Moni Ovadia : Un Paese in via di sottosviluppo




Moni Ovadia
 Un Paese in via di sottosviluppo
2 febbraio 2013

«Un pays en voie de sous développement». Un Paese in via di sottosviluppo era il titolo di un pamphlet provocatorio che ebbi modo di vedere a Bruxelles nei tardi anni 70. Quel libricino, pubblicato dal partito comunista belga, faceva un sarcastico pronostico a proposito del destino che, secondo gli autori, sarebbe toccato al Belgio. Un simile titolo, oggi, si attaglia perfettamente al Bel Paese. Lo ha giustamente affermato con chiarezza il professor Massimo Cacciari: l’Italia ha imboccato la via della decadenza e con tutta probabilità il declino è ormai irreversibile. Il dato sulla perdita di un’intera generazione di potenziali laureati nel numero di quasi 60mila è un’autentica catastrofe. Ma c’è di peggio. Un noto foglio della destra plaude alla falcidie con lo stereotipo del: «Meglio pochi ma buoni». A mio parere una simile mentalità di stampo classisita non prende minimamente in esame la natura delle vere sfide che attendono un Paese che si voglia civile e avanzato nel mondo della globalizzazione. Le vere sfide si giocano oggi sulla qualità e sulla quantità dei know-how.
Ma alla destra del futuro dell’Italia non frega niente perché è tutta presa dall’investimento massiccio sul futuro di Berlusconi. La sedicente riforma Gelmini è stata in realtà una nefasta operazione di demolizione della scuola e dell’università pubbliche per dare il colpo di grazia a istruzione e ricerca. Una riforma che non investe risorse ma le taglia in modo esiziale non può essere che un provvedimento di distruzione. In questi ultimi anni, soprattutto da che la crisi ha cominciato a colpire con crescente ferocia, i Soloni della politica non hanno fatto che ripetere che ce lo chiede l’Europa. Ma quando in tempi di crisi la tanto lodata Cancelliera tedesca, la signora Angela Merkel, ha affermato con forza che era disposta a tagliare su tutto fuorché su istruzione, ricerca e cultura. Anzi ha rilanciato l’investimento sui tre settori con parecchi miliardi di euro, 14 se non erro, nessuno dei nostri signori «so tutto» ci ha detto che dovevamo seguire l’esempio del Paese più avanzato d’Europa che non a caso è il Paese che insieme con la Francia investe di più sulla cultura.
La frusta litania del «dobbiamo stare in Europa» evidentemente non si applica ai settori più strategici per il futuro. Del resto non c’è da stupirsi, in quei settori vitali noi, più che stare in Europa, siamo federati con il Burundi, senza offesa per il Burundi. Pertanto, pregherei rispettosamente Napolitano di non ripetere che siamo un grande Paese, perché oggi più che mai abbiamo bisogno di un radicale pessimismo della ragione.

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