GERUSALEMME - «Le parole di Obama al popolo israeliano sono state
alte, ispirate, ha saputo parlare davvero al cuore degli israeliani
come un amico. Ci ha detto con sincerità che finché i palestinesi non
avranno uno Stato, anche noi non avremo quietee soprattutto non avremo
futuro». David Grossman, lo scrittore israeliano punto di riferimento
per una generazione che alla pace in Terrasanta non ha smesso mai di
credere, è convinto che il presiedente americano in questo suo viaggio
abbia fugato ogni dubbio sul forte legame che gli Usa hanno con
Israele. «È come un vero amico», dice lo scrittore, «ci ha parlato al
cuore, perché noi ebrei per le nostre tragiche esperienze passate,
siamo estremamente sospettosi su ogni speranza, cerchiamo sempre di
scoprire dove sta la trappola. Poi, in questi due giorni, abbiamo
percepito un' altra possibilità: la cui bellezza non sta nell' happy
end di stile hollywoodiano ma nel suo realismo». Missione compiuta
allora per il presidente americano? «Si, ha preso la consueta immagine
che hanno gli israeliani della loro situazione per dargli
improvvisamente un significato ottimista, mostrando che possiamo non
essere vittime della nostra complicata situazione in Medio Oriente, ma
possiamo rimodellarci su questa situazione e creare una nuova realtà».
C' erano molti dubbi sull' accoglienza che sarebbe stata riservata al
presidente americano, perché la destra israeliana nonostante i generosi
aiuti finanziari e militari, non lo ha mai percepito come un amico,
anzi. «Obama ha messo finalmente gli israeliani di fronte a uno
specchio, specie coloro che preferiscono non vedere che per quanto
democratico sia il nostro Paese, nei Territori palestinesi occupati
manteniamo un regime che si avvicina molto a quello dell' Apartheid. Ci
ha detto che così non può continuare e che finché loro non avranno uno
Stato non ci sarà quiete, non ci sarà futuro. Non sono cose nuove, io
e i miei amici lo diciamo da trenta anni, ma è diverso quando le
ascolti dalla bocca del leader della più grande potenza mondiale». È
stato come essere svegliati da uno strano torpore? «Si. Israele è
davvero un Paese che si trova in una situazione strana e per certi
versi incomprensibile. Da un lato è un paese pieno di vita,
effervescente, creativo, pieno di idee e di startup in ogni campo.
Dall' altroè un Paese in coma da 45 anni, perché incapace di guardare
negli occhi la realtà che crea ogni giorno nei Territori occupati e che
lo fa precipitare nel disastro». Lei crede che questa visita di Obama
abbia fatto breccia anche in quella destra israeliana che lo
rappresentava con la kefiah in testa e calcava l' accento sul padre
musulmano? «All' International Convention Center, dove ha parlato, c'
erano molti appartenenti alla destra così come al ricevimento dal
presidente Peres. Eppure ho sentito dire da più persone: "Dobbiamo
ascoltarlo, è un sostenitore di Israele". Certo l' estrema destra e i
coloni vedono in lui quello che forse quello che porterà al ritiro
dalla Cisgiordania, ma come dimostrano le recenti elezioni l' opinione
pubblica è composta da un grande centro e da una destra moderata. La
corrente centrale di questa opinione pubblica mostra di essersi
stancata del conflitto con i palestinesi, non sa ancora come risolverlo
ma se qualcuno le suggerisse una soluzione,è molto probabile che l'
adotterebbe». C' è stato molto entusiasmo al discorso al Convention
Center... «Si, lì ha detto una cosa fondamentale quando ha invitato
tutti a "vedere la realtà con gli occhi dei palestinesi". E' quasi un
capovolgimento di quello che in Israele viene considerato il "codice
dei combattenti", cioè "guardare il nemico nel bianco degli occhi",
per dire che solo chi ha combattuto il nemico facciaa faccia ha il
diritto di essere un leader in Israele. Ed ecco che Obama arriva e ci
esorta a guardare la realtà attraverso gli occhi del nostro nemico, a
compiere un capovolgimento emotivo». Adesso che il presidente Obama è
partito cosa accadrà? «Nessuno può sapere se Netanyahu riuscirà a
perdere l' occasione offerta da questa nuova speranza creata da Obama o
se il presidente sarà abbastanza forte da spingere Netanyahu e Abu
Mazen a tornare a trattare. Ma per un paio di giorni abbiamo percepito
un altro spirito, un' altra possibilità. Ci è stata presentata una
nuova via da percorrere con l' appoggio di un sincero amico, sarebbe
certamente una follia non tentare». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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