Il diverso diritto all'acqua nei villaggi beduini non riconosciuti
+972mag.com
01.03.2013
http://972mag.com/the-unequal-right-to-water-in-unrecognized-bedouin-villages/66932/
01.03.2013
http://972mag.com/the-unequal-right-to-water-in-unrecognized-bedouin-villages/66932/
Il diverso diritto all'acqua nei villaggi beduini non riconosciuti
Stabilendo
che i cittadini beduini di Israele hanno solo il diritto ad un “accesso
minimo” all’acqua invece che “uguale accesso”, la Corte Suprema
israeliana ha deciso che lo Stato di diritto non si applica ai cittadini
beduini. La situazione che ne risulta è intollerabile per un Paese che
si definisce una democrazia, ma è perfetta per un Paese che si ritiene
uno “Stato ebraico”.
di Sawsan Zaher
Il 20 febbraio, la Corte Suprema israeliana ha rigettato l’appello dei 500 residenti del villaggio beduino non riconosciuto di Umm al-Hiran in Negev, che chiedevano un accesso minimo all’acqua potabile. L’appello era stato presentato da Adalah, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, a favore dei 500 abitanti.
Il 20 febbraio, la Corte Suprema israeliana ha rigettato l’appello dei 500 residenti del villaggio beduino non riconosciuto di Umm al-Hiran in Negev, che chiedevano un accesso minimo all’acqua potabile. L’appello era stato presentato da Adalah, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, a favore dei 500 abitanti.
La moschea del villaggio beduino non riconosciuto di Umm al-Hiran (Foto: Yossi Gurvitz)
I
residenti del villaggio di Umm al-Hiran sono arrivati nel 1956 quando
sono stati costretti a spostarsi dall’esercito israeliano. Oggi, 58 anni
dopo, prendono l’acqua potabile da una cisterna fornita dall’Autorità
Israeliana per l’Acqua, che ha deciso di costruirla a otto chilometri
dal villaggio. In alternativa, i residenti possono prendere l’acqua
potabile da una famiglia che vive a quattro chilometri. Quest’ultima
opzione è complicata dal fatto che si sono create controversie tra gli
abitanti e la famiglia, che chiede un prezzo più alto di quello
dell’Autorità israeliana.
In
altre parole, sebbene lo Stato sia responsabile di fornire acqua
potabile direttamente e equamente a tutti i cittadini, i residenti del
villaggio possono o provvedere da soli andando a prendere l’acqua a otto
km di distanza, o vivere contando sulla disponibilità di una famiglia e
pagare l’acqua ad un prezzo maggiore degli altri cittadini. Nel
frattempo, la vicina comunità ebraica di Amos, che consiste di una sola
famiglia, è connessa alla rete idrica che raggiunge direttamente la loro
casa – come accade agli altri 30 insediamenti ebraici in Negev.
Venerdì,
la decisione della Corte Suprema ha posto fine a otto anni di battaglie
legali in diversi tribunali israeliani. Questa situazione non deriva
dalla mancanza di risorse naturali ma piuttosto dalla politica
intenzionale del governo che non vuole connettere alla rete idrica Umm
al-Hiran, e altri 90mila beduini che vivono nelle loro terre da secoli
in 34 villaggi non riconosciuti. Il governo ha reso chiaro che tale
politica è volta a costringere i beduini a lasciare le loro terre
negando loro i servizi. Obiettivo della politica di evacuazione è la
creazione di nuove città ebraiche nell’area e di zone industriali sotto
la giurisdizione delle cittadine ebraiche, oppure la mera forestazione
del deserto.
La
decisione della corte segue ad una precedenza sentenza del giugno 2006,
che riguardava la richiesta degli abitanti del villaggio di collegare
le proprie case alla rete idrica. All’epoca, la Corte Suprema stabilì
che il diritto all’acqua è parte del diritto costituzionale allo
standard minimo di vita, che è collegato al diritto alla dignità.
