Femminismo e Islam, un dibattito aperto
Il diritto islamico istituzionalizza la disparità di genere? Si
può combattere per l'uguaglianza abbracciando una fede religiosa?
Alcune sostengono che i due aspetti siano incompatibili. Altre, come le
femministe islamiche, che non si escludano a vicenda. Il dibattito è
aperto: ecco alcune testimonianze.
di Colleen Boland* – traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra
Tra le argomentazioni più diffuse in ambiente femminista, accademico e giornalistico, c’è quella secondo cui il sistema legale in Medio Oriente avrebbe codificato le disparità di genere in accordo con i precetti stabiliti dall’Islam.
Il diritto islamico è presente in molti Costituzioni del Medio Oriente, poiché i codici mescolano spesso leggi civili derivanti dal modello europeo ai principi della shari’a.
Indiscutibilmente, molti di questi sistemi riconoscono alle donne minori garanzie contro le discriminazioni rispetto al resto del mondo, come sottolineato dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni che si battono per la promozione dei diritti umani nel quadro della legalità internazionale.
Uno dei principi della shari’a, la qiwama, o l’autorità dell’uomo sulla donna, è citata come la struttura di fondo su cui si basa questa legislazione iniqua.
I codici di famiglia e lo Statuto personale sono spesso una valida dimostrazione di questa disparità.
Allo stesso tempo, c’è chi sostiene l’opposto, come le femministe islamiche, che si battono per ottenere leggi progressiste e maggiori diritti.
Invece di considerare l’Islam come radice fondamentale della discriminazione di genere, identificano gli attori statali o le élite dominanti come colpevoli: leader che manipolano la religione per i loro fini politici, spesso opprimendo interi settori della società, comprese le donne.
Le femministe islamiche abbracciano la propria fede, la propria cultura e le tradizioni, sostenendo con forza riforme legislative e interpretazioni che riflettano una comprensione diversa, e più moderna, del ruolo della donna nella società.
Non cercano di eliminare l’Islam dalla sfera civile: in realtà, la loro battaglia per le donne nasce proprio dalla fede.
“La lettura femminista dell’Islam, come di ogni altra tradizione religiosa, ha molto da offrire sia alla visione religiosa che alla ricerca della giustizia. Il femminismo islamico sostiene che i principi della shari’a, come la qiwama, possano essere interpretati in molti modi, ma anche che nel corso della storia le élite maschili abbiano usato e interpretato la legge contro la giustizia per perseguire i propri scopi”, afferma Ziba Mir Hosseni, una delle più importanti studiose islamiche femministe.
Le origini della legge islamica risalgono all’arrivo del Profeta Maometto a Medina, intorno al 622. Dopo la sua morte, interpretazioni autorevoli o ijtihad (letteralmente “sforzo”, “applicazione”, ndt) dei testi, come il Corano o la Sunna (il complesso degli atti e dei detti del Profeta, ndt) hanno dettato il metodo per sviluppare il diritto islamico.
Nella tradizione sunnita si sono sviluppate quattro principali scuole giuridiche - la malikita, la hanafita, la shafi’ta e la hanbalita – e molte altre nella tradizione sciita.
Per ottenere riforme, le femministe islamiche agiscono sia sul piano legale che su quello burocratico, legislativo e giuridico, cercando di mettere un freno alla discriminazione delle donne. (…)
Si uniscono inoltre alle loro colleghe laiche nel criticare gli attuali codici legali, specialmente quelli familiari e lo Statuto personale, le leggi sul divorzio, sull’eredità e sulla custodia dei figli.
Questo approccio al femminismo è messo in discussione da molti punti di vista: una delle accuse principali è che il suo tentativo di riconciliazione tolga forza al più vasto movimento femminista, sminuendo la capacità di ottenere cambiamenti reali in modo più rapido ed efficace.
Leila Ahmed, altra importante studiosa, spiega che “le femministe di ogni religione hanno sempre ferocemente discusso su quale fosse l’origine dell’oppressione delle donne. È il patriarcato, la religione, il razzismo, l’imperialismo, l’oppressione di classe o un qualche mix letale e tossico di tutto questo? Le femministe hanno sempre avuto opinioni divergenti anche sulle possibili soluzioni, così come contro chi o cosa dovremmo combattere per liberare le donne”.
