Palestina. Contro le divisioni, i giovani tornano a parlare
di Cecilia Dalla Negra
Scrive Rajab Abu-Sariyyah su Al Monitor, “non scorderò mai il giorno in cui il presidente Yasser Arafat mi disse che il popolo palestinese sarebbe sempre stato migliore e più grande della sua leadership. Non lo scorderò, perché la realtà lo conferma ogni giorno”.
Una conferma che risuonava già dopo i primi accordi di riconciliazione, firmati tra la leadership di Fatah e quella di Hamas nel 2011, all’indomani della ‘primavera negata’ dei giovani palestinesi che chiedevano di porre fine alla guerra fratricida tra fazioni avviata in seguito alle ultime elezioni politiche a cui la popolazione ha potuto partecipare.
E che ha continuato a risuonare, forte e chiara, nei lunghi mesi passati tra dichiarazioni, promesse, tavoli di trattative e tentativi di dialogo, senza che il governo di unità nazionale vedesse la luce, ne’ che gli organismi rappresentativi potessero essere rinnovati.
Se è vero che “il popolo è sempre più grande della sua leadership” questo vale tanto più per la componente giovanile. Quella che già nella primavera del 2011 tentò di prendere le piazze di Ramallah e Gaza City per chiedere la fine di una divisione politica degenerata in guerra civile nel 2007, tra estromissioni di oppositori politici nella Striscia e campagne di arresti in Cisgiordania.
La firma dei primi – e allora definiti “storici” - accordi di riconciliazione, siglati al Cairo, risale all’aprile di quel 2011, in una Palestina circondata dalle ‘primavere’ dei paesi vicini.
Accordi che prevedevano la formazione di un governo di unità nazionale transitorio, capace di traghettare il popolo verso nuove elezioni, riformando l’OLP, unico organo realmente rappresentativo di tutti i palestinesi, diaspora inclusa.
Ma risolti in un ‘nulla di fatto’ lungo un anno, che porta il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas - leader di Fatah e rappresentante dell’OLP - e il capo del Politburo di Hamas in esilio, Khaled Meshaal – ad incontrarsi nuovamente a Doha, per discutere le “applicazioni” di un accordo-quadro rimasto, di fatto, lettera morta. Anche in questo caso, nessun cambiamento allo status quo si intravide però all’orizzonte.
Perché le due parti tornino a parlare bisogna attendere l’offensiva d’inverno che Israele scatena contro la Striscia di Gaza sul finire del 2012: dopo una settimana di bombardamenti di ‘Pillar of Clouds’ Abbas e Meshaal tornano a ‘dialogare’.
Ventiquattro ore dopo la tregua siglata al Cairo tra Hamas e Israele, una manifestazione a Gaza festeggia la ritrovata armonia tra le fazioni: Nabil Shaat (Fatah), Ismail Haniyeh (Hamas) e Mohammed el-Hindi (Jihad islamica) prendono la parola in una piazza gremita e annunciano - di nuovo - la fine delle divisioni e l’appoggio unanime all’iniziativa di Abbas alle Nazioni Unite.
Ancora una volta, garantiscono la formazione di un governo di unità nazionale, nuove elezioni presidenziali e politiche.
Ma il 2013 inizia con nuovi incontri e tavoli di trattative che deludono le aspettative. Che la gente abbia voglia di esprimersi alle urne lo dimostrano i dati che arrivano da Gaza: qui la scorsa settimana Hamas - in virtù degli ultimi patti stabiliti con Fatah - ha permesso che si svolgessero le operazioni di registrazione al voto: 258 mila le persone che si sono accreditate, pari al 91% della popolazione.
Eppure, neanche l’ultimo incontro in agenda è stato risolutivo.
L’8 febbraio scorso, ancora una volta al Cairo, il comitato incaricato di seguire il follow-up delle trattative si è scontrato su differenze procedurali. A margine del dibattito tra sistema proporzionale o misto, tra l’election-day unico voluto da Hamas e il voto separato per l’OLP rivendicato da Fatah, Abbas ha fatto sapere che “le elezioni sono la base del processo di riconciliazione. Ma i fratelli di Hamas in questa fase non le vogliono”.
E poco sembra contare il fatto che quelle che si incontrano siano due leadership prive di legittimità: Meshaal è un capo politico in esilio, che dirige il suo partito da lontano e che ha già annunciato la volontà di ritirarsi; Abbas guida la popolazione con un mandato scaduto.
Talmente abituate a una divisione in fondo congeniale da non denunciarla neanche più. La separazione tra Gaza e la Cisgiordania, strategica per Israele, è il prerequisito essenziale per negare la contiguità politica del (futuro) stato palestinese.
Eppure, “la cosa triste - scrive Daoud Kuttab - è che il rifiuto israeliano di consentire la libertà di movimento ha avuto tanto successo che le fazioni palestinesi hanno smesso di rivendicarla. Una questione che è scomparsa dalle dichiarazioni dei politici”. Per non parlare del popolo della diaspora, completamente scomparso da anni tra gli incartamenti dei ‘dialoghi di pace’.
