I pescatori di Gaza protestano in quanto Israele ha rotto l'impegno di sospendere gli attacchi
I pescatori di Gaza protestano in quanto Israele ha rotto l'impegno di sospendere gli attacchi.
di Joe Catron
“La
situazione per i pescatori è pessima – dice Mos’ad Bakez dal porto di
Gaza – Dobbiamo ancora affrontare ogni giorno la marina israeliana”.
Mos’ad è appena tornata dalla “flotilla” che ha trascorso la mattinata
lungo la costa del Mediterraneo, dal porto di Beit Lahiya a Gaza City.
Il pescatore e attivista Zakaria Baker, a destra (Foto: Joe Catron)
Il pescatore e attivista Zakaria Baker, a destra (Foto: Joe Catron)
Oltre
50 imbarcazioni, la flotilla era parte della campagna contro gli
attacchi della marina israeliana ai pescatori palestinesi e per chiedere
che Israele rilasci 36 navi da pesca sequestrate. La protesta è stata
organizzata dall’Union of Agricultural Work Committees (UAWC) e ha
seguito una serie di azioni da parte della stessa associazione, parte
della giornata mondiale per il boicottaggio delle compagnie agricole
israeliane.
Per
le centinaia di pescatori che hanno passato la mattinata in mare
insieme ad attivisti internazionali e telecamere delle tv, l’azione è
stata un caso raro: si sono sentiti sicuri in mare.
Israele
si è impegnato, il 21 novembre scorso, nell’accordo di cessate il fuoco
firmato con i gruppi di resistenza palestinesi, a “fermare tutte le
ostilità contro la Striscia di gaza, via terra, via mare e via aria,
comprese le incursioni e le aggressioni individuali” e a “evitare le
restrizioni al movimento per i residenti e gli attacchi nelle zone di
confine”.
Il
giorno dopo la tregua firmata al Ciaro, il governo de facto di Hamas a
Gaza ha annunciato l’espansione del limite di pesca imposto da Israele
di altre tre miglia nautiche, fino ad arrivare a sei miglia nautiche
dalla costa.
Violazione dell’accordo di cessate il fuoco
Ma
gli attacchi ai pescatori sono subito ripresi. Secondo Zakaria Baker,
un altro pescatore che lavora per i cinque comitati locali dell’UAWC
nella Strisica, Israele dal 21 novembre ha sequestrato nove barche. “Ne
hanno prese di più di quante ne hanno sequestrate tra il 1994 e il
2005”, dice, aggiungendo che dalla tregua almeno cinque navi sono state
attaccate dal fuoco israeliano e tre pescatori sono stati feriti.
“Sono
stato ferito quando due navi da guerra israeliane si sono avvicinate
alla mia barca il 17 dicembre – racconta Mos’ad Baker – Una mi ha girato
intorno, mentre l’altra apriva il fuoco”. Una pallottola lo ha colpito
alla coscia sinistra. “Poi mi hanno arrestato e hanno confiscato la mia
barca, che ora è nel porto di Ashdod (in Israele, ndr).
Zakaria
Baker spiega che dal momento del cessate il fuoco, la maggior parte
delle barche che Israele ha preso di mira si trovavano entro le sei
miglia nautiche dalla costa, che Israele ha unilateralmente dichiarato
aperte alla pesca, ma altre navi si trovavano a Nord di Gaza, lungo il
campo profughi di Al-Shati, dove la famiglia di Mos’ad vive. Israele ha
garantito all’agenzia Onu OCHA che i pescatori possono pescare a Nord di
Gaza entro le 1.5 miglia nautiche senza problemi. Ma secondo Zakaria
Baker, le miglia tra il confine con Israele e il campo sono ora le più
pericolose: “Gli israeliani cercano di restringere il limite nel campo
di Al-Shati. Vogliono spingere via i pescatori così da muovere
ulteriormente il confine”.
La
famiglia Baker è formato per lo più da pescatori, per cui gli attacchi
della marina israeliana la colpiscono duramente: “Tre altre navi della
nostra famiglia sono state confiscate – spiega Mos’ad – Sono tutte ad
Ashdod. Tre miei nipoti sono stati arrestati in mare”.
Le navi non tornano
Le
limitazioni e le minacce contro i pescatori hanno spinto molti
palestinesi a lasciare la professione, mentre chi resta si impoverisce.
Un rapporto del 2010 dell’OCHA riporta che i pescatori registrati sono
passati dai 10mila del 2000 – prima che Israele imponesse le restrizioni
– a 3.500 di oggi.
Lo
stesso documento stima che cinque anni di assedio sono costati ai
pescatori 7.041 tonnellate di pesce e 26,5 milioni di dollari di
guadagno. E raramente Israele restituisce le navi che sequestra: “Cinque
navi sono state riconsegnate l’anno scorso – dice Zakaria Bajker – ma
senza i motori, il sistema GPS e le reti. Solo gli scheletri delle navi
sono tornati indietro. E ogni pescatore deve pagare 600 shekel (circa
120 euro) per riavere indietro la nave. Avevano poi detto che avrebbero
riconsegnato altre due navi ma dietro condizioni che i pescatori non
possono accettare: la prima, i pescatori devono pagare per il tempo che
la nave è stata nel porto di Ashdod; la seconda, seguire gli ordini
dell’esercito israeliano; la terza, nel caso di successivo sequestro, i
pescatori accettano di perdere la barca per sempre. La quarta: se il
motore della barca supera i 25 cavalli, gli israeliani hanno il diritto
di fare ciò che vogliono, compreso aprire il fuoco contro i pescatori a
bordo”.
Routine
Nell’agosto
2011, otto pescatori rifiutarono di pagare per riavere indietro le
barche, prive dei motori e dell’equipaggiamento, sotto simili
condizioni. Adalah e Al Mezan, due organizzazioni palestinesi per i
diritti umani coinvolte nel loro caso, scrissero che “la confisca delle
barche e le condizioni imposte dalla marina israeliana costituiscono una
grave violazione dei diritti di residenti di Gaza sia per la legge
interna israeliana che per quella internazionale”.
Ma
per Zakaria Baker e gli altri pescatori, i crimini che subiscono sono
la routine. “La violenza israeliana contro i pescatori palestinesi non
solo continua, ma aumenta – dice Zakaria – Gli attacchi possono avvenire
solo grazie al silenzio della comunità internazionale. La nostra azione
di oggi è un appello al sostegno globale per porre fine a tale
situazione e costringere Israele a riconsegnare le barche”.
(tradotto a cura di Palestina Rossa)
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