Con armi elettriche e cartelli le donne dell’Egitto reagiscono al sessismo


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Women-Egypt5-rouelshimi-320x400Con  armi elettriche  e cartelli le donne dell’Egitto reagiscono al sessismo
 Di Laurie Pennie

26 febbbraio 2013
“Le giovani libereranno l’Egitto!” Una ragazza con un velo azzurro chiaro sta urlando e 300 donne gridano a loro volta le stesse parole fuori della moschea Sayyida Zeinab al centro del Cairo. Dietro le porte della moschea, uomini con lunghi mantelli fissano la folla che aumenta di continuo, gridando  insulti con voce ringhiosa a chiunque si avvicini, ma anche curiosi. “Questi uomini, hanno subito il lavaggio del cervello,” dice Fawzia, 68 anni, un ingegnere in pensione. “Sono arrabbiata, devastata. Sono andata molte volte a Piazza Tahrir, facendo del mio meglio per essere di aiuto.”

“Vogliono che le donne stiano a casa.  Voglio vedere la libertà.”
Per le donne egiziane, la libertà dall’oppressione sessista e la libertà dall’oppressione dello stato sono parte della stessa battaglia. Adesso è pericoloso per le donne e le ragazze uscire da sole senza      subiusre assalti sessuali e fisici da folle di uomini, dalla polizia armata, o da entrambi. La notizia che viene raccontata dalla maggior parte della stampa occidentale  è che la rivoluzione dell’Egitto è stata “rovinata” o “macchiata” da questa pandemia di misoginia violenta – però a livello di piazza, succede qualche altra cosa.  Il problema è: di chi è quindi questa rivoluzione?
Prima di arrivare alla dimostrazione delle donne, hanno detto alle mie amiche e  a me di indossare cinture pesanti, pantaloni ampi e vari strati di vestiti, per far sì che fosse il più difficile possibile che gli assalitori ficcassero le mani nei nostri vestiti.
Rana e Gina, due giovani studentesse, che hanno fatto parte della rivoluzione fin dal 2011, e hanno sperimentato molestie sessuali, reggono dei cartelli in cui si chiede che i passanti riconoscano che esiste il sessismo. “Non ci vogliono  nella rivoluzione. Noi però siamo qui e nessuno può cacciarci via stuprandoci, facendo in modo che le donne abbiano paura di uscire dalle loro case,” dice Rana. “Siamo stufe. La polizia non ci ascolta. [Dicono]:Portate vestiti non adatti, vi meritate di essere violentate.  “Siamo qui per dire che non abbiamo paura.”
Gina è più piccola, i capelli tinti di rosso acceso vengono fuori dal suo cappuccio, la voce è rauca per la  rabbia mentre descrive i molteplici assalti che ha sofferto.  “E’ come se qualcuno ti prendesse l’anima,” mi dice. “Senti di volerti uccidere. E’ come se qualcuno ti picchiasse e ogni volta che ti riprendi ti picchiano di nuovo. Non sono soltanto molestie sessuali – ti picchiano, ti tirano i capelli, ti dicono parole terribili, ti chiamano donnaccia, ti chiamano prostituta.”
Quando inizia la dimostrazione, le donne agitano in aria dei coltelli, insieme ad altre armi nuove, bastoni, cucchiai di legno, sbucciapatate, strumenti ammorbidire la carne – come se uscissero in massa dalle cucine del Cairo pronte ad ammorbidire l’inferno di questo stato di polizia patriarcale.
L’Egitto ha tollerato una cultura misogina per molte generazioni. L’anno scorso c’è però stato un cambiamento di  stato d’animo.  Le donne di tutte le estrazioni sociali hanno paura di uscire nelle strade, sia che dimostrino per abbattere il governo o che facciano un salto in un negozio  a comprare mezzo litro di latte. Perfino Piazza Tahrir, che rappresenta il  cuore politico della nazione, è diventata quasi del tutto intransitabile per una donna che non abbia una numero considerevole di accompagnatori.
Uno dei gruppi che reagiscono è denominato Op-AntiSH – pronunciato “Oppantish” che sta per: Operazione contro le molestie sessuali (Operation Anti Sexual Harassement) – una gruppo di volontari, alcuni di loro uomini e molti di loro donne, che sono state violentate e aggredite. L’Op-antiSH  ferma fisicamente le aggressioni a Piazza Tahrir e nelle zone circostanti, usando armi elettriche, vernice spray, pugni, forza, bastoni, qualsiasi cosa su cui possano mettere le mani per proteggere le donne dagli “attacchi della folla”. Si dividono in squadre  operative con compiti specifici: alcuni per chiamare i soccorritori sul luogo dove è avvenuta l’aggressione, alcuni per prendere la vittima e portarla al sicuro, alcuni per distribuire il contenuto di pacchi per l’emergenza che contengono vestiti di riserva, acqua e coperte. Dipende tutto da loro perché la polizia si  preoccupa molto di più di attaccare i dimostranti che di  proteggere le donne.
In un appartamento sopra Piazza Tahrir, dopo la preghiera del venerdì, gli attivisti di Op-AntiSH     si organizzano in squadre per dirigersi verso i luoghi  delle proteste. “Il cambiamento significativo è nel modo in cui le donne considerano il problema,” dice Reem Labib, un membro dell’OpAnti-SH. “Siamo state violate e non ci faranno stare zitte. Non lo ho mai considerato così prima. C’è sempre stata questa barriera di vergogna e di paura.
“Crediamo che una grossa parte di  questa folla sia organizzata – le aggressioni sessuali sono sempre state uno dei mezzi usati dallo stato per intimorire le donne. Anche così, però, conta ancora sul problema più profondo della società,” dice Tarsi, una portavoce dell’OpAntiSH nel cui appartamento ci troviamo.  Prepara il tè per le donne con psicosi traumatica e per gli uomini  che si infilano le magliette del loro gruppo per uscire e rischiare di nuovo la vita nella piazza il cui nome significa libertà. Questi sette amici, studenti e volontari  in jeans combattono una vera guerra, una guerra per l’anima della loro rivoluzione e anche per la vita delle donne nelle strade del Cairo.
L’Egitto è l’unico paese dove le donne  sostengono il peso maggiore  della frustrazione sociale e della rabbia pubblica, ma le donne egiziane e chi sta dalla loro parte hanno compreso ciò che il resto del mondo finora non è riuscito ad afferrare – che il progresso sociale significativo non può escludere le donne. I giornalisti occidentali che usano la pandemia di  aggressioni sessuali per sottintendere che l’Egitto per un qualche motivo non è pronto al cambiamento di regime, che gli uomini egiziani sono fuori controllo, fondamentalmente hanno frainteso che cosa è la rivoluzione, e che cosa può essere.
“La domanda è: la rivoluzione di chi?” dice Amr Gharbeia, uno dei tanti giovani volontari  di OpAntiSh.” Secondo i conservatori la rivoluzione è stata vittoriosa – li ha messi al potere. Per alcune persone, si ferma semplicemente a un po’ più di libertà. Per alcuni, però, la rivoluzione  deve andare oltre – deve includere la libertà per le donne.”


Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/with-tasers-and-placards-the-women-of-egypt-are-fighting-back-against-sexism-by-laurie-penny
Originale: New Statesman
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0
/www.mondo-softair.it/prodotti/difesa-personale/taser/1374-torcia-con-dissuasore-el

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