E allora tornano a parlare quei giovani che dal 15 marzo 2011 non hanno smesso di rivendicare unità, riconciliazione e, soprattutto, diritto di esprimersi e nominare la propria rappresentanza.
Dopo l’ultimo tentativo di dialogo fallito, il 17 febbraio pubblicano una lettera aperta in cui fanno appello alla ricostituzione dell’OLP attraverso il ricorso a libere elezioni.
A firmarla i ragazzi di Ramallah che riempirono piazza al-Manara nel 2011, e le associazioni giovanili della diaspora, che alzano la propria voce dai campi profughi libanesi o dalle terre d’esilio in America e in Europa.
La riportiamo qui tradotta.
"Un nuovo capitolo nel processo di riconciliazione nazionale palestinese si è svolto senza porre fine alla frattura politica che indebolisce e divide il nostro popolo. Il mistero circonda gli esiti dell’ultimo incontro tra le fazioni politiche al Cairo, con dichiarazioni contraddittorie rispetto quanto è stato deciso.
L’ultimo episodio si è svolto mentre continuano gli attacchi sionisti contro il popolo palestinese: confisca delle terre, demolizioni delle case, dissacrazione di siti sacri, continuo e brutale assedio su Gaza, maltrattamenti e abusi contri i nostri prigionieri.
Le difficoltà affrontate dalla nostra gente nei campi profughi e fra le comunità in esilio continuano, in condizioni umanitarie sempre più terribili nei campi siriani: solo l’ultima di tante sofferenze che i nostri profughi vivono sin dalla Nakba del 1948.
È ormai evidente che gli sforzi fatti dalle fazioni palestinesi per raggiungere l’unità nazionale hanno solo prolungato le divisioni e reso più profondo l’impatto negativo sulla società. In uno scenario ormai noto, gli sforzi per la riconciliazione sono stati ostacolati da differenze procedurali, o dall’interesse di un partito sull’altro, senza tenere conto delle conseguenze storiche di un approccio così assurdo per raggiungere la riconciliazione.
È diventato chiaro che la soluzione migliore per unire i palestinesi in patria e in esilio – non solo quelli dei Territori Occupati e della Striscia di Gaza – non è (discutere) la suddivisione del potere istituzionale fra partiti basati su interessi ‘parrocchiali’. Ma tornare al popolo, attraverso elezioni democratiche per il Consiglio Nazionale Palestinese (PNC), in modo da garantirne la partecipazione più vasta.
È questo il primo passo per ricostituire l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il solo e unico legittimo rappresentante del popolo palestinese. Una ricostituzione che deve riflettere la volontà dell’intero popolo, e l’obiettivo nazionale per il quale continuare a battersi e lottare: il ritorno dei rifugiati, la liberazione della nostra terra e il diritto all’autodeterminazione.
Noi, giovani palestinesi della Palestina occupata, dei campi rifugiati e in esilio, ribadiamo il nostro rifiuto a questo approccio assurdo, del quale sono responsabili tutti i partiti. Lo facciamo dando seguito a quell’appello lanciato il 15 marzo del 2011 per porre fine alle divisioni.
Affermiamo che è necessario indire elezioni dirette, democratiche e inclusive per il PNC come primo passo verso per unire i palestinesi in patria e in esilio, sotto l’ombrello dell’OLP.
E che la responsabilità di far progredire la causa nazionale non si limita ai partiti politici e alle fazioni, ne’ alle loro valutazioni. Piuttosto appartiene all’intero popolo palestinese, che ha pagato il prezzo della privazione della propria terra e l’esilio.
È il popolo, e in particolare la sua componente giovanile, che si deve attivare per promuovere e organizzare le elezioni del PNC, per rinnovare istituzioni, sindacati e rappresentanze e superare le sfide collettive che abbiamo davanti.
Lunga vita alla Palestina, libera e araba, come il suo popolo ".
I firmatari: Palestinians for Dignity (Ramallah); The Independent Youth Movement (Herak, Ramallah); Youth who Love their Country (Ramallah); The Arab Palestinian Youth Center (Libano); The Palestinian Cultural Center – Shatila Refugee Camp (Libano, campo profughi di Shatila); Palestinian Cultural Centers – American Lebanese University, American University of Beirut, Lebanese International University e Arab University di Beirut; Ma'an Group (campo profughi di Shatila); Ma'an Group (campo profughi di Burj Al Barajneh); Youth for Return – in the countries of exile, Arab countries, Europe and North America (Giovani per il ritorno nei paesi di esilio arabi, in Europa e Nord America); Palestinian Youth in Italy (Giovani palestinesi in Italia); Abna' Al Balad Movement, Youth Section - Palestine '48.
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