Mani pronte a sporcarsi di altro sangue


di Norman Solomon – 5 febbraio 2013
Quando il Segretario di Stato Colin Powell parlò, il 5 febbraio 2003, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, innumerevoli giornalisti degli Stati Uniti lo lodarono per il suo magistrale comportamento nel sostenere la tesi che l’Iraq di Saddam Hussein disponeva di armi di distruzione di massa. Il fatto che il discorso sia in seguito divenuto famigerato non dovrebbe nascondere quanto facilmente la verità diventa irrilevante quando si tratta di scendere in guerra.
Dieci anni dopo – con il discorso di Powell quale testimonianza storica di uno spudorato raggiro che condusse a una vasta carneficina – possiamo non ricordare la portata delle ferventi acclamazioni. All’epoca, un apprezzamento adulatorio fu profuso dall’intero spettro dei principali media statunitensi, compresi i giornali ipoteticamente grandi della nazione.
Il New York Times scrisse in un editoriale che Powell era “stato tanto più convincente perché ha evitato invocazioni apocalittiche di una lotta tra il bene e il male e si è concentrato nello sviluppo di una tesi sobria e basata sui fatti contro il regime di Hussein.” Il Washington Post fu bellicosamente più forsennato, intitolando il suo editoriale “Irrefutabile” e dichiarando che dopo la presentazione di Powell all’ONU “è difficile immaginare come qualcuno possa dubitare che l’Iran possiede armi di distruzione di massa”.
Tuttavia falle fondamentali abbondavano nel discorso di Powell all’ONU. Traduzioni tendenziose di intercettazioni telefoniche le rendevano sinistre. Interpretazioni di foto non chiare stiracchiate per inventare il peggio. Sintesi di informazioni riservate scelte accuratamente sviavano dalle prove che l’Iraq non aveva più armi di distruzione di massa. Documenti strombazzati a proposito della ricerca di uranio da parte dell’Iraq erano dei falsi.
I presupposti delle prerogative statunitensi andarono anch’essi largamente incontestati. In reazione all’ammonimento di Powell che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si sarebbe messo “in pericolo d’irrilevanza” non avallando un’invasione dell’Iraq guidata dagli USA, l’adulazione dei media statunitensi abbracciò l’idea che le Nazioni Unite avrebbero potuto essere “rilevanti” solo inchinandosi ai desideri degli Stati Uniti. Una combinazione d’informazioni falsificate e di arroganza geopolitica, servita a euforiche recensioni in patria, preparò il terreno per quel che sarebbe seguito.
L’invasione ebbe inizio sei settimana dopo il tour de force di Powell alle Nazioni Unite. Presto fu in pieno svolgimento la ricerca delle armi di distruzione di massa irachene. Non ne venne fuori nessuna. Nel gennaio del 2004 – 11 mesi dopo il discorso di Powell all’ONU – la Fondazione Carnegie per la Pace Internazionale diffuse un rapporto concludendo che dirigenti di vertice dell’amministrazione Bush avevano “sistematicamente falsato la minaccia delle armi di distruzione di massa e dei programmi missilistici iracheni”.
Rimaneva aleggiante nell’aria il discorso di Powell al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cui aveva formulato una “stima prudenziale” che l’Iraq avesse “scorte da 100 a 500 tonnellate di agenti chimici bellici”. Il Segretario di Stato aveva dichiarato: “Non possono esserci dubbi che Saddam Hussein abbia armi biologiche e il potenziale di produrne rapidamente molte, molte altre.”
Diciannove mesi dopo il discorso, a metà del settembre del 2004, Powell fece una concisa ammissione pubblica. “Penso sia improbabile che troveremo delle scorte”, affermò. Ma nessuna cauta marcia indietro poteva mitigare il bagno di sangue che proseguiva in Iraq.
Un decennio fa, Colin Powell ebbe un ruolo da divo in un tipo ricorrente di drammaturgia politica. I copioni variano, mentre drammi simili sono rappresentati in una varietà di dimensioni. Dietro un sipario trasparente, dirigenti di vertice sono impegnati in decisioni belliche che prestano scarsa attenzione alla democrazia. Per il pubblico le informazioni cruciali che hanno influenza sulla saggezza del bellicismo restano opache o fuori vista.
Tra i potenti e non tanto potenti, nei media di massa e in Campidoglio, la posizione predefinita è ancora di rimettersi all’impulso alla guerra del presidente. L’onestà pubblica e l’introspezione politica scarseggiano.
Il nuovo Segretario di Stato, John Kerry – come quello che ha appena sostituito, Hillary Clinton – votò al senato a favore della decisione per la guerra all’Iraq, quasi quattro mesi prima che Powell si recasse al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Durante i cruciali quattro mesi preliminari, il senatore Kerry fece di tutto per mostrare il suo appassionato appoggio all’invasione. Agli inizi dell’ottobre 2002, comparendo dal vivo per un’ora nel programma “Hardball” [gioco duro] della MSNBC da The Citadel, con un pubblico di giovani cadetti che riempiva lo schermo, Kerry dichiarò: “Sono pronto ad andare. Penso che la gente capisca che Saddam Hussein è un pericolo”.
Dopo di allora Kerry ha pubblicamente affermato che avrebbe votato a favore di una risoluzione di guerra anche se avesse saputo che l’Iraq in realtà non aveva armi di distruzione di massa. Ma al Senato Kerry annunciò il suo voto a favore della guerra chiedendo retoricamente di sapere perché Saddam Hussein stesse “tentando di sviluppare armi nucleari quando la maggior parte delle nazioni nemmeno ci prova[va]”. Il senatore sottolineò che “secondo i servizi segreti, l’Iraq ha armi chimiche e biologiche”.
Mesi dopo, quando Powell sbandierò quel tema alle Nazioni Unite, la valanga di tributi comprese questo, di un futuro ambasciatore statunitense all’ONU, Susan Rice: “Penso che abbia provato che l’Iraq ha queste armi e le sta nascondendo e non penso che molti degli informati ne dubitino”.
Contemporaneamente l’edizione del Washington Post con l’editoriale intitolato “Irrefutabile” comprendeva anche un consenso unanime di ciascuno degli articoli degli opinionisti in prima pagina.
L’opinionista di lunga data del Post Richard Cohen attestò l’indiscutibile sincerità di Powell con queste parole: “Le prove che ha presentato alle Nazioni Unite – alcune indiziarie, altre assolutamente raggelanti nel loro dettaglio – dovevano dimostrare a tutti che l’Iraq non solo non ha reso conto delle sue armi di distruzioni di massa, ma che senza dubbio le detiene tuttora. Solo un folle – o forse un francese – potrebbe concludere diversamente.”
A centimetri di distanza un altro venerabile guru pontificava. Powell era riuscito a “presentare ieri al mondo una convincente e dettagliata radiografia dei programmi segreti di armamento e di terrorismo dell’Iraq,” scriveva Jim Hoagland, uno specialista di politica estera del Post. Concludeva: “Per continuare a dire che l’amministrazione Bush non ha provato la sua tesi, bisogna ora credere che Colin Powell abbia mentito nella più grave dichiarazione che farà mai in vita sua, o che sia stato ingannato da prove falsificate. Non lo credo. E non dovreste crederlo nemmeno voi.”
E ora premiamo il tasto avanti veloce sino ai giorni nostri. Cosa scrivono Richard Cohen e Jim Hoagland a proposito dell’Iran?
Il 6 febbraio 2012, esattamente nove anni dopo aver proclamato che “solo un folle” poteva dubitare che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa, l’articolo di Cohen ha dichiarato recisamente: “Il rimedio finale è il cambiamento del regime iraniano.” Quattro mesi fa Cohen aveva concluso un articolo osservando che “c’è ancora tempo perché l’Iran si ritiri prima di superare la linea rossa – niente armi nucleari – imposta dal presidente Obama. Questa è una guerra il cui tempo non è ancora arrivato.” Non ancora.  
Hoagland – un decennio dopo aver detto ai lettori che dovevano riporre la loro fiducia nella “convincente e dettagliata radiografia delle armi segrete dell’Iraq” di Colin Powell – sta ora chiarendo che la sua pazienza nei confronti dell’Iran si sta esaurendo. “Fino a poco tempo fa”, ha scritto Hoagland cinque settimane addietro, “ero relativamente a mio agio con le affermazioni di Obama che c’è tempo per raggiungere una soluzione pacifica con l’Iran.” L’articolo di Hoagland proseguiva dicendo che gli attacchi militari contro l’Iran “minacciano disastrose conseguenze politiche ed economiche per il mondo”, perciò gli sforzi diplomatici dovrebbero tentare di evitare la necessità di tali attacchi. Fino a quando non diventeranno necessari.
Così vanno le cose nello spettro dominante delle argomentazioni e delle politiche riguardo alla guerra. Dall’ansia alla riluttanza. I preparativi propagandistici alla guerra sono vari come le guerre stesse; e tuttavia ogni stile di tale propaganda si basa sull’inganno, e ogni guerra è un orrore indicibile.
Dopo essere balzata sullo spettrale carrozzone di una guerra dopo l’altra, la dirigenza dei media della nazione è disponibile a farlo di nuovo. E lo stesso vale per l’attuale ambasciatore USA presso le Nazioni Unite. Idem per il nuovo Segretario di Stato. Hanno le mani grondanti di sangue. Non ne hanno ancora abbastanza.
Norman Solomon è autore di “ “War Made Easy: How Presidents and Pundits Keep Spinning Us to Death.” [La guerra in parole semplici: come i presidenti e i guru continuano a manipolarci a morte]. E’ direttore fondatore dell’Istituto per la Correttezza Pubblica e cofondatore di RootsAction.org.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/ten-years-after-powell-s-u-n-speech-old-hands-are-ready-for-more-blood-by-norman-solomon
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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