Amira Hass : Perchè non è ancora esplosa una terza intifada tra i palestinesi?





Perché non è ancora esplosa una terza intifada tra i palestinesi?
I palestinesi non hanno goduto la tranquillità che gli israeliani hanno sperimentato negli ultimi tre mesi, ma la mancanza di fiducia nei propri leader fa stare la maggior parte di loro a casa.
di Amira Hass
La questione che è stata sollevata frequentemente nel corso degli ultimi giorni - gli scontri di questa settimana fanno presagire una terza Intifada? - è stata posta da un ristretto punto di vista militare israeliano. Si tratta di una prospettiva che accetta il controllo israeliano sui palestinesi come l'ordine naturale delle cose, un ordine in cui i palestinesi disturbano. Dovremmo rivoltare la questione alla sua testa: come è possibile che la terza intifada non sia ancora scoppiata?
E' la ristretta prospettiva israeliana che ha spinto gli esperti locali a chiedersi se il razzo sparato da Gaza martedì presagisca un cambiamento, ponendo fine a tre mesi di quiete al confine con Gaza. Frammentare la questione in questo modo comporta il fingere di ignorare che questi non sono stati mesi tranquilli per i residenti della Striscia di Gaza. In questo periodo, le Forze di Difesa di Israele hanno continuato a sparare sui civili palestinesi: pescatori, contadini, raccoglitori di rottami ai confini della Striscia. Alcuni sono stati feriti, mentre altri sono stati arrestati - in primo luogo i pescatori e ad alcuni di loro sono state sequestrate le barche da pesca. 
Come a Gaza, lo stesso accade anche in Cisgiordania. Anche quando i palestinesi non sono alla ricerca di un confronto con i soldati dell'IDF, la tranquillità non prevale e l'atmosfera serena non è l'ordine naturale delle cose. 
Il dipartimento per le trattative dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina monitora quotidianamente i fatti che sembrano dipendere dall'occupazione. Ogni giorno pubblica tra i 150 e i 200 incidenti di questo tipo, che sono registrati da parte delle forze di sicurezza palestinesi e vari gruppi civili. Anche quando non vi sono feriti o morti, questa lista include sempre spari delle Forze di difese israeliane, molestie da parte dei coloni, incursioni dell'esercito in villaggi o città, demolizioni di case, sequestri di case per scopi militari, arresti, posti di blocco mobili e strade bloccate. 
L'elenco giornaliero non comprende i casi di umiliazione ai checkpoint che portano in Israele o le situazioni in cui Israele impedisce ai palestinesi di lasciare Gaza o la Cisgiordania. Né esamina la vita all'ombra dell’occupazione di terra per un vicino insediamento o del muro di separazione, le restrizioni finanziarie, le ore di attesa negli uffici dell'Amministrazione Civile, i risultati della negligenza comunale a Gerusalemme Est, le relazioni degli interrogatori dello Shin Bet nelle varie strutture del servizio di sicurezza o le decisioni sommarie dei tribunali militari israeliani. 
Quando i sentimenti di rabbia e frustrazione sono presi in considerazione, ciò che è sorprendente è che queste emozioni non scoppino e spazzino via la maggior parte della popolazione palestinese. E' vero che il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e le sue forze di sicurezza sono preoccupati per una nuova intifada - in particolare una che venga portata avanti da militanti armati, come è accaduto nella seconda intifada -, ma questo non spiega la moderazione pan-palestinese. 
Nonostante l'impressione che emerge dall’esperienza israeliana, i palestinesi non sono solo pedine dei loro capi che o attaccano i soldati dell'IDF o si astengono dal farlo in base agli ordini ricevuti. Ciò che sorprende delle manifestazioni a sostegno degli prigionieri palestinesi in sciopero della fame non sono le centinaia di persone che vi hanno preso parte, ma le centinaia di migliaia di persone che hanno tutte le ragioni per marciare contro coloro che simboleggiano la potenza occupante e non lo hanno fatto. 
Le vittime e le sofferenze che hanno fatto parte dei moti precedenti, e il moto in cui Israele le ha represse, non ha prodotto i cambiamenti desiderati. Al contrario, ci sono molti che dicono che ognuna delle precedenti intifade ha portato i palestinesi ad una situazione peggiore. Ma fallimento passato non è una ragione sufficiente per non dare una chance ad una terza intifada. 
Uno dei principali motivi del fatto che i palestinesi devono ancora iniziarla è una mancanza di fiducia nella leadership palestinese - che si tratti di Fatah, alcuni dei cui dirigenti chiedono manifestazioni di protesta mentre altri chiedono di pazientare attenzione, o Hamas, che, pure, parla a due voci: quella del cessate il fuoco, della stabilizzazione e dello sviluppo quando si tratta di Gaza, e quella di una guerra quando si tratta di qualsiasi altro luogo. 
Negli ultimi due mesi, dopo l'euforia su quella che è stata descritta come una vittoria palestinese in Pillar of Defense e la luna di miele degli incontri tra Hamas e Fatah, i portavoce di entrambi i movimenti sono ancora una volta impegnati in schermaglie verbali su chi sia il responsabile della mancanza di progressi nei colloqui di riconciliazione palestinese. 
C’è sta qualche disputa pubblica su questo argomento durante il fine settimana, quando l’ufficiale di Hamas Abdel Aziz Dweik ha sminuito le conquiste di Fatah. E al funerale di Arafat Jaradat, il detenuto palestinese che è morto sabato durante un interrogatorio dello Shin Bet, sostenitori di Hamas hanno disturbato l'oratore che avrebbe dovuto rappresentare di tutti i movimenti politici palestinesi: l’ufficiale di Fatah Abbas Zaki, che proviene dallo stesso villaggio di Jaradat . Attivisti di Fatah sono stati inviati a portare il megafono lontano dai disturbatori durante il funerale. 
La conclusione prevalente è che la leadership di entrambi i movimenti è più interessata a mantenere la propria egemonia cha a lavorare realmente per sbarazzarsi del governo duale o sanare la frattura che mina la capacità di costruire una strategia unitaria contro l'occupazione. E nuovi leader, insieme a nuove o variabili organizzazioni, stanno prendendo il loro tempo a creare e generare entusiasmo. 
In un primo momento, le rivoluzioni della primavera araba hanno creato ottimismo fra i palestinesi, insieme all’intensificazione degli sforzi per svolgere azioni dirette. Il presupposto era che i governi che avevano avuto rapporti relativamente buoni con Israele fossero stati rovesciati o lo sarebbero stati a breve, cambiando così rapidamente l'equilibrio di potere nella regione. Nel frattempo, i palestinesi si sono resi conto che i Fratelli Musulmani e i ribelli siriani hanno operato con l'appoggio americano e che i paesi vicini erano occupati con i travagli della rivoluzione e della controrivoluzione e non erano ancora pronti a cambiare le loro relazioni con Israele. La conclusione, allora, è stata che è necessario continuare a trattenersi.

(tradotto da barbara gagliardi
per l'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus) 

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