E dal momento che la loro battaglia è quella di una larga parte della popolazione, non c’è da sorprendersi che le strategie e i ragionamenti siano complessi e, talvolta, in contrasto.
Forse i diritti delle donne sarebbero maggiormente rispettati se le loro diverse convinzioni fossero apprezzate, se il loro diritto di perseguire i propri interessi fosse rispettato, così come quello di battersi contro le discriminazioni in un modo che le faccia sentire rappresentative della loro identità.
*Per la versione originale dell'articolo clicca qui.
L’etica – lo spirito fondamentale che guida la mia fede – è più importante per me dei proclami o dei dogmi, e quando vengono sollevate questioni religiose faccio sempre riferimento a tematiche più generali.
Uno dei temi fondamentali dell’Islam è quello dell’equità e della giustizia.
Il Corano affronta questioni come le procedure di divorzio, il trattamento degli orfani e la giusta condotta da tenere con i prigionieri di guerra: circostanze che al giorno d’oggi sono spesso affrontate con iniquità e ingiustizia. Quando leggo il Libro Sacro, questi temi mi appaiono invece molto chiari. E sono gli stessi che ritrovo nel femminismo.
Qualcuno ritiene che il femminismo si occupi solo della tutela e del progresso delle donne. Ma come donna musulmana e bi-culturale non posso ignorare i modi in cui le diverse categorie socialmente costituite - come il genere o l’etnia – interagiscano e siano correlate.
Il mio femminismo ha a che fare con la dignità e i diritti di ogni persona.
A prescindere dal genere, dall’etnia, dalla religione, dalle capacità o da qualsiasi altro fattore, meritiamo tutti di decidere del nostro destino, di guadagnare lo stesso per il lavoro che facciamo, di avere le medesime opportunità di felicità e successo.
Per queste ragioni non vedo alcuna contraddizione tra l’Islam e il femminismo ad un livello generale (...). Nel 2007 ho fondato Muslimah Media Watch, un sito web dedicato alla critica dell’immagine che i media globali danno delle donne musulmane.
Utilizzo la mia scrittura e le mie competenze di editing per battermi per ciò che ritengo giusto.
C’è una grande ricchezza di studi sull’Islam e il femminismo: Margot Badran, autrice e accademica, ha pubblicato molti testi sulle donne musulmane e il femminismo islamico: in un articolo per il giornale egiziano al-Ahram ha scritto: “Il femminismo islamico, che trae la sua comprensione e il suo mandato dal Corano, si batte per la giustizia e i diritti delle donne – e degli uomini – nella totalità delle loro esistenze. Si batte per l’uguaglianza di genere e per la giustizia sociale, utilizzando il discorso islamico come base, anche se non necessariamente la sola possibile”.
Le accademiche non sono le sole ad unire religione e femminismo nelle loro vite e nei propri punti di vista: Amina Wadud (docente di origini afro-americane convertita all’Islam, tra le figure maggiori del femminismo islamico, ndt) è una docente che ha scritto numerosi libri sull’Islam da una prospettiva femminista e di genere, ed è un’attivista che lavora per modificare le limitazioni imposte alle donne nella guida della preghiera in moschea (Wadud nel 2005 guidò infatti la preghiera del venerdì a New York di fronte a un’assemblea mista di fedeli: di norma alle donne è consentito guidare la preghiera, ma solo davanti ad altre donne, ndt).
(…) Scrivere e impegnarsi nel mondo dei media attraverso Muslimah è stato il mio più grande passo per unire la mia religione alle mie convinzioni femministe.
Ci sono molti modi diversi di essere musulmane e femministe: le donne scrivono, manifestano per le proprie cause e vivono la loro interpretazione femminista del Corano. Una sola cosa è certa: l’Islam e il femminismo non si escludono a vicenda.
*Fatemeh Fakhraie è una editrice, giornalista e blogger musulmana, iraniano-statunistense. È fondatrice di Muslimah Media Watch. La versione originale di questo articolo è disponibile qui.
13 gennaio 2013
Voci di donne/3 “Chi dice che non posso essere musulmana e femminista?”
“Le tre religioni monoteiste sono intrinsecamente misogine e contro la parità di genere. Definirsi musulmane, cristiane o ebree e contemporaneamente femministe è un ossimoro”. È l’opinione della scrittrice libanese Joumana Haddad: “Islam e femminismo – scrive – si escludono a vicenda”.
di Joumana Haddad*– traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra
“Ama il tuo dirottatore”. È questa la prima cosa che mi viene in mente ogni volta che mi capita di incontrare la definizione di “femminismo islamico”.
