VENTI DI GUERRA, MA LA PALESTINA È SCOMPARSA DAI RIFLETTORI (intervista)
L’offensiva militare scatenata nelle ultime ore con oltre una ventina di raid dell’aviazione israeliana sulla Striscia di Gaza e culminata nell’uccisione del leader delle Brigate Izz ad Din al Qassam, braccio armato di Hamas, “è l’unica operazione che Israele sapeva di poter compiere in assoluta indipendenza, senza l’avallo di un alleato americano divenuto un po’ più distante negli ultimi mesi”. Ad osservarlo è Nicola Pedde, docente di Relazioni internazionali e direttore dell’Institute for global studies (Igs) intervistato dalla MISNA all’indomani del più grave attacco condotto contro il territorio palestinese dall’operazione ‘Piombo fuso’ nel 2009.
A poche ore dall’inizio dell’operazione ‘Colonna di difesa’ – il nome fa riferimento a un passo dell’Esodo, nel Vecchio Testamento – è la scelta della tempistica a far riflettere gli osservatori. L’attacco avviene a due settimane dalla presentazione di una richiesta di riconoscimento della Palestina come Stato osservatore non membro all’Onu, il prossimo 29 novembre, contro cui il governo israeliano si è scagliato in più di un’occasione. Fonti ufficiose sostengono che all’Assemblea 115 paesi sarebbero pronti a votare a favore, una cinquantina contro e altrettanti astenuti.
“Ancora una volta – osserva in proposito Pedde – la cronaca torna a ricordarci l’urgenza di riaccendere i riflettori sulla Palestina e di tornare a parlare di una questione che sembrava ormai scomparsa dalle agende internazionali”.
Inoltre siamo al termine di un periodo in cui le frizioni tra Israele e Stati Uniti sulla questione del nucleare iraniano erano state evidenti e in cui il primo ministro Benjamin Netanyahu non aveva nascosto le sue preferenze per il candidato repubblicano Mitt Romney. Come se non bastasse, sono in molti a notarlo, avviene negli stessi giorni in cui il sistema dell’intelligence americano è scosso dallo scandalo Petraeus, e in una fase di passaggio della nuova amministrazione: Hilary Clinton si dimetterà dalla Segreteria di Stato americana appena il Presidente Obama avrà scelto la squadra di Governo.
“Al di là dei riflessi internazionali, sul piano interno israeliano l’attacco costituisce una vittoria preventiva per il primo ministro Benjamin Nethanyahu sotto diversi profili” sottolinea Pedde, “sia dal punto di vista elettorale, in vista del voto del prossimo 22 gennaio, e poi da quello strategico, con la dimostrazione di riuscire a colpire attraverso le maglie della difesa palestinese, arrivando ad uccidere uno dei leader più attivi del movimento armato”.
Da sottolineare inoltre che nei raid, “l’aviazione ha fatto ricorso ad alcune delle tecnologie più innovative a disposizione – aggiunge ancora l’esperto – dimostrando di avere fatto grossi passi avanti rispetto a Piombo Fuso, che su piano militare aveva costituito una vittoria tattica ma non certo strategica”.
Anche dal punto di vista diplomatico, l’operazione si inserisce in un contesto completamente mutato rispetto al 2009, “ come dimostra il fatto che l’Egitto – guidato da Mohammed Morsi e dalla coalizione dei Fratelli Musulmani – non abbia aspettato neanche 24 ore prima di richiamare il suo ambasciatore dal Tel Aviv”. Anche se le azioni del presidente egiziano, infatti, dovessero rivelarsi frutto di considerazioni interne e di calcolo politico “costituiscono la prova di un clima rinnovato, in cui il presidente risponde – a differenza di quanto accadeva prima –alle pressione di un’opinione pubblica e di un elettorato attivo”.
[AdL]
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