‘Gli Stati Uniti non torturano’. Uccidono



di Katha Pollitt – 16 febbraio 2013

 Se il presidente può ordinare di uccidere cittadini statunitensi all’estero nel caso decida che sono coinvolti con Al-Qaeda, può assassinare cittadini statunitensi sospetti di collegamenti con Al-Qaeda a Londra o Berlino? Che dire del figlio adolescente di un sospetto studente in un collegio canadese? Se può scagliare missili Hellfire su una casa nel Pakistan nord-occidentale perché ritiene che all’interno si stia svolgendo una riunione di una cellula terrorista, potrebbe far saltare un motel in Florida, dove risiedano presunti terroristi e ascrivere qualsiasi turista morto ai “danni collaterali”? Naturalmente no. Il Pakistan è del tutto diverso. Anwar al-Awlaki può essere stato un cittadino statunitense, ma si trovava in Yemen, il che è pure differente. Quanto a suo figlio sedicenne, ucciso in Yemen in attacco di droni alcune settimane dopo, assieme a numerose altre persone, l’ex addetto stampa della Casa Bianca, Robert Gibbs, l’ha detto bene, anche se in maniera sgrammaticata: “Suggerirei che devi avere un padre molto più responsabile se sono davvero preoccupati del benessere dei propri figli”. Diversamente che negli Stati Uniti, in Yemen i ragazzi si scelgono i genitori.
Cosa è mai successo dell’arrestare le persone, estradarle, dar loro degli avvocati, sottoporle a processo … di tutto ciò? Anche nei giorni più caldi della Guerra Fredda, quando milioni credevano che il comunismo minacciasse la nostra stessa esistenza come nazione, gli statunitensi accusati di spionaggio a favore dei sovietici avevano la loro occasione in tribunale. Nessuno suggerì che il presidente Eisenhower dovesse saltare la noiosa procedura legale e limitarsi a far saltare in aria l’appartamento dei Rosenberg.
Il presidente e l’uomo da lui scelto per dirigere la CIA, John Brennan, ci assicurano di essere estremamente attenti e che la lista delle persone da uccidere è “legale, etica e saggia” (anche se non ci diranno niente di più al riguardo). Brennan ha affermato nel 2011 che nessun civile era stato ucciso dai droni. Magari forse pure ci crede, anche se l’Associazione del Giornalismo d’Inchiesta ha documentato più di cinquecento vittime civili in Yemen, Pakistan e Somalia, con un’alta probabilità di molte di più. Quando il presidente Obama ha nominato Harold Koh consigliere legale del Dipartimento di Stato, nel 2009, è sembrato che stessa trasmettendo un messaggio: i vecchi brutti giorni sono finiti. Koh, che in un’occasione si era riferito a Bush come al “capo torturatore”, era un critico senza peli sulla lingua delle logiche legali di quell’amministrazione per la tortura, Guantánamo, le “esecuzioni mirate”. Facciamo un avanti veloce per arrivare a oggi e Koh offre logiche razionali per quelle stesse “esecuzioni mirate” e liquida i critici con il beffardo argomento per cui erano famosi i collaboratori di Bush: la giustizia per i nemici “può essere assicurata tramite i processi. La assicurano anche i droni.”
“Il presidente è una persona riflessiva, analitica”, dice un consigliere per la sicurezza nazionale a un gruppo di dirigenti della CIA, tra cui Maya, l’eroina ossessionata da Osama di Katrhyn Bigelow nel film ‘Zero Dark Thirty’. Prima che egli ordini l’attacco alla residenza di Osama, “ha necessità di prove”. In un’altra scena, una televisione sullo sfondo mostra Obama che dice a Steve Croft: “Gli Stati Uniti non torturano”. Anche concedendo a Obama il beneficio di ogni dubbio, vogliamo che il presidente siano la sola giuria di una condanna a morte? E il presidente successivo e quello dopo di lui? Sono creati precedenti che concentrano assolutamente troppo potere nel ramo esecutivo e si affidano assolutamente troppo alle capacità di un solo uomo. Lo scaricabarile non solo si ferma da Obama; comincia, anche, da lui.
Sondaggi suggeriscono che la maggior parte degli statunitensi, tra cui la maggioranza dei liberali, accetta i droni: il 78% degli spettatori del programma di Ed Shultz sulla MSNBC. Apparentemente non siamo persuasi di quello che a me sembra evidente: legge e morale a parte, far cadere bombe non è un modo per conquistarsi amici e influenzare la gente. L’anno scorso un sondaggio Pew ha rilevato che il 74% dei pachistani considera gli Stati Uniti un nemico. Sherry Rehman, ambasciatore USA in Pakistan, ha dichiarato ai giornalisti che la campagna dei droni “crea un numero maggiore di terroristi sul campo e militanti sul campo invece di cancellarli.” L’11 settembre ha infuriato così profondamente gli statunitensi che abbiamo scatenato due guerre, una contro una nazione che non aveva nulla a che fare con esso. Perché presumiamo che la gente che attacchiamo sia in qualsiasi modo diversa?
Come siamo arrivati a questo? Sicuramente un punto fatale di svolta è stata la decisione di Obama di non incriminare nessuno dei collegati alle brutali politiche dell’amministrazione Bush, specialmente alla tortura. Non solo ciò ha alimentato cinismo e insensibilità; ha anche tacitamente permesso che forse Abu Ghraib e prigioni segrete e Baghram e Guantànamo fossero giustificabili, considerata la natura diabolica e camaleontica del terrorismo.
Questo è certamente il messaggio che io ho ricavato da Zero Dark Thirty e, francamente, non capisco come qualcuno possa considerare ambiguo sulla questione della tortura questo film tanto lodato. Il film dice che la tortura funziona: “Alla fine, tutti si spezzano” dice Dan (Jason Clarke) al prigioniero che sta picchiando, sottoponendo a finto annegamento, che sta facendo camminare come un cane e rinchiude in un contenitore minuscolo. “E’ la biologia”. E, come previsto, l’uomo fornisce l’indizio che alla fine conduce alla porta d’ingresso di Osama. Che nella vita reale tale informazione sia stata, in effetti, ottenuta con altri metodi, come hanno attestato i senatori Dianne Feinstein e Carl Levin in una lettera aperta a proposito del film, non è in alcun modo suggerito sullo schermo. Ma il film fa di peggio: non solo fa apparire necessaria la tortura; fa apparire fighi i torturatori. Dan è bello, intelligente, spiritoso e anticonformista, uno che è sé stesso in una folla di uomini d’azienda. Quando non appende uomini al soffitto e affettuoso, un buon amico di Maya, un amante degli animali. Non permette che il suo lavoro lo trasformi in un bruto o in un sadico; sa quando ha raggiunto i propri limiti emotivi e si ferma. Quanto a Maya, la solitaria vendicatrice dell’11 settembre, cosa si può dirne? Non solo è intelligente, zelante, altruista, coraggiosa e instancabile: è Jessica Chastain! La donna più bella del mondo, dalle fluenti ciocche di capelli rosso-oro che illuminano ogni scena in cui compare, tra cui quella in cui porta un secchio d’acqua per il finto annegamento.
La sola persona della CIA che un giorno vedremo in prigione per tutto ciò che accaduto nel corso di tutto questo è James Kiriajou, il denunciatore contrario alla tortura recentemente condannato a trenta mesi per aver rivelato a un giornalista il nome di una gente della CIA sotto copertura. Non trattenete il fiato in attesa di un film di Hollywood su di lui.
Fonte: Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/america-doesnt-torture-it-kills-by-katha-pollitt
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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