Ho sentito spesso qualche donna musulmana affermare: “Sono musulmana, e sono femminista”. E non posso fare a meno di sentirmi depressa dall’ovvietà di questo ossimoro.
Queste donne sono convinte, o vogliono convincersi, o cercano di convincerci, che l’Islam e il femminismo non si escludono a vicenda, perché hanno bisogno di un compromesso tra gli insegnamenti della loro fede e la loro dignità in quanto esseri umani.
Ma a quale cambiamento positivo può condurre questa strategia del compromesso con una religione come l’Islam, che saldamente resiste ad ogni genere di riforma (dal momento che si ritiene che il Corano sia la parola di Dio), e che non è considerata solo come una pratica spirituale, ma come uno stile di vita?
Una religione avvilente per le donne sotto molti punti di vista, che afferma chiaramente la “superiorità” dell’uomo, laddove gli consente di avere quattro mogli e di picchiare le “disobbedienti”.
In realtà tutti i testi delle religioni monoteiste sono intrinsecamente misogini e contro la parità di genere, comunque li si voglia leggere. Contribuiscono a rafforzare i paradigmi patriarcali, umiliando le donne, classificandole come proprietà del maschio e opprimendole.
Prendere un versetto qui e uno là per dimostrare che questa o quella religione presentano le donne come uguali agli uomini è un esercizio quantomeno futile. In primo luogo perché non si può abbracciare una religione in modo selettivo: non si prendono uno o due ingredienti tralasciando tutto il resto per costruire una coesistenza confortevole tra il rispetto di sé e l’incapacità di ammettere l’ovvio.
Possiamo essere cristiane, musulmane o ebree e combattere il patriarcato, difendendo la parità di genere dall’interno delle nostre religioni? Rispondere di ‘sì’ non è che una delle molte espressioni della contraddizione che stiamo vivendo.
Queste tre religioni hanno lo stesso atteggiamento nei riguardi delle donne: oppressivo e ingiusto. Quando smetteremo di scendere a compromessi, tentando di conquistare un cambiamento reale dall’interno di questi “frutti marci”?
Quando ammetteremo che non c’è armonia possibile tra gli insegnamenti monoteisti (così come sono attualmente) e la dignità e i diritti delle donne?
Pensateci: se il Dio che hanno inventato fosse davvero così misericordioso, compassionevole e buono come si sostiene che lui sia (e non fatemi parlare della natura maschile della loro divinità), non avrebbe dovuto stabilire una visione uguale della natura umana?
Le religioni monoteiste non sono solo prevenute nei confronti delle donne, ma sono tutte razziste, sessiste, omofobe, spietate, sanguinarie e contrarie all’umanità, alla libertà e ai diritti umani. Sono contrarie persino al senso comune.
Sono istituzioni realizzate da uomini e governate da uomini, che ambiscono a controllare le persone e le loro vite. Tutte, nel corso della storia, hanno utilizzato guerre e terrorismo per realizzare i propri obiettivi e sopravvivere alle forze secolari che minacciavano continuamente la loro esistenza (...).
Non intendo essere dura: so che è più semplice per le donne in un paese musulmano cercare di realizzare il cambiamento “dall’interno” piuttosto che essere ostracizzate e minacciate per le loro posizioni radicali. Va bene. Fatelo, in ogni modo possibile.
Ma smettete di definirvi femministe, perché non lo siete. Non potete esserlo. O siete musulmane, o siete femministe.
E lo stesso discorso vale per le cristiane e le ebree. Volete sembrare moderne e progressiste, ma per tutti coloro che comprendono davvero il significato del termine “femminismo” non siete che in errore.
Vedete, essere una vera femminista significa essenzialmente ambire ad essere al pari degli uomini. A volte tornare al dizionario può essere un esercizio necessario.
Il Webster definisce il femminismo come “la teoria dell’uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi”, mentre il buon vecchio Oxford sostiene che sia “il lavoro di advocacy per i diritti delle donne su un piano di uguaglianza tra i sessi”.
Non sono citate né complementarietà, né somiglianza (per quelli che ancora dovessero stupidamente rifiutare il femminismo sulla base delle differenze biologiche tra uomini e donne).