Tuttavia, la Corte stabilì che i cittadini che vivevano in villaggi non
riconosciuti non avevano diritto al collegamento alla rete idrica. La
corte ha quindi accettato la versione dello Stato per cui il rifiuto a
collegare i villaggi all’acqua dipende dal non riconoscimento del
villaggio e quindi dei suoi abitanti. Per questo non hanno diritto ad
avere alcun servizio, neppure quelli di base, come l’acqua,
l’elettricità, l’educazione e la salute.
Lo
Stato ha anche dichiarato al tribunale che se collegasse i villaggi non
riconosciuti alla rete idrica, “incoraggerebbe il fenomeno”, mentre
negando il diritto all’acqua creerebbe “un incentivo per i beduini a
spostarsi in cittadine create dallo Stato stesso” – ulteriore prova che
lo Stato utilizza la questione dell’acqua per fare pressioni sugli
abitanti perché evacuino le loro terre. La corte ha confermato che la
ragione di tale politica è adeguata e ragionevole.
Tuttavia,
la corte ha aggiunto che gli abitanti hanno diritto ad un accesso
minimo all’acqua, una risorsa essenziale, senza definire il significato
di “accesso minimo”. La sola eccezione che secondo la corte autorizza
alla connessione diretta alla rete idrica è “per speciali ragioni
umanitarie”. Dopo aver analizzato il caso di Umm al-Hiran, la corte non
ha stabilito se una cisterna a otto km di distanza dal villaggio
rispetta i criteri “accesso minimo” e ha deciso di girare il caso
all’Autorità dell’Acqua per un nuovo esame. Adalah ha fatto appello a
favore degli abitanti presso l’Autorità dell’Acqua perché riconsiderasse
la posizione della cisterna, più vicina al villaggio, ma l’appello è
stato rigettato.
La
conseguenza è stata il ritorno alla Corte Suprema. L’ultimo appello ha
portato alla nuova sentenza che ancora una volta ha giustificato la
politica del governo di “incoraggiare” i residenti a lasciare le proprie
terre e ha stabilito che le attuali circostanze garantiscono a
sufficienza i criteri di “accesso minimo” all’acqua.
Con
questa sentenza, la corte ha stabilito che lo Stato di diritto non si
applica ai cittadini beduini di Israele. Accettando la giustificazione
statale per cui negando l’acqua si forzerebbero i beduini a lasciare le
proprie terre e che i residenti hanno diritto ad un “accesso minimo”
all’acqua e non ad un “eguale accesso”, la corte israeliane ha
giustificato il rifiuto di connettere i villaggi alla rete dell’acqua
potabile come mezzo per spingere i beduini che non vogliono abbandonare
le proprie terre. Una sentenza che va a braccetto con il fatto che le
autorità israeliane rifiutano intenzionalmente di riconoscere i diritti
di proprietà delle terre ai beduini.
La
situazione che ne risulta è intollerabile per un Paese che si
autodefinisce una democrazia, ma tollerabile per un Paese che intende
mantenersi “Stato ebraico”. La corte ha rifiutato di riconoscere il
diritto di questo gruppo di cittadini ad un “eguale accesso” all’acqua,
insistendo per un “accesso minimo”. Ciò pone i cittadini beduini ad un
livello inferiore rispetto agli altri cittadini israeliani nella scala
dei diritti costituzionali.
Così
il sistema giudiziario rifiuta ufficialmente di dichiarare tali
cittadini uguali agli altri. Infine, creando un’eccezione basata su
“considerazioni umanitarie speciali” si sposta la questione dei diritti
beduini da un livello costituzionale a uno di diritti umani. Il contesto
umanitario si applica in caso di occupazione, come accade in
Cisgiordania. E in effetti la mentalità israeliana d’occupazione viene
applicata legalmente all’interno della Linea Verde e si pongono i
cittadini beduini sotto l’autorità di un potere occupante.
(tradotto a cura di AIC-Italia)
Commenti
Posta un commento