L'Intifada dei prigionieri palestinesi di Ramzy Baroud*
Mentre i leader palestinesi continuano a fare politica con l'unità nazionale, una nuova rivolta palestinese sta continuando, segnando la direzione della lotta, nelle carceri israeliane.
di Ramzy Baroud*
Se solo i leader palestinesi sapessero quanto i loro round di colloqui di "pace" senza fine sono diventati estranei, potrebbero smetterla con le loro dichiarazioni entusiastiche rilasciate ai media mondiali su un ulteriore incontro in programma o quant’altro . A questo punto, pochi sono i palestinesi che hanno la speranza che le loro "leadership" abbiano in mente i loro interessi. Gli interessi delle fazioni e i piani personali in calendario regnano sovrani e continuano a definire il panorama politico palestinese.
Fatah e Hamas sono le due principali fazioni politiche palestinesi. Nonostante la vittoria elettorale di Hamas del 2006, Fatah è il concorrente principale. Entrambe le parti continuano a giocare la partita dei numeri, mostrano i muscoli in manifestazioni di protesta frivole in cui le bandiere palestinesi sono messe in ombra da bandiere verdi e gialle, simboli rispettivamente di Hamas e Fatah.
Storicamente, in Palestina c'è stata una carenza di leadership e non è perché i palestinesi non sono in grado di produrre uomini e donne retti in grado di guidare la decennale resistenza verso una strabiliante vittoria contro l'occupazione militare e l'apartheid. E' perché una leadership palestinese, per essere riconosciuta come tale dagli attori regionali e internazionali, deve eccellere nell'arte del "compromesso". Questi leader, accuratamente modellati, spesso soddisfano gli interessi dei loro benefattori arabi e occidentali, a spese del proprio popolo. Non una sola fazione popolare è sfuggita a questa apparente generalizzazione.
Questa realtà ha permeato la politica palestinese per decenni. Tuttavia, negli ultimi due decenni la distanza tra la leadership palestinese e il popolo è cresciuta ad un livello inimmaginabile, in cui il palestinese è diventato un carceriere, un politico da sottogoverno o un coordinatore della sicurezza che lavora mano nella mano con Israele. I vantaggi della cultura di Oslo si sono manifestati nel corso degli anni creando un'élite palestinese, il cui interesse e quello dell’occupazione israeliana si sovrappongono in modo che non si riconosce più dove inizia il primo e finisce l'altro.
Hamas finora è rimasto in gran parte immune dalla malattia di Oslo - mentre Mahmoud Abbas e i suoi uomini ne hanno apprezzato i numerosi vantaggi politici ed economici – ma adesso è anch’esso affascinato dalla prospettiva dell’accettazione regionale e del riconoscimento internazionale. Il suo programma rigorosamente di parte e la vicinanza ad alcuni paesi arabi corrotti crea molti punti interrogativi, e vi è la prospettiva che vadano nella stessa direzione presa dai leader di Fatah più di due decenni fa.
La farsa dell'unità continua. Dopo un periodo di ambiguità, il capo di Hamas, Khaled Meshaal e quello dell'Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas si sono riuniti al Cairo per "accelerare" la morte della riconciliazione. Considerando il rinvio di qualsiasi progresso reale nello status quo tra le due fazioni principali, la parola "accelerare” rende l’idea del fatto che cambierà molto poco sul terreno. Ma se si vuole giudicare dalla retorica e dalle affermazioni dei rivali, l'abisso continua a crescere, nonostante Hamas abbia permesso a Fatah di celebrare l'anniversario della sua nascita a Gaza, mentre il secondo ha fatto lo stesso in Cisgiordania.
I sostenitori di entrambe le parti hanno utilizzato sfacciatamente le loro parate - che hanno avuto luogo sotto gli occhi attenti dei droni israeliani - per esporre i propri punti di forza. Queste non erano contro l'occupazione militare israeliana, ma finalizzate alla propria patetica propaganda di parte. Stranamente, se i calcoli delle fazioni palestinesi sono accurate per quanto riguarda i partecipanti alle loro manifestazioni, la popolazione di Gaza sarebbe improvvisamente salita a più di quattro milioni, un salto notevole dal 1,6 milioni di poche settimane fa - il numero effettivo della popolazione di Gaza per le statistiche delle Nazioni Unite.
Questo miserabile retaggio della faziosità palestinese si svolge sullo sfondo di un lento movimento di aggregazione nelle carceri israeliane. I prigionieri politici palestinesi continuano a riporre la propria fiducia nella propria capacità di sopportare la fame, acquistando solidarietà internazionale alla loro causa. Samer Issawi, un prigioniero palestinese che, al 10 gennaio ha raggiunto i 168 giorni di sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione illegale da parte di Israele, non è certo un fenomeno unico. E' l'espressione dell’attuale, anche se snobbato collettivo palestinese, il cui destino non rientra nell'agenda politica di nessuna fazione.
Issawi è uno di sette fratelli, sei dei quali hanno trascorso diverso tempo nelle carceri israeliane per le loro convinzioni politiche. Uno dei fratelli, Fadi, è stato ucciso dai soldati israeliani nel 1994, pochi giorni dopo aver celebrato il suo 16 ° compleanno. Anche la loro sorella, Sherine, è stata arrestata dai soldati israeliani nel corso di un'audienza relativa a suo fratello Samer, il 18 dicembre. In quel giorno, "Samer è stato picchiato pubblicamente alla Corte di Gerusalemme dopo che questi aveva cercato di salutare la propria famiglia", ha riferito il Palestine Monitor. "E' stato trascinato dalla sua sedia a rotelle e portato via, mentre gridava continuamente in quanto veniva colpito al petto da parte delle guardie che erano intorno a lui."
Samer Issawi
In effetti, la famiglia Issawi e l'intero quartiere di Issawiya a Gerusalemme Est è ora preso di mira dall'esercito e dalla polizia israeliana. La speranza è quella di spezzare la volontà di un uomo che attualmente è incapace di stare in piedi sulle proprie gambe. Forse è straordinaria, ma la volontà d’acciaio di Samer Issawi non è una nozione aliena ai palestinesi. Secondo l’associazione di sostegno ai prigionieri e per la difesa dei diritti umani, Addameer, oltre 650.000 palestinesi sono stati arrestati dai militari israeliani e dalla polizia dopo l’occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e di Gaza nel 1967. "Considerando il fatto che la maggior parte dei detenuti è di sesso maschile, il numero di palestinesi detenuti costituisce circa il 40 per cento del totale della popolazione maschile palestinese nei territori occupati palestinesi." Tuttavia, la resistenza palestinese deve ancora essere domata.
Inoltre, "si stima che circa 10.000 donne palestinesi siano state arrestate da Israele dal 1967 e queste comprendono ragazze giovani e donne anziane; alcune ... erano le madri di detenuti a lungo termine", ha scritto Nabil Sahli in Middle Est Monitor , che ha anche richiesto l'internazionalizzazione della questione dei prigionieri. Il 6 gennaio, in una sessione speciale convocata per discutere la situazione dei prigionieri palestinesi e arabi nelle carceri israeliane, la Lega Araba ha fatto eco a richieste simili. In una dichiarazione ha chiesto per i detenuti il trattamento dei "prigionieri di guerra" e ha fatto appello all’impegno internazionala per assicurare il loro rilascio.
Tuttavia, gli sforzi seri sono scarsi, nonostante le ripetute richieste di attenzione per i prigionieri palestinesi. Il 17 aprile 2012, almeno 1.200 detenuti hanno partecipato a uno sciopero della fame per allertare il mondo sulla loro situazione e sui maltrattamenti nelle prigioni israeliane. Nonostante il fatto che lo sciopero collettivo si sia concluso il 14 maggio, i prigionieri palestinesi continuano a portare avanti lo sciopero della fame, infrangendo tutti i record di resistenza, non solo in Palestina, ma in tutto il mondo.
Mentre le richieste per un cambiamento di tattica sono giustificate, anche se non urgenti, c'è un altro mutamento urgente che deve essere realizzato. Ci dovrebbe essere un rivolgimento della cultura politica palestinese che l’allontani dalla repellente manipolazione delle fazioni e che si unisca ad un contemporaneo ritorno ai valori di base della lotta palestinese. E' gente del calibro di Issawi e non di Abbas che deve definire la nuova era della resistenza palestinese.
Hanno già aderito a un’intifada migliaia di prigionieri palestinesi, alcuni dei quali si sono incatenati ai loro letti d'ospedale. Essa offre pochi vantaggi a parte l’essere un atto di dignità e di fede nella libertà. Questa è la dicotomia con cui i palestinesi devono confrontarsi adesso. Il percorso che sceglieranno definirà questa generazione e contraddistinguerà la natura della lotta palestinese per le generazioni futur
- L'autore è redattore di PalestineChronicle.com.
per l’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)
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