Il coraggio delle sceriffe femministe è contagioso
di Laurie Penny – 13 febbraio 2013
“Sono stufa di vergognarmi”. Tre giorni fa, un’attivista contro le molestie sessuali mi ha rivolto queste parole in un appartamento su piazza Tahrir, al Cairo, mentre indossava una divisa improvvisata per proteggere le donne degli schieramenti di protesta dall’essere stuprate per strada. Soltanto giorni prima avevo sentito esattamente le stesse parole da organizzatrici della libertà di scelta a Dublino, dove mi ero recata per scrivere della lotta femminista per legalizzare l’aborto in Irlanda. Avevo immaginato di occuparmi di due vicende separate e dunque come mai due donne di due paesi e storie diverse ripetevano lo stesso mantra contro la paura e la vergogna?
Dall’India all’Irlanda all’Egitto, le donne sono in strada, in onda, su Internet, organizzandosi e arrabbiandosi. Stanno coordinando le loro comunità per combattere la violenza sessuale e prendere posizione contro leggi sessiste arcaiche; stanno sfidando la cultura delle molestie e dello stupro. In tutto il mondo le donne che sono stufe e stanche della vergogna e della paura stanno contrattaccando in modi senza precedenti.
Non siamo nel 2011. Il sentimento di speranza che recentemente aveva travolto l’Europa, l’America, il Medio Oriente e il ciberspazio sta precipitando nella confusione e nelle tensioni sociali, e le tensioni sociali sono canalizzate, in parte, nei sospetti contro le minoranze, gli immigrati, la gente di colore, e le donne e le ragazze. Il sessismo funziona spesso da valvola di sfogo in tempo di agitazioni sociali, e quando lo fa assume forme diverse, a seconda dei valori locali. Proprio adesso in Egitto si esprime in palpeggiamenti, bloccaggi e attacchi di gruppo; in Irlanda si esprime in apologia dello stupro e in una reazione forte contro l’aborto e l’uguaglianza sessuale; in rete si tratta di colpevolizzazione delle vittime e “pornografia vendicativa”. Ma questa volta le donne si stanno rifiutando di continuare a sopportare.
Come nella Primavera Araba e in Occupy nel 2011, movimenti locali senza collegamenti apparenti l’uno con l’altro stanno scambiandosi informazioni e prendendo coraggio dalle lotte comuni. La lotta contro la misoginia si sta diffondendo su internet e attraverso reti di solidarietà e fiducia che si sviluppano rapidamente, all’esterno dei canali tradizionali. A Dublino ho incontrato attiviste femministe svedesi e iraniane, e attiviste femministe al Cairo, e ho visto informazioni sulle marce delle donne in Egitto diffondersi in tempo reale attraverso reti di attiviste dal Sudafrica al profondo sud dell’America. Sono coinvolti come alleati anche uomini e ragazzi, non in grandi numeri ma abbastanza da rendere la loro presenza impossibile da ignorare.
Ciò che è affascinante a proposito di questi nuovi movimenti femministi è la loro indipendenza. Si stanno sviluppando organicamente, all’esterno dei circuiti logori delle ONG, delle pressioni sul governo e delle tranquille raccolte di firme che sono state la forma normale dell’attivismo femminista per più di due decenni. Come in risposta a un segnale segreto, le donne e i loro alleati in tutto il mondo hanno espresso una mancanza collettiva di fiducia nei governi e nelle forze di polizia per occuparsi del sessismo endemico. La lista delle rivendicazioni comincia ancora con la richiesta di cambiamenti delle leggi, ma molte donne non sono più disposte ad attendere pazientemente ed educatamente che la polizia e la magistratura aggiornino le loro prassi. Non c’è tempo per aspettare che una riforma graduale guarisca la malattia della società quando quello che serve è un nuovo sistema di priorità.
Gruppi minuscoli che s’incontrano su Facebook e su Twitter si trasformano in bande pronte a opporre, nel difendersi, la violenza alla violenza. In questo mese il governo indiano è stato costretto a prendere una posizione sulla cultura dello stupro dal timore per la prospettiva molto reale di rivolte nelle strade. Su Internet, dove fino a poco tempo fa gli eccessi misogini sono stati spesso accettati, le sceriffe stanno sistematicamente denunciando i violenti e i molestatori e pubblicando i loro nomi. Al Cairo la settimana scorsa le donne hanno urlato perché il governo Morsi riconosca le molestie nelle strade e se ne occupi, ma hanno anche brandito coltelli. Ho intervistato una vittima di stupro poco più che ventenne che mi ha detto che se qualcuno cercherà di fare di nuovo del male a lei o alle sue amiche, senza nessuna legge che protegga le donne, è pronta a reagire violentemente. Queste donne stanno facendo quello che meritevoli campagne come l’ambiziosa “sollevazione di un miliardo” di Eve Ensler non è riuscita a fare; stanno intimorendo i maschi.
E’ troppo presto per dire se lo spirito dell’ammutinamento durerà. Quando si combatte la misoginia, non si combattono soltanto i governi e le forze di polizia, le organizzazioni religiose e gli estranei nelle strade; si deve avere a che fare anche con l’intolleranza dei propri cari, dei propri colleghi, degli amici e dei membri della famiglia che non sono in grado di capire, o non vogliono farlo. Nel corso delle ultime poche settimane sono stata resa umile dal coraggio delle attiviste che ho conosciuto, particolarmente dalle donne. Ci vuole un genere particolare di coraggio per liberarsi dalla vergogna, per rischiare non solo la violenza ma anche il rifiuto personale nell’interesse di un futuro migliore. E il bello del coraggio è che è contagioso.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/the-courage-of-the-vigilante-feminists-is-contagious-by-laurie-penny
Originale: The Guardian
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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