L’isolamento d’Israele di Alberto Stabile
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C' è sempre un momento nel corso delle operazioni militari come quella intrapresa da Israele contro Hamas, la “guerra senza fine”, come l’ha definita Eytan Haber, un brillante giornalista che fece parte della squadra di Yitzhak Rabin, pace all’anima sua, in cui la stampa israeliana si chiede se il governo pro tempore “ha imparato la lezione” scaturita dalla precedente operazione. Nel nostro caso ci si chiede se gli strateghi del “Pilastro della sicurezza” hanno saputo profittare dall’esperienza maturata, cinque anni fa, con l’operazione “Piombo fuso”.
Sul piano militare sembra che questa felice circostanza si sia verificata, secondo alcuni commentatori. Adesso, l’aviazione, l’artiglieria e la marina sarebbero più precise nel prendere di mira obbiettivi militari di Hamas e, dunque, più attente ad evitare di colpire la popolazione civile. Ricordiamo che nella precedente campagna del dicembre 2008-gennaio 2009, in tre settimane d’incessanti bombardamenti, furono uccise oltre 1400 persone, in maggioranza, per l’appunto, civili. Vedremo quale sarà il bilancio alla fine dell’attuale operazione.
Ma c’è un altro aspetto, in cui, secondo me, i governanti israeliani non hanno saputo, o potuto, o voluto, fare tesoro alcuno della precedente esperienza, la quale, se pure efficace sul piano militare, ma non al punto, a quanto pare, da impedire ad Hamas di riarmarsi, si concluse con un totale fallimento sul piano dell’immagine dello Stato ebraico. Ed è quello che riguarda l’isolamento internazionale d’Israele, oggi forse, più accentuato di quanto fosse cinque anni fa. Cinque anni, da questo punto di vista, trascorsi invano.
Certo, la Primavera Araba ha portato un
grande sconvolgimento, come si dice, negli equilibri regionali. Per
dirla in parole povere, il tempo in cui rais e dittatori arabi venivano
insigniti e nobilitati per i servizi resi alla “pax israeliana o alla
“war on terror”, due capisaldi della strategia degli Stati Uniti durante
l’ultimo decennio, salvo perdonare loro le peggiori nefandezze sul
piano dei diritti umani e della democrazia interna, beh, quel tempo è
finito e non sembra che possa facilmente ritornare.
Adesso sul trono d’Egitto è assiso un
faraone, Mohammed Morsi, che nasce dei Fratelli Musulmani, così come dai
Fratelli Musulmani nascono i dirigenti di Hamas, e dunque guarda al
movimento islamico come un’appendice ideologica e politica da sostenere e
proteggere. Piuttosto che mandare il suo primo ministro a Gaza, Mubarak
avrebbe lasciato passare la buriana e poi avrebbe messo la faccenda
nelle mani sapienti del suo braccio destro, nonché capo dei servizi,
Omar Suleiman, il quale si sarebbe avvitato in una navetta tra il Cairo e
Tel Aviv di cui nessuno avrebbe saputo nulla.
Questione di stile? No, piuttosto di
sostanza politica, direi. Perché Morsi, a quