Il viaggio di Obama a Israele


Il viaggio di Obama a Israele
Di Jonathan Cook
26 febbraio 2013
Funzionari israeliani e palestinesi sono andati a Washington per preparare il terreno per la visita del presidente Obama a Israele e in Cisgiordania, programmata per il prossimo mese e la prima da quando è entrato in carica quattro anni fa.
Tra i punti più importanti dell’agenda, ha detto il Primo ministro Benjamin Netanyahu, ci saranno i tentativi di far ripartire il processo di pace da lungo tempo in stallo. La settimana scorsa i funzionari palestinesi hanno detto che avevano esortato la Casa Bianca ad arrivare con un piano diplomatico.
Il presidente degli Stati Uniti ha iniziato il suo primo mandato da una posizione  diversa, ignorando Israele e andando  al Cairo dove aveva fatto un discorso impegnando gli Stati Uniti  una nuova era nelle relazioni con il mondo arabo. La promessa ha prodotto poco.
Adesso sembra che Obama intenda iniziare il suo secondo mandato – dato che anche Netanyahu riassume  l’incarico in seguito alle elezioni del mese scorso – con un tentativo di impegnarsi con Israele e i Palestinesi che quasi certamente si dimostrerà un’esercitazione di futilità.
La prospettiva di ripristinare la strada della pace tra Israele e la Palestina, non è  invitante  né per Obama né per Netanyahu. Entrambi sono feriti per essere stati coinvolti in un conflitto per il congelamento degli insediamenti – il punto fondamentale degli sforzi del presidente degli Stati Uniti durante il suo primo mandato.
Sembra, ugualmente, però, che anche il prezzo dell’inazione continua sia alto. I palestinesi hanno ripetutamente imbarazzato Obama alle Nazioni Unite, non ultimo, isolando
gli Stati Uniti in novembre  quando essi sono stati contrari a una promozione  dello status  di paese osservatore dei palestinesi. Anche l’inerzia sembra rischiosa dato il crescente  malcontento in Cisgiordania riguardo ai prigionieri che fanno lo sciopero della fame.
Ci sono in vista preoccupazioni  potenzialmente maggiori, compreso lo scenario catastrofico – secondo la prospettiva di Israele e di Washington – che i Palestinesi si rivolgano alla Corte Penale Internazionale per chiedere che Israele venga indagata per crimini di guerra.
Coloro che sono perennemente ottimisti, hanno cercato segnali del fatto che questa volta Obama sia più pronto a  dimostrarsi duro. nessuna delle due nomine recenti importanti nomine fatte dal presidente – John Kerry come Segretario di stato e Chuck Hagel come Segretario alla difesa – sono state gradite in Israele.
Si è sostenuto che la determinazione degli Stati Uniti sia stata incoraggiata,  da quella che sembra un cambiamento di tendenza nell’opinione pubblica israeliana, evidenziata dal successo elettorale a sorpresa del politico di centro Yair Lapid e dalla figura relativamente brutta del partito Likud di Netanyahu.
I funzionari di Netanyahu percepiscono motivazioni analoghe, lamentandosi che la visita di Obama che arriva così presto dopo le elezioni, è una diretta “interferenza” nella costruzione della coalizione. Temono che i centristi saranno in grado di strappare delle concessioni a Netanyahu, che non desidererà salutare il presidente degli Stati Uniti come capo di un governo estremista.
Nel frattempo, i funzionari israeliani, sembrano desiderosi di diventare di nuovo amici: hanno dato alla visita lo speranzoso  nome in codice “Alleanza indistruttibile” e hanno annunciato la loro intenzione di conferire a Obama l’onore più grande: la medaglia presidenziale.
Gli scenari più che ci si augura si presentino, sottovalutano tuttavia, gli ostacoli a una soluzione diplomatica che pongono sia la politica interna di Israele che l’incapacità di resistere alla prepotenza     di Israele.
Non ultimo, ignorano il fatto che la fazione della Kensset di Netanyahy nella  Knesset, è quella più di destra nella storia del Likud. Non può portare avanti una formula di pace – supponendo che lo voglia – senza fare a pezzi il suo partito.
Analogamente, non c’è nulla nel rapporto di Lapid che indichi che è disponibile a fare pressione per avere importanti compromessi sul fatto che la Palestina sia uno stato. Su questo argomento, occupa il terreno tradizionale del Likud, prima che si spostasse ancora più a destra. Un recente sondaggio ha trovato che metà dei suoi sostenitori si definivano di destra.
La settimana scorsa Netanyahu ha firmato un patto di coalizione con un altro presunto centrista, Tzipi Livni, un ex dirigente del partito Likud, che è ora a capo di una  piccola fazione che si chiama Hatnuah. Lo scopo, come ha detto cinicamente un funzionario della Likud, era di usare Livni per      “far apparire pulito ” il governo di Netanyahu agli occhi del mondo.”
In altre parole, Netanyahu spera che Livni o Lapid gli procureranno dello spazio vitale  quando    gli insediamenti e spingerà i palestinesi fuori dalle grandi aree della Cisgiordania con la copertura di quello che il quotidiano israeliano Haaretz ha definito un processo diplomatico “disseminato di trappole esplosive.”
E i palestinesi? Non saranno in grado di iniziare una contestazione efficace alla intransigenza di Israele, dato un interesse apparentemente rinnovato degli Stati Uniti per la diplomazia?
Ecco l’ostacolo. Netanyahu ha già un controllo soffocante sulla politica dei suoi probabili partner di pace. Può facilmente manipolare le fortune del leader palestinese Mahmoud Abbas nelle due  più grosse prove che deve affrontare: il “processo di pace” a cui sovrintende la comunità internazionale, e i colloqui di riconciliazione con la fazione rivale palestinese, Hamas.
Questo mese al Cairo sono falliti i colloqui più recenti tra Hamas e Fatah, anche se l’unità, secondo il punto di vista della maggior parte dei palestinesi, è una precondizione della loro ricerca di una fattibile condizione di stato. Il fallimento dei colloqui è avvenuto dopo che sono stati  “arrestati” da  Israele  25 capi di Hamas in Cisgiordania. I gruppi palestinesi per i diritti umani hanno avvertito che  tali arresti intendevano  disturbare la riconciliazione.
Israele, nel frattempo ha ripetutamente indebolito il governo di Abbas, e ha mantenuto prossimo al collasso il suo organismo politico, l’Autorità Palestinese, aprendo e chiudendo una delle sue maggiori fonti di reddito -  il denaro delle tasse che Israele raccoglie regolarmente a nome dei palestinesi e che si suppone debba consegnare loro.
Il risultato è che Abbas è intrappolato tra varie pressioni impossibili da conciliare: la necessità di mantenere Israele contenta, di mantenere la legittimità nei riguardi della sua popolazione e di favorire un programma politico condiviso con altre fazioni palestinesi.
I bastoni  che Israele  brandisce,  costringono Abbas a  tenere aperta la porta ai negoziati anche se la maggior parte dei palestinesi ne riconoscano la totale inutilità.  Analogamente, la costante necessità di placare Israele e gli Stati Uniti serve soltanto ad ampliare le differenze con Hamas.
I palestinesi sono bloccati in un vicolo cieco politico e diplomatico, incapaci di andare avanti o sviluppando la loro lotta nazionale o con colloqui su uno stato fattibile. Qualunque siano le intenzioni di Obama, la realtà è che questi saranno altri quattro anni di fallimenti democratici.
Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. I suoi libri più recenti sono: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” Israele e lo scontro di civiltà: l’Iraq, l’Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) and “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [La Palestina che sparisce: esperimenti di Israele nella  disperazione umana  (Zed Books). il suo sito web è: www.jonathan-cook.net.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/ obama-s-israel-trip-by-jonathan-cook
Originale: Jonathan Cook’s ZSpace Page
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

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