Né (quello femminile) è definito come un genere “gentile, o rispettoso, o amabile, o carino, o generoso”, né “condiscendente, sfuggente, mellifluo”, (aggettivi) utilizzati dai religiosi per provare che il loro dio è quello buono.
Entrambi i dizionari parlano chiaramente – e direi quasi matematicamente – di uguaglianza. Uguali opportunità, uguali diritti, uguali trattamenti. Niente di più e niente di meno, caso chiuso. Fortunatamente alcune cose sono troppo chiare per essere rimesse in discussione o reinterpretate.
D’altra parte, la liberazione delle donne nel mondo è sempre avvenuta in un contesto secolarizzato, ed è importante – e vitale – ricordarlo.
Naturalmente il secolarismo non è il solo garante dell’uguaglianza di genere. Non è sufficiente, ma è una condizione necessaria per conquistarla.
E nessuno osi dire che queste mie idee sono il risultato di un “virus occidentale” che ho contratto (che è l’accusa più semplice e scontata da gettare in faccia ad ogni arabo che difenda la laicità, la libertà, l’uguaglianza delle donne), perché se anche esistesse davvero una differenza tra la libertà araba e quella occidentale, tra la dignità araba e quella occidentale, i diritti umani sono universali, non un monopolio dell’Occidente. Ed è degradante per noi arabi considerarli come un’esclusiva occidentale (…).
Mi dispiace per tutte quelle donne e uomini di buona volontà là fuori che stanno lavorando sodo per riconciliare l’inconciliabile attraverso interpretazioni estremamente complesse, ma devo ripeterlo: il monoteismo e il femminismo si escludono inevitabilmente a vicenda, per quanto possiate deliberatamente chiudere gli occhi ed essere selettivi nella vostra comprensione di entrambi.
In questo caso, potete essere considerati come “odiatori di voi stessi”: ostaggi che difendono e amano i propri sequestratori.
Non possiamo semplicemente condannare gli uomini in questo contesto e insistere a dipingere le donne come vittime impotenti, gli uomini come crudeli tiranni. Vittimizzare le donne e demonizzare gli uomini è un circolo vizioso, e la dominazione maschile non è la sola colpevole del gap esistente.
C’è anche una mancanza di volontà da parte di alcune donne di affermare la propria autonomia e/o lasciare i loro “carcerieri” prima che essi abbiano completamente distrutto la fiducia e la stima in loro stesse.
Le donne hanno dimostrato in molte occasioni di essere le peggiori nemiche di se stesse.
Come possiamo spiegare altrimenti il fatto che – ad esempio - qualche vecchia guardia del femminismo occidentale difenda oggi i diversi tipi di velo islamico, compreso il burqa, e altre pratiche repressive dell’Islam? Affermano di farlo in nome del relativismo culturale, ma farebbero meglio a concentrarsi sull’universalità dei diritti umani.
Smettiamo di contestualizzare, interpretare, dedurre, guardare al “quadro più generale” cercandovi significati nascosti e facendo acrobazie mentali per scendere a patti con questioni complesse.
Affrontiamo “l’elefante nella stanza”: il femminismo islamico è una delusione, un’idea sbagliata e un ossimoro. L’Islam e il femminismo non possono essere compatibili, neanche con uno sforzo di immaginazione.
Iniziamo a pensarci, e dal momento che l’interpretazione è aperta a tutti, il monoteismo potrebbe benissimo essere uno dei significati metaforici di quello sporco sangue mestruale di cui parla Germaine Greer nella citazione alll'inizio dell'articolo.
Ed è tempo di affrontare la menopausa, signore.
“Se credi di essere emancipata, dovresti considerare l’idea di assaggiare il tuo sangue mestruale. Se la cosa ti repelle, hai ancora una lunga strada da fare, mia cara” – Germaine Greer
*Joumana Haddad è una scrittrice e poetessa libanese. E' autrice di molti libri, tra i quali “Ho ucciso Shahrazad”. La versione originale di questo articolo è disponibile qui.
13 gennaio 2013
di Colleen Boland* – traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra
Tra le argomentazioni più diffuse in ambiente femminista, accademico e giornalistico, c’è quella secondo cui il sistema legale in Medio Oriente avrebbe codificato le disparità di genere in accordo con i precetti stabiliti dall’Islam.
Il diritto islamico è presente in molti Costituzioni del Medio Oriente, poiché i codici mescolano spesso leggi civili derivanti dal modello europeo ai principi della shari’a.
Indiscutibilmente, molti di questi sistemi riconoscono alle donne minori garanzie contro le discriminazioni rispetto al resto del mondo, come sottolineato dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni che si battono per la promozione dei diritti umani nel quadro della legalità internazionale.
Uno dei principi della shari’a, la qiwama, o l’autorità dell’uomo sulla donna, è citata come la struttura di fondo su cui si basa questa legislazione iniqua.
I codici di famiglia e lo Statuto personale sono spesso una valida dimostrazione di questa disparità.
Allo stesso tempo, c’è chi sostiene l’opposto, come le femministe islamiche, che si battono per ottenere leggi progressiste e maggiori diritti.
Invece di considerare l’Islam come radice fondamentale della discriminazione di genere, identificano gli attori statali o le élite dominanti come colpevoli: leader che manipolano la religione per i loro fini politici, spesso opprimendo interi settori della società, comprese le donne.
Le femministe islamiche abbracciano la propria fede, la propria cultura e le tradizioni, sostenendo con forza riforme legislative e interpretazioni che riflettano una comprensione diversa, e più moderna, del ruolo della donna nella società.
Non cercano di eliminare l’Islam dalla sfera civile: in realtà, la loro battaglia per le donne nasce proprio dalla fede.
“La lettura femminista dell’Islam, come di ogni altra tradizione religiosa, ha molto da offrire sia alla visione religiosa che alla ricerca della giustizia. Il femminismo islamico sostiene che i principi della shari’a, come la qiwama, possano essere interpretati in molti modi, ma anche che nel corso della storia le élite maschili abbiano usato e interpretato la legge contro la giustizia per perseguire i propri scopi”, afferma Ziba Mir Hosseni, una delle più importanti studiose islamiche femministe.
Le origini della legge islamica risalgono all’arrivo del Profeta Maometto a Medina, intorno al 622. Dopo la sua morte, interpretazioni autorevoli o ijtihad (letteralmente “sforzo”, “applicazione”, ndt) dei testi, come il Corano o la Sunna (il complesso degli atti e dei detti del Profeta, ndt) hanno dettato il metodo per sviluppare il diritto islamico.
Nella tradizione sunnita si sono sviluppate quattro principali scuole giuridiche - la malikita, la hanafita, la shafi’ta e la hanbalita – e molte altre nella tradizione sciita.
Per ottenere riforme, le femministe islamiche agiscono sia sul piano legale che su quello burocratico, legislativo e giuridico, cercando di mettere un freno alla discriminazione delle donne. (…)
Si uniscono inoltre alle loro colleghe laiche nel criticare gli attuali codici legali, specialmente quelli familiari e lo Statuto personale, le leggi sul divorzio, sull’eredità e sulla custodia dei figli.
Questo approccio al femminismo è messo in discussione da molti punti di vista: una delle accuse principali è che il suo tentativo di riconciliazione tolga forza al più vasto movimento femminista, sminuendo la capacità di ottenere cambiamenti reali in modo più rapido ed efficace.
Leila Ahmed, altra importante studiosa, spiega che “le femministe di ogni religione hanno sempre ferocemente discusso su quale fosse l’origine dell’oppressione delle donne. È il patriarcato, la religione, il razzismo, l’imperialismo, l’oppressione di classe o un qualche mix letale e tossico di tutto questo? Le femministe hanno sempre avuto opinioni divergenti anche sulle possibili soluzioni, così come contro chi o cosa dovremmo combattere per liberare le donne”.
E dal momento che la loro battaglia è quella di una larga parte della popolazione, non c’è da sorprendersi che le strategie e i ragionamenti siano complessi e, talvolta, in contrasto.
Forse i diritti delle donne sarebbero maggiormente rispettati se le loro diverse convinzioni fossero apprezzate, se il loro diritto di perseguire i propri interessi fosse rispettato, così come quello di battersi contro le discriminazioni in un modo che le faccia sentire rappresentative della loro identità.
*Per la versione originale dell'articolo clicca qui.
Voci di donne/1 Femminismo e Islam, un dibattito aperto
2 “Chi dice che non posso essere musulmana e femminista?”
"Uno dei temi fondamentali dell'Islam è quello dell'equità e della giustizia". L'opinione della fondatrice di Muslimah Media Watch. di Fatemeh Fakhraie – traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra
Le persone – musulmane o meno – mi fanno spesso notare che non posso essere sia musulmana che femminista, dimostrando quanto siano rigidi i pregiudizi su Islam e femminismo. Molti credono infatti che queste due categorie si escludano a vicenda. In realtà, come femminista e musulmana, trovo che abbiamo molto più in comune di quanto non si creda, specialmente quando parliamo di giustizia sociale.L’etica – lo spirito fondamentale che guida la mia fede – è più importante per me dei proclami o dei dogmi, e quando vengono sollevate questioni religiose faccio sempre riferimento a tematiche più generali.
Uno dei temi fondamentali dell’Islam è quello dell’equità e della giustizia.
Il Corano affronta questioni come le procedure di divorzio, il trattamento degli orfani e la giusta condotta da tenere con i prigionieri di guerra: circostanze che al giorno d’oggi sono spesso affrontate con iniquità e ingiustizia. Quando leggo il Libro Sacro, questi temi mi appaiono invece molto chiari. E sono gli stessi che ritrovo nel femminismo.
Qualcuno ritiene che il femminismo si occupi solo della tutela e del progresso delle donne. Ma come donna musulmana e bi-culturale non posso ignorare i modi in cui le diverse categorie socialmente costituite - come il genere o l’etnia – interagiscano e siano correlate.
Il mio femminismo ha a che fare con la dignità e i diritti di ogni persona.
A prescindere dal genere, dall’etnia, dalla religione, dalle capacità o da qualsiasi altro fattore, meritiamo tutti di decidere del nostro destino, di guadagnare lo stesso per il lavoro che facciamo, di avere le medesime opportunità di felicità e successo.
Per queste ragioni non vedo alcuna contraddizione tra l’Islam e il femminismo ad un livello generale (...). Nel 2007 ho fondato Muslimah Media Watch, un sito web dedicato alla critica dell’immagine che i media globali danno delle donne musulmane.
Utilizzo la mia scrittura e le mie competenze di editing per battermi per ciò che ritengo giusto.
C’è una grande ricchezza di studi sull’Islam e il femminismo: Margot Badran, autrice e accademica, ha pubblicato molti testi sulle donne musulmane e il femminismo islamico: in un articolo per il giornale egiziano al-Ahram ha scritto: “Il femminismo islamico, che trae la sua comprensione e il suo mandato dal Corano, si batte per la giustizia e i diritti delle donne – e degli uomini – nella totalità delle loro esistenze. Si batte per l’uguaglianza di genere e per la giustizia sociale, utilizzando il discorso islamico come base, anche se non necessariamente la sola possibile”.
Le accademiche non sono le sole ad unire religione e femminismo nelle loro vite e nei propri punti di vista: Amina Wadud (docente di origini afro-americane convertita all’Islam, tra le figure maggiori del femminismo islamico, ndt) è una docente che ha scritto numerosi libri sull’Islam da una prospettiva femminista e di genere, ed è un’attivista che lavora per modificare le limitazioni imposte alle donne nella guida della preghiera in moschea (Wadud nel 2005 guidò infatti la preghiera del venerdì a New York di fronte a un’assemblea mista di fedeli: di norma alle donne è consentito guidare la preghiera, ma solo davanti ad altre donne, ndt).
(…) Scrivere e impegnarsi nel mondo dei media attraverso Muslimah è stato il mio più grande passo per unire la mia religione alle mie convinzioni femministe.
Ci sono molti modi diversi di essere musulmane e femministe: le donne scrivono, manifestano per le proprie cause e vivono la loro interpretazione femminista del Corano. Una sola cosa è certa: l’Islam e il femminismo non si escludono a vicenda.
*Fatemeh Fakhraie è una editrice, giornalista e blogger musulmana, iraniano-statunistense. È fondatrice di Muslimah Media Watch. La versione originale di questo articolo è disponibile qui.
13 gennaio 2013
Voci di donne/3 “Chi dice che non posso essere musulmana e femminista?”
