo con una nota un po’ triste, non riusciva a capire
perché in Europa il razzismo è considerato un male per gli europei, ma è
ammesso per i cittadini palestinesi di Israele. Le sue parole finali
sono state una richiesta chiara e inequivocabile di sostegno da parte
della comunità internazionale nei confronti dei cittadini palestinesi di
Israele.
Sami
ha fornito un interessante spaccato della realtà della vita dei
palestinesi che abitano all’interno dei confini di Israele del 1967 –
una voce molto chiara su quello che è un argomento molto complicato e
difficile.
(tradotto da mariano mingarelli)
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