Israele. Alle elezioni il nazionalismo (bipartisan) ha già vinto
In una campagna elettorale caratterizzata dai toni estremi dei
partiti di destra, a far notizia è il nazionalismo della sinistra, che
compete alla pari in razzismo. La “vera democrazia”, allora, potrebbe
essere sul web.
di Stefano Nanni
La campagna elettorale israeliana 2012 – 2013 verrà probabilmente ricordata per l’ascesa dei partiti di destra nazional-religiosi e per i loro toni fuori dai canoni del politicamente corretto.
Forti di un accordo di coalizione con il primo ministro Netanyahu, e consapevoli delle ottime chance di vittoria di cui gode, nel corso delle ultime settimane sono saliti costantemente nei sondaggi.
I loro punti di forza sono stati la centralità posta sul carattere ebraico dello stato, e dunque sull’incompatibilità della presenza non-ebraica sul suo territorio, dimostrando abilità nel fare proprio quello che è uno dei pilastri storici di Israele: il richiamo all’unicità dello stato, compresa la Giudea e Samaria, che nel linguaggio talmudico corrisponde alla Cisgiordania.
E ancora, la totale opposizione all'arruolamento degli ultraortodossi nell’esercito, questione sulla quale una volta al governo bisognerà trovare un compromesso con la sentenza della Corte Costituzionale approvata nel corso della passata legislatura.
E la difesa dello stato contro i suoi ‘nemici’, definiti a partire da un denominatore comune: l’arabo e l’antisemita, che nella loro ottica corrispondono in egual modo al palestinese, al siriano, al libanese e persino all’iraniano.
Temi che in un recente passato potevano ancora destare scalpore per la loro carica nazionalista, e che si ritrovavano talvolta nei discorsi di Avigdor Lieberman, generando indignazione, spesso anche a livello internazionale.
Ma, probabilmente, il successo di partiti come l’Habayt Hayehudi (“La Casa Ebraica”), Shas (“Le guardie della Torah”) e l’United Torah Judaism si spiega proprio nell’essere stati capaci di sopraffare chi, nel panorama politico israeliano, era già considerato estremista.
Capacità confermata dai sondaggi, che hanno mostrato come queste formazioni stiano riuscendo a strappare fino a 8 seggi alla lista di maggioranza, quella di Lieberman-Netanyahu.
Tuttavia, negli ultimi giorni sembra esserci stata una lieve inversione di tendenza, per quanto incapace di compromettere il risultato scontato del 22 gennaio prossimo. Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati da Haaretz, sembra che qualcosa nel centro-sinistra si stia muovendo, con il Labor che guadagnerebbe 2 seggi, raggiungendo quota 16.
Otterrebbe 2 seggi in più anche il partito centrista Yesh Atid (“C’è un futuro”) , fondato quest’anno dal presentatore tv, giornalista e attore Yair Lapid, che toccherebbe quota 11 seggi.
Una leggera avanzata a discapito di un altro partito di centro, che inizialmente si era presentato come ‘l’unica alternativa possibile all’estremismo della destra di Netanyahu’: Hatnuah, fondato dalla fuoriuscita da Kadima ed ex-ministro degli Esteri Tzipi Livni.
“Stiamo assistendo ad un vero e proprio cannibalismo tra questi tre partiti”, scrive il giornalista Yossi Verter. I rispettivi leader, Livni, Yair Lapid e Shelly Yacimovich (del Labor), partecipando sabato scorso a un confronto elettorale in tv “hanno dimostrato tra loro un’ostilità che ha sorpreso molti”.
“Non potendo competere con la destra sulle questioni fondamentali “– sicurezza e valori dello stato – “ciascuno di loro sta cercando di apparire come il male minore possibile per gli elettori (…).Yair Lapid insiste sulla sua moderazione affermando che agirà da catalizzatore del prossimo governo; mentre Shelly Yacimovich adotta la strategia opposta, attribuendosi il monopolio dell’opposizione: ‘Sono io l’anti-Bibi’, punto”.
Strategie che politicamente si stanno rivelando aggressive nei confronti del partito di Livni, che ha perso almeno 4 seggi nelle ultime proiezioni e che, secondo Verter, “non sta riuscendo ad apparire ne’ opposizione di sinistra ne’ moderazione centrista”.
E proprio Livni è stata ospite di un botta e risposta online con i lettori ospitato da Haaretz nei giorni scorsi.
Tra i temi affrontati anche quello della privatizzazione delle risorse naturali del Mar Morto, le cui acque per il diritto internazionale restano contese con i palestinesi; e la questione dei migranti africani richiedenti asilo, che per la leader di Hatnuah si può risolvere soltanto “applicando la legge di frontiera”, ovvero rendendola più dura contro coloro che la violano.
Incalzata sul processo di pace e sulla possibilità di uno stato palestinese o con i palestinesi, Livni ha ribadito la centralità del carattere ebraico di Israele e la sua opposizione agli Accordi di Oslo.
“Da quando sono entrata in politica ho sempre sposato l’idea di uno stato ebraico e democratico distinto da uno arabo. Ma bisogna riconoscere che a Oslo abbiamo ceduto troppo ai palestinesi”.
Una visione che non si distanzia particolarmente dalle posizioni più estreme dei nazional-religiosi e su cui non sembra possibile trovare una voce fuori dal coro, né a destra né a sinistra.
Questo perché “il blocco di centro sinistra non è meno razzista e nazionalista della destra. Ma, diversamente da quest’ultima, è razzista e nazionalista senza passione”, sostiene il giornalista Gideon Levy.
“La mentalità dei partiti di destra è odio e paura. Hanno paura degli arabi, dei palestinesi, dei migranti e della gente di sinistra. E li odiano. Il problema è che la sinistra non sa rivolgersi a quel 1,5 % di cittadini arabi-israeliani, ed evidentemente non vuole nemmeno farlo se continua a parlare di ‘stato soltanto per gli ebrei’ o di ‘giustizia, lavoro e diritti solo per gli ebrei’.
E allora c’è anche chi, non sapendo chi votare, si organizza senza i partiti.
Da qualche giorno infatti è nata sul web un’iniziativa per dare voce a coloro che sono esclusi dalla tornata elettorale: i palestinesi. È il movimento “Real Democracy”, che attraverso Facebook sta mettendo in contatto israeliani e palestinesi: i primi ‘prestano’ il proprio diritto di voto, seguendo le indicazioni elettorali dei secondi.
“Crediamo che tutti nascano uguali. Questo è un valore universale. E invece sia la legge israeliana che la comunità internazionale non trattano i palestinesi e i cittadini di Israele allo stesso modo. Senza un sistema ‘un voto-una persona’ per tutti Israele non può essere una democrazia”, si legge sulla pagina Facebook che spiega le ragioni di questa iniziativa.
11 gennaio 2012
Israele. Alle elezioni il nazionalismo (bipartisan) ha già vinto
di Stefano Nanni
La campagna elettorale israeliana 2012 – 2013 verrà probabilmente ricordata per l’ascesa dei partiti di destra nazional-religiosi e per i loro toni fuori dai canoni del politicamente corretto.
Forti di un accordo di coalizione con il primo ministro Netanyahu, e consapevoli delle ottime chance di vittoria di cui gode, nel corso delle ultime settimane sono saliti costantemente nei sondaggi.
I loro punti di forza sono stati la centralità posta sul carattere ebraico dello stato, e dunque sull’incompatibilità della presenza non-ebraica sul suo territorio, dimostrando abilità nel fare proprio quello che è uno dei pilastri storici di Israele: il richiamo all’unicità dello stato, compresa la Giudea e Samaria, che nel linguaggio talmudico corrisponde alla Cisgiordania.
E ancora, la totale opposizione all'arruolamento degli ultraortodossi nell’esercito, questione sulla quale una volta al governo bisognerà trovare un compromesso con la sentenza della Corte Costituzionale approvata nel corso della passata legislatura.
E la difesa dello stato contro i suoi ‘nemici’, definiti a partire da un denominatore comune: l’arabo e l’antisemita, che nella loro ottica corrispondono in egual modo al palestinese, al siriano, al libanese e persino all’iraniano.
Temi che in un recente passato potevano ancora destare scalpore per la loro carica nazionalista, e che si ritrovavano talvolta nei discorsi di Avigdor Lieberman, generando indignazione, spesso anche a livello internazionale.
Ma, probabilmente, il successo di partiti come l’Habayt Hayehudi (“La Casa Ebraica”), Shas (“Le guardie della Torah”) e l’United Torah Judaism si spiega proprio nell’essere stati capaci di sopraffare chi, nel panorama politico israeliano, era già considerato estremista.
Capacità confermata dai sondaggi, che hanno mostrato come queste formazioni stiano riuscendo a strappare fino a 8 seggi alla lista di maggioranza, quella di Lieberman-Netanyahu.
Tuttavia, negli ultimi giorni sembra esserci stata una lieve inversione di tendenza, per quanto incapace di compromettere il risultato scontato del 22 gennaio prossimo. Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati da Haaretz, sembra che qualcosa nel centro-sinistra si stia muovendo, con il Labor che guadagnerebbe 2 seggi, raggiungendo quota 16.
Otterrebbe 2 seggi in più anche il partito centrista Yesh Atid (“C’è un futuro”) , fondato quest’anno dal presentatore tv, giornalista e attore Yair Lapid, che toccherebbe quota 11 seggi.
Una leggera avanzata a discapito di un altro partito di centro, che inizialmente si era presentato come ‘l’unica alternativa possibile all’estremismo della destra di Netanyahu’: Hatnuah, fondato dalla fuoriuscita da Kadima ed ex-ministro degli Esteri Tzipi Livni.
“Stiamo assistendo ad un vero e proprio cannibalismo tra questi tre partiti”, scrive il giornalista Yossi Verter. I rispettivi leader, Livni, Yair Lapid e Shelly Yacimovich (del Labor), partecipando sabato scorso a un confronto elettorale in tv “hanno dimostrato tra loro un’ostilità che ha sorpreso molti”.
“Non potendo competere con la destra sulle questioni fondamentali “– sicurezza e valori dello stato – “ciascuno di loro sta cercando di apparire come il male minore possibile per gli elettori (…).Yair Lapid insiste sulla sua moderazione affermando che agirà da catalizzatore del prossimo governo; mentre Shelly Yacimovich adotta la strategia opposta, attribuendosi il monopolio dell’opposizione: ‘Sono io l’anti-Bibi’, punto”.
Strategie che politicamente si stanno rivelando aggressive nei confronti del partito di Livni, che ha perso almeno 4 seggi nelle ultime proiezioni e che, secondo Verter, “non sta riuscendo ad apparire ne’ opposizione di sinistra ne’ moderazione centrista”.
E proprio Livni è stata ospite di un botta e risposta online con i lettori ospitato da Haaretz nei giorni scorsi.
Tra i temi affrontati anche quello della privatizzazione delle risorse naturali del Mar Morto, le cui acque per il diritto internazionale restano contese con i palestinesi; e la questione dei migranti africani richiedenti asilo, che per la leader di Hatnuah si può risolvere soltanto “applicando la legge di frontiera”, ovvero rendendola più dura contro coloro che la violano.
Incalzata sul processo di pace e sulla possibilità di uno stato palestinese o con i palestinesi, Livni ha ribadito la centralità del carattere ebraico di Israele e la sua opposizione agli Accordi di Oslo.
“Da quando sono entrata in politica ho sempre sposato l’idea di uno stato ebraico e democratico distinto da uno arabo. Ma bisogna riconoscere che a Oslo abbiamo ceduto troppo ai palestinesi”.
Una visione che non si distanzia particolarmente dalle posizioni più estreme dei nazional-religiosi e su cui non sembra possibile trovare una voce fuori dal coro, né a destra né a sinistra.
Questo perché “il blocco di centro sinistra non è meno razzista e nazionalista della destra. Ma, diversamente da quest’ultima, è razzista e nazionalista senza passione”, sostiene il giornalista Gideon Levy.
“La mentalità dei partiti di destra è odio e paura. Hanno paura degli arabi, dei palestinesi, dei migranti e della gente di sinistra. E li odiano. Il problema è che la sinistra non sa rivolgersi a quel 1,5 % di cittadini arabi-israeliani, ed evidentemente non vuole nemmeno farlo se continua a parlare di ‘stato soltanto per gli ebrei’ o di ‘giustizia, lavoro e diritti solo per gli ebrei’.
E allora c’è anche chi, non sapendo chi votare, si organizza senza i partiti.
Da qualche giorno infatti è nata sul web un’iniziativa per dare voce a coloro che sono esclusi dalla tornata elettorale: i palestinesi. È il movimento “Real Democracy”, che attraverso Facebook sta mettendo in contatto israeliani e palestinesi: i primi ‘prestano’ il proprio diritto di voto, seguendo le indicazioni elettorali dei secondi.
“Crediamo che tutti nascano uguali. Questo è un valore universale. E invece sia la legge israeliana che la comunità internazionale non trattano i palestinesi e i cittadini di Israele allo stesso modo. Senza un sistema ‘un voto-una persona’ per tutti Israele non può essere una democrazia”, si legge sulla pagina Facebook che spiega le ragioni di questa iniziativa.
11 gennaio 2012

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