3 Voci di donne/2 Il femminismo islamico e la sindrome di Stoccolma
Il femminismo islamico e la sindrome di Stoccolma“Le tre religioni monoteiste sono intrinsecamente misogine e contro la parità di genere. Definirsi musulmane, cristiane o ebree e contemporaneamente femministe è un ossimoro”. È l’opinione della scrittrice libanese Joumana Haddad: “Islam e femminismo – scrive – si escludono a vicenda”.
di Joumana Haddad*– traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra
“Ama il tuo dirottatore”. È questa la prima cosa che mi viene in mente ogni volta che mi capita di incontrare la definizione di “femminismo islamico”.
Ho sentito spesso qualche donna musulmana affermare: “Sono musulmana, e sono femminista”. E non posso fare a meno di sentirmi depressa dall’ovvietà di questo ossimoro.
Queste donne sono convinte, o vogliono convincersi, o cercano di convincerci, che l’Islam e il femminismo non si escludono a vicenda, perché hanno bisogno di un compromesso tra gli insegnamenti della loro fede e la loro dignità in quanto esseri umani.
Ma a quale cambiamento positivo può condurre questa strategia del compromesso con una religione come l’Islam, che saldamente resiste ad ogni genere di riforma (dal momento che si ritiene che il Corano sia la parola di Dio), e che non è considerata solo come una pratica spirituale, ma come uno stile di vita?
Una religione avvilente per le donne sotto molti punti di vista, che afferma chiaramente la “superiorità” dell’uomo, laddove gli consente di avere quattro mogli e di picchiare le “disobbedienti”.
In realtà tutti i testi delle religioni monoteiste sono intrinsecamente misogini e contro la parità di genere, comunque li si voglia leggere. Contribuiscono a rafforzare i paradigmi patriarcali, umiliando le donne, classificandole come proprietà del maschio e opprimendole.
Prendere un versetto qui e uno là per dimostrare che questa o quella religione presentano le donne come uguali agli uomini è un esercizio quantomeno futile. In primo luogo perché non si può abbracciare una religione in modo selettivo: non si prendono uno o due ingredienti tralasciando tutto il resto per costruire una coesistenza confortevole tra il rispetto di sé e l’incapacità di ammettere l’ovvio.
Possiamo essere cristiane, musulmane o ebree e combattere il patriarcato, difendendo la parità di genere dall’interno delle nostre religioni? Rispondere di ‘sì’ non è che una delle molte espressioni della contraddizione che stiamo vivendo.
Queste tre religioni hanno lo stesso atteggiamento nei riguardi delle donne: oppressivo e ingiusto. Quando smetteremo di scendere a compromessi, tentando di conquistare un cambiamento reale dall’interno di questi “frutti marci”?
Quando ammetteremo che non c’è armonia possibile tra gli insegnamenti monoteisti (così come sono attualmente) e la dignità e i diritti delle donne?
Pensateci: se il Dio che hanno inventato fosse davvero così misericordioso, compassionevole e buono come si sostiene che lui sia (e non fatemi parlare della natura maschile della loro divinità), non avrebbe dovuto stabilire una visione uguale della natura umana?
Le religioni monoteiste non sono solo prevenute nei confronti delle donne, ma sono tutte razziste, sessiste, omofobe, spietate, sanguinarie e contrarie all’umanità, alla libertà e ai diritti umani. Sono contrarie persino al senso comune.
Sono istituzioni realizzate da uomini e governate da uomini, che ambiscono a controllare le persone e le loro vite. Tutte, nel corso della storia, hanno utilizzato guerre e terrorismo per realizzare i propri obiettivi e sopravvivere alle forze secolari che minacciavano continuamente la loro esistenza (...).
Non intendo essere dura: so che è più semplice per le donne in un paese musulmano cercare di realizzare il cambiamento “dall’interno” piuttosto che essere ostracizzate e minacciate per le loro posizioni radicali. Va bene. Fatelo, in ogni modo possibile.
Ma smettete di definirvi femministe, perché non lo siete. Non potete esserlo. O siete musulmane, o siete femministe.
E lo stesso discorso vale per le cristiane e le ebree. Volete sembrare moderne e progressiste, ma per tutti coloro che comprendono davvero il significato del termine “femminismo” non siete che in errore.
Vedete, essere una vera femminista significa essenzialmente ambire ad essere al pari degli uomini. A volte tornare al dizionario può essere un esercizio necessario.
Il Webster definisce il femminismo come “la teoria dell’uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi”, mentre il buon vecchio Oxford sostiene che sia “il lavoro di advocacy per i diritti delle donne su un piano di uguaglianza tra i sessi”.
Non sono citate né complementarietà, né somiglianza (per quelli che ancora dovessero stupidamente rifiutare il femminismo sulla base delle differenze biologiche tra uomini e donne).
Né (quello femminile) è definito come un genere “gentile, o rispettoso, o amabile, o carino, o generoso”, né “condiscendente, sfuggente, mellifluo”, (aggettivi) utilizzati dai religiosi per provare che il loro dio è quello buono.
Entrambi i dizionari parlano chiaramente – e direi quasi matematicamente – di uguaglianza. Uguali opportunità, uguali diritti, uguali trattamenti. Niente di più e niente di meno, caso chiuso. Fortunatamente alcune cose sono troppo chiare per essere rimesse in discussione o reinterpretate.
D’altra parte, la liberazione delle donne nel mondo è sempre avvenuta in un contesto secolarizzato, ed è importante – e vitale – ricordarlo.
Naturalmente il secolarismo non è il solo garante dell’uguaglianza di genere. Non è sufficiente, ma è una condizione necessaria per conquistarla.
E nessuno osi dire che queste mie idee sono il risultato di un “virus occidentale” che ho contratto (che è l’accusa più semplice e scontata da gettare in faccia ad ogni arabo che difenda la laicità, la libertà, l’uguaglianza delle donne), perché se anche esistesse davvero una differenza tra la libertà araba e quella occidentale, tra la dignità araba e quella occidentale, i diritti umani sono universali, non un monopolio dell’Occidente. Ed è degradante per noi arabi considerarli come un’esclusiva occidentale (…).
Mi dispiace per tutte quelle donne e uomini di buona volontà là fuori che stanno lavorando sodo per riconciliare l’inconciliabile attraverso interpretazioni estremamente complesse, ma devo ripeterlo: il monoteismo e il femminismo si escludono inevitabilmente a vicenda, per quanto possiate deliberatamente chiudere gli occhi ed essere selettivi nella vostra comprensione di entrambi.
In questo caso, potete essere considerati come “odiatori di voi stessi”: ostaggi che difendono e amano i propri sequestratori.
Non possiamo semplicemente condannare gli uomini in questo contesto e insistere a dipingere le donne come vittime impotenti, gli uomini come crudeli tiranni. Vittimizzare le donne e demonizzare gli uomini è un circolo vizioso, e la dominazione maschile non è la sola colpevole del gap esistente.
C’è anche una mancanza di volontà da parte di alcune donne di affermare la propria autonomia e/o lasciare i loro “carcerieri” prima che essi abbiano completamente distrutto la fiducia e la stima in loro stesse.
Le donne hanno dimostrato in molte occasioni di essere le peggiori nemiche di se stesse.
Come possiamo spiegare altrimenti il fatto che – ad esempio - qualche vecchia guardia del femminismo occidentale difenda oggi i diversi tipi di velo islamico, compreso il burqa, e altre pratiche repressive dell’Islam? Affermano di farlo in nome del relativismo culturale, ma farebbero meglio a concentrarsi sull’universalità dei diritti umani.
Smettiamo di contestualizzare, interpretare, dedurre, guardare al “quadro più generale” cercandovi significati nascosti e facendo acrobazie mentali per scendere a patti con questioni complesse.
Affrontiamo “l’elefante nella stanza”: il femminismo islamico è una delusione, un’idea sbagliata e un ossimoro. L’Islam e il femminismo non possono essere compatibili, neanche con uno sforzo di immaginazione.
Iniziamo a pensarci, e dal momento che l’interpretazione è aperta a tutti, il monoteismo potrebbe benissimo essere uno dei significati metaforici di quello sporco sangue mestruale di cui parla Germaine Greer nella citazione alll'inizio dell'articolo.
Ed è tempo di affrontare la menopausa, signore.
“Se credi di essere emancipata, dovresti considerare l’idea di assaggiare il tuo sangue mestruale. Se la cosa ti repelle, hai ancora una lunga strada da fare, mia cara” – Germaine Greer
*Joumana Haddad è una scrittrice e poetessa libanese. E' autrice di molti libri, tra i quali “Ho ucciso Shahrazad”. La versione originale di questo articolo è disponibile qui.
13 gennaio 2013
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