Rafeef Ziadeh: "Resistenza è lotta della gente comune per la giustizia

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di Teresa Lamas 
Rafeef Ziadeh è una poeta, attrice e attivista palestinese per i diritti del suo popolo. Viaggia spesso per recitare le sue poesie e inviare un messaggio: il cambiamento può avvenire in Palestina e nel mondo se la gente si impegnerà per questo. In questa intervista, Rafeef discute del ruolo della cultura nella liberazione, le sue fonti di ispirazione e l’importanza della campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele.


Come hai cominciato a partecipare alla lotta palestinese attraverso la poesia?
È difficile dire cosa è arrivato prima, se la poesia o la politica, perché quando nasci rifugiata palestinese sei già immersa in una situazione molto politica. Così la mia poesia rappresenta la situazione in cui sono nata, quella di una rifugiata palestinese in Libano, esiliata, vittima della pulizia etnica della Palestina e che aspetta in un campo profughi di tornare a casa.
Non riesco a scrivere al di fuori della realtà, perché mi circonda. Nell’arte in genere, la cultura palestinese è sotto attacco dalla creazione dello Stato di Israele. Dicono: il tuo popolo non esiste, la tua cultura non esiste. Così usare la cultura come mezzo di affermazione della nostra identità è veramente potente. Per me, usare la mia voce non significa solo scrivere poesie ma affermare la nostra identità di palestinesi.

Come i rifugiati palestinesi costruiscono la loro identità in esilio?
C’è una cosa che i rifugiati palestinesi ripetono sempre: non siamo più in Palestina, ma la Palestina è dentro di noi. Lo facciamo attraverso il nostro esilio – e molti di noi non sono rifugiati solo del 1948, ma anche del 1967. Poi alcuni di noi sono dovuti fuggire dall’Iraq e ora dalla Siria. Quindi non stiamo più parlando di un solo esilio, ma di un esilio sopra un altro esilio, sopra un altro esilio. E penso che in qualche modo la distanza geografica cominci a contare sempre di meno, perché l’idea di Palestina non è qualcosa di fisico, ma è la giustizia della causa. Per questo parliamo di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni per parlare di libertà, giustizia e uguaglianza, non solo per la Palestina, ma per il mondo intero: giustizia economica e sociale.
Questa idea della giustizia non è relegata geograficamente ad un luogo, è un valore molto più profondo. La maggior parte dei rifugiati palestinesi attraverso la tradizione morale, soprattutto narrate da madri e none, sono in grado di sentire la Palestina, di sentirne l’odore, di comprenderla pur non avendola mai vista. Abbiamo capito che questo è il potere di connessione dei palestinesi alla Palestina.

Nel tuo lavoro di poeta e attivista, da cosa trai ispirazione?
Gli ultimi due anni sono stati molto intensi, in tutto il mondo. Di sicuro le rivoluzioni arabe sono state momenti importanti per me perché penso che abbiamo finalmente fatto sentire la nostra voce e abbiamo reclamato i nostri spazi geografici. Per anni ci è stato detto: voi arabi non capite la democrazia, non la volete, la vostra cultura non funziona con la democrazia. Per una volta, abbiamo mostrato al mondo com’è nella pratica la democrazia. Ciò non significa che abbiamo risolto la questione o che ora abbiamo creato la società perfetta. Ma almeno, c’è stato un momento in cui la nostra voce è stata ascoltata. Ciò è stato di grande ispirazione.
Anche le manifestazioni di giovani dalla Grecia alla Catalogna e al resto d’Europa, il movimento Occupy, tutto questo è stato fonte di ispirazione, sono momenti di speranza. So che ci sono persone frustrate e arrabbiate perché proseguiamo senza fare la differenza. Non riusciamo a fermare i tagli, ma siamo molto più organizzati di 5 o 10 anni fa quando non combattevamo nemmeno per un’alternativa. Ora stiamo discutendo e per me è fondamentale. È in questi momenti che trovo creatività e bellezza.

Puoi parlare di “Culrivate Hope”, il pezzo teatrale che hai preparato in sostegno di Hana Shalabi, quando si trovava in sciopero della fame in una prigione israeliana?
Il pezzo su Hana Shalabi è giunto in un momento molto personale. La gente continuava a parlare del suo cuore come fosse un oggetto. Ogni volta che leggevo le news, la gente si chiedeva se il suo cuore avrebbe retto lo stress, come fosse solo un muscolo in un corpo. Ma allo stesso tempo, ogni palestinese e ogni arabo guardava agli scioperi della fame e il muscolo cardiaco non era più solo un muscolo, era ciò che teneva in piedi la speranza di resistere, la disobbedienza civile in prigione.
Qui stiamo parlando di prigionieri dentro una prigione dentro un prigione. La Cisgiordania è una grande prigione, c’è un muro che la circonda, e Gaza è lo stesso. Stiamo parlando di prigionieri in una prigione dentro una prigione che resistono e dicono: No, non lo accettiamo. Così, ho voluto dire al mondo che questi cuori oggi ci e tengono in piedi e noi non siamo solo ispirati da loro, noi siamo loro. Così è nata la poesia su Hana Shalabi.
Per lungo tempo ho lavorato sulla questione dei prigionieri politici palestinesi, i miei primi lavori erano su di loro perché penso che ogni movimento di liberazione ha i suoi prigionieri politici e, se non li difendi, allora non puoi costruire un movimento. Quello a cui dobbiamo pensare ora in termini di attivismo è che queste cose non finiscono quando finisce uno sciopero della fame. Abbiamo ancora prigionieri politici, sono ancora detenuti, torturati. Israele arresta ancora i bambini e li tortura, per questo non possiamo tornare alla nostra vita normale perché non sono più sui giornali. La lotta deve continuare.

Qual è il potenziale di creatività nella lotta per la liberazione e, più nello specifico, nella resistenza palestinese?
Penso che se si guarda ad ogni lotta di liberazione o battaglie per la giustizia sociale, quello che ricordiamo è la musica, le canzoni, i luoghi. Da qualche parte, abbiamo dimenticato che l’arte, la poesia e la musica sono il cuore della lotta, non un semplice corredo. Sfortunatamente oggi si va a molti eventi e si assiste ad un incontro con sei invitati che parlano alla gente. E poi, forse, alla fine si assiste ad una performance culturale di 15 minuti, perché qualcuno si è ricordato: “Oh, abbiamo bisogno di un po’ di cultura”.
La cultura è il cuore della lotta e dobbiamo portarla in mezzo all’organizzazione delle azioni. Nella cultura palestinese, molta della nostra lotta ruota intorno alla nostra cultura che dice che noi esistiamo. Ha sempre giocato un ruolo centrale fin dai lavori di Ghassan Kanafani, Mahmoud Darwish, fino alle nostre danze e alla nostra cucina. Ha aiutato noi palestinesi a sostenerci a vicenda. È difficile vivere sotto le bombe o senza sapere se verrai o meno arrestato, Avere la cultura dalla tua parte e creare nuove produzioni è un meccanismo di sopravvivenza.

Dopo l’attacco a Gaza nel 2008, qual era il tuo obiettivo con “We teach life, sir”?
Ad essere onesti, posso dire che la filosofia era il mio obiettivo, ma quando ho scritto quella poesia stavo solo sentendo razzismo e disumanità. Dovevo dire: “Smettete di farci queste domande che non hanno senso e lasciati essere noi stessi, attori che combattono ogni giorno per vivere”. Siamo al livello umano base, era una chiamata alla mia umanità, all’umanità della gente di Gaza che stava subendo bombardamenti. Perché non c’è niente di degradante come essere lì e avere qualcuno che ti dice che insegni ai tuoi figli l’odio. Per questo ho scritto la poesia: mi era stato chiesto perché noi palestinesi insegnassimo ai nostri bambini ad odiare. Per me l’idea di avere qualcuno che mi chiede una cosa simile è profondamente razzista, chissà cosa pensano dell’altro quando lo descrivono così: pensano che non abbiano sentimenti, che non gli interessi dei loro bambini.
Per loro è normale fare simili domande, so ho voluto solo dire no, non è normale che tu lo chieda, non lo accetteremo mai più. Dobbiamo criticare queste situazioni che sono state normalizzate. Noi siamo umani, insegniamo alla gente il coraggio di esistere, attraversando i checkpoint, andando a scuola, Noi stiamo resistendo, di questo parla “We teach life, sir”.

Questo è il modo in cui i media occidentali dipingono i palestinesi?
Ero in Canada all’epoca, le bombe piovevano su Gaza e io ho dato una conferenza stampa per dire che il governo canadese taceva sui bombardamenti. Allora un giornalista mi ha chiesto quello. Non è una domanda poco comune, da quando ho scritto la poesia ricevo mail, quasi ogni giorno, da palestinesi che mi dicono: “Ci hanno chiesto la stessa cosa”. È comune per i palestinesi sentirselo chiedere dai media mainstream.
Chiedo alla gente di guardare i programmi tv e controllare: prima di tutto, quanti palestinesi sono intervistati? In genere i palestinesi non vengono intervistati, ci sono sempre esperti israeliani o reporter che da Gerusalemme parlano dei palestinesi. Questa è la prima questione. La seconda, se un palestinese viene intervistato, tutte le domande sono formulate da una prospettiva israeliana e chiedono loro del terrorismo, perché insegnano l’odio a figli. Questo è il modo dei media di trattare il problema.

Qual è il ruolo del BDS?
Penso che il BDS sia una strategia veramente importante perché per anni e anni abbiamo parlato di Palestina e detto alla gente: il muro di apartheid non va bene, le colonie sono illegali e ci rubano l’acqua. E la gente reagisce male, torna a casa e non fa nulla. Quello che il BDS ci permette di fare è parlare alla gente: “Abbiamo la responsabilità di agire, è una chiamata dal popolo palestinese al mondo perché i governi non agiscono”. Quando i governi non agiscono per fermare le ingiustizie, non abbiamo altra alternativa che muoverci.
Permette alla gente di sapere quali prodotti comprare e quali no, qual è la posizione del proprio governo verso Israele, se ha rapporti economici come ad esempio l’Unione Europea, il principale partner commerciale per Israele. Così tutti quelli che vivono in Europa hanno una responsabilità: se non sono d’accordo con quanto accade, se non gli piace il modo in cui Israele opera, devono agire e dire ai loro governi: “Non parli a nome mio”.Penso che sia per questo che il BDS è così importante, è uno strumento in mano alla gente”.

Qual è per te il significato di resistenza?
Posso solo dire, per la mia personale esperienza, che ho visto le donne palestinesi in Libano durante l’invasione del Paese sedute nei rifugi con i figli, senza sapere se i padri, i mariti o i fratelli fossero ancora vivi. Ma insegnavano ai bambini la Palestina, giocavano con loro, danzavano e insegnavano la resistenza.
Per me è questa la resistenza: nonostante tutto, nonostante stiamo affrontando uno degli eserciti più forti al mondo, crediamo ancora che la giustizia verrà, che la gente comune porterà il cambiamento e lotterà per la giustizia. Questa è resistenza.
(tradotto a cura di AIC 

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