MALI E SIRIA, LA REALPOLITIK DIETRO L’INTERVENTO FRANCESE
INTERNAZIONALE
MALI E SIRIA, LA REALPOLITIK DIETRO L’INTERVENTO FRANCESE
Dietro i bei principi c’è la realpolitik e quello che è possibile fare in Libia e Mali non lo è necessariamente in Siria. Anche dopo 60.000 morti”: a confrontare la situazione nel paese africano, teatro di un repentino intervento militare francese contro l’avanzata di gruppi tuareg e islamisti e quello mediorientale in preda a una spirale di violenze, ma su cui la comunità internazionale appare più divisa che mai è Gerald Papy, caporedattore della rivista belga ‘Le vif’.
In un editoriale dal titolo, volutamente provocatorio “Perché intervenire in Mali e non in Siria”, Papy si interroga sul perché l’intervento militare contro i gruppi islamisti “sia stato possibile dopo limitati episodi di abusi e la distruzione di qualche mausoleo nel nord del Mali”, mentre la morte di 60.000 persone “non basti a convincere la comunità internazionale ad intervenire in Siria”
“Mali e Siria, due pesi e due misure?” chiede l’autore dell’articolo secondo cui dietro i bei principi che guidano l’avvio di una guerra che tutti oggi definiscono giusta “si nascondono regole di realpolitik a cui un dirigente politico non può sottrarsi”. In primis, la possibilità di uscire vittoriosi dal conflitto: “Una guerra non si intraprende se non con ottime possibilità di portarla a buon fine – osserva – In Mali, l’esercito francese è chiamato a confrontarsi con un numero tra i 5000 e i 6000 combattenti su un terreno ostile e che gli avversari conoscono meglio. Se le possibilità di un successo sono lontane dall’essere enormi, i rischi di una disfatta però, sono ridotti. Mentre in Siria il regime può contare su un esercito di decine di migliaia di uomini relativamente ben armati”.
Da valutare, inoltre i rischi diplomatici. “Nessuna critica di peso ha accompagnato l’impegno della Francia al fianco dell’esercito di Bamako nella riconquista di un territorio sottratto al potere centrale dai gruppi armati. Russia e Cina non si sono opposti alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzava la creazione di una forza internazionale da inviare nel paese” sottolinea Papy, mentre da alleati fedeli di Bashar al Assad, Mosca e Pechino hanno finora rifiutato di avallare ogni intervento militare in Siria.
“Una guerra contro Damasco porterebbe a un profondo mutamento delle relazioni con la Russia, la Cina e alcuni dei paesi emergenti. Avrebbe un impatto sulla gestione della questione del nucleare iraniano, in considerazione dei legami tra Damasco e Teheran, esacerbando le tensioni tra il Libano e Israele e i suoi vicini” valuta l’autore dell’analisi.
Quanto agli interessi strategici, se la Siria è un debole produttore di idrocarburi e non rappresenta attrattive da questo punto di vista “il Mali è molto, troppo vicino al Niger dove la società francese Areva ha investito nelle miniere di uranio. Una destabilizzazione regionale minaccia gli interessi dell’azienda e quelli di Parigi”
L’editoriale di Le Vif sottolinea infine la “contraddizione apparente” nella reazione all’espansionismo di matrice islamista, combattuto in Mali e “sostenuto” attraverso il supporto ai ribelli in Siria. “L’accusa è fondata ma non del tutto poiché è proprio la diffidenza per il ruolo sempre maggiore svolto dagli islamisti radicali a spiegare la riluttanza degli occidentali ad impegnarsi più decisamente a fianco della ribellione siriana”. Tuttavia, insiste Papy “si può prevedere che alla luce dell’evoluzione dei poteri liberati dalla dittatura dalle ‘primavere arabe’ la questione di coscienza si riproporrà all’Occidente”.
[AdL]
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