Amira Hass : Perchè non è ancora esplosa una terza intifada tra i palestinesi?
Haaretz.com
27.02.2013http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/why-hasn-t-a-third-intifada-broken-out-yet-among-the-palestinians.premium-1.506112
27.02.2013http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/why-hasn-t-a-third-intifada-broken-out-yet-among-the-palestinians.premium-1.506112
Perché non è ancora esplosa una terza intifada tra i palestinesi?
I
palestinesi non hanno goduto la tranquillità che gli israeliani hanno
sperimentato negli ultimi tre mesi, ma la mancanza di fiducia nei propri
leader fa stare la maggior parte di loro a casa.
di Amira Hass
La
questione che è stata sollevata frequentemente nel corso degli ultimi
giorni - gli scontri di questa settimana fanno presagire una terza
Intifada? - è stata posta da un ristretto punto di vista militare
israeliano. Si tratta di una prospettiva che accetta il controllo
israeliano sui palestinesi come l'ordine naturale delle cose, un ordine
in cui i palestinesi disturbano. Dovremmo rivoltare la questione alla
sua testa: come è possibile che la terza intifada non sia ancora
scoppiata?E' la ristretta prospettiva israeliana che ha spinto gli esperti locali a chiedersi se il razzo sparato da Gaza martedì presagisca un cambiamento, ponendo fine a tre mesi di quiete al confine con Gaza. Frammentare la questione in questo modo comporta il fingere di ignorare che questi non sono stati mesi tranquilli per i residenti della Striscia di Gaza. In questo periodo, le Forze di Difesa di Israele hanno continuato a sparare sui civili palestinesi: pescatori, contadini, raccoglitori di rottami ai confini della Striscia. Alcuni sono stati feriti, mentre altri sono stati arrestati - in primo luogo i pescatori e ad alcuni di loro sono state sequestrate le barche da pesca.
Come
a Gaza, lo stesso accade anche in Cisgiordania. Anche quando i
palestinesi non sono alla ricerca di un confronto con i soldati
dell'IDF, la tranquillità non prevale e l'atmosfera serena non è
l'ordine naturale delle cose.
Il
dipartimento per le trattative dell'Organizzazione per la Liberazione
della Palestina monitora quotidianamente i fatti che sembrano dipendere
dall'occupazione. Ogni giorno pubblica tra i 150 e i 200 incidenti di
questo tipo, che sono registrati da parte delle forze di sicurezza
palestinesi e vari gruppi civili. Anche quando non vi sono feriti o
morti, questa lista include sempre spari delle Forze di difese
israeliane, molestie da parte dei coloni, incursioni dell'esercito in
villaggi o città, demolizioni di case, sequestri di case per scopi
militari, arresti, posti di blocco mobili e strade bloccate.
L'elenco
giornaliero non comprende i casi di umiliazione ai checkpoint che
portano in Israele o le situazioni in cui Israele impedisce ai
palestinesi di lasciare Gaza o la Cisgiordania. Né esamina la vita
all'ombra dell’occupazione di terra per un vicino insediamento o del
muro di separazione, le restrizioni finanziarie, le ore di attesa negli
uffici dell'Amministrazione Civile, i risultati della negligenza
comunale a Gerusalemme Est, le relazioni degli interrogatori dello Shin
Bet nelle varie strutture del servizio di sicurezza o le decisioni
sommarie dei tribunali militari israeliani.
Quando
i sentimenti di rabbia e frustrazione sono presi in considerazione, ciò
che è sorprendente è che queste emozioni non scoppino e spazzino via la
maggior parte della popolazione palestinese. E' vero che il presidente
dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e le sue forze di sicurezza sono
preoccupati per una nuova intifada - in particolare una che venga
portata avanti da militanti armati, come è accaduto nella seconda
intifada -, ma questo non spiega la moderazione pan-palestinese.
Nonostante
l'impressione che emerge dall’esperienza israeliana, i palestinesi non
sono solo pedine dei loro capi che o attaccano i soldati dell'IDF o si
astengono dal farlo in base agli ordini ricevuti. Ciò che sorprende
delle manifestazioni a sostegno degli prigionieri palestinesi in
sciopero della fame non sono le centinaia di persone che vi hanno preso
parte, ma le centinaia di migliaia di persone che hanno tutte le ragioni
per marciare contro coloro che simboleggiano la potenza occupante e non
lo hanno fatto.
Le
vittime e le sofferenze che hanno fatto parte dei moti precedenti, e il
moto in cui Israele le ha represse, non ha prodotto i cambiamenti
desiderati. Al contrario, ci sono molti che dicono che ognuna delle
precedenti intifade ha portato i palestinesi ad una situazione peggiore.
Ma fallimento passato non è una ragione sufficiente per non dare una
chance ad una terza intifada.
Uno
dei principali motivi del fatto che i palestinesi devono ancora
iniziarla è una mancanza di fiducia nella leadership palestinese - che
si tratti di Fatah, alcuni dei cui dirigenti chiedono manifestazioni di
protesta mentre altri chiedono di pazientare attenzione, o Hamas, che,
pure, parla a due voci: quella del cessate il fuoco, della
stabilizzazione e dello sviluppo quando si tratta di Gaza, e quella di
una guerra quando si tratta di qualsiasi altro luogo.
Negli
ultimi due mesi, dopo l'euforia su quella che è stata descritta come
una vittoria palestinese in Pillar of Defense e la luna di miele degli
incontri tra Hamas e Fatah, i portavoce di entrambi i movimenti sono
ancora una volta impegnati in schermaglie verbali su chi sia il
responsabile della mancanza di progressi nei colloqui di riconciliazione
palestinese.
C’è
sta qualche disputa pubblica su questo argomento durante il fine
settimana, quando l’ufficiale di Hamas Abdel Aziz Dweik ha sminuito le
conquiste di Fatah. E al funerale di Arafat Jaradat, il detenuto
palestinese che è morto sabato durante un interrogatorio dello Shin Bet,
sostenitori di Hamas hanno disturbato l'oratore che avrebbe dovuto
rappresentare di tutti i movimenti politici palestinesi: l’ufficiale di
Fatah Abbas Zaki, che proviene dallo stesso villaggio di Jaradat .
Attivisti di Fatah sono stati inviati a portare il megafono lontano dai
disturbatori durante il funerale.
La
conclusione prevalente è che la leadership di entrambi i movimenti è
più interessata a mantenere la propria egemonia cha a lavorare realmente
per sbarazzarsi del governo duale o sanare la frattura che mina la
capacità di costruire una strategia unitaria contro l'occupazione. E
nuovi leader, insieme a nuove o variabili organizzazioni, stanno
prendendo il loro tempo a creare e generare entusiasmo.
In
un primo momento, le rivoluzioni della primavera araba hanno creato
ottimismo fra i palestinesi, insieme all’intensificazione degli sforzi
per svolgere azioni dirette. Il presupposto era che i governi che
avevano avuto rapporti relativamente buoni con Israele fossero stati
rovesciati o lo sarebbero stati a breve, cambiando così rapidamente
l'equilibrio di potere nella regione. Nel frattempo, i palestinesi si
sono resi conto che i Fratelli Musulmani e i ribelli siriani hanno
operato con l'appoggio americano e che i paesi vicini erano occupati con
i travagli della rivoluzione e della controrivoluzione e non erano
ancora pronti a cambiare le loro relazioni con Israele. La conclusione,
allora, è stata che è necessario continuare a trattenersi.
(tradotto da barbara gagliardiper l'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)
(tradotto da barbara gagliardiper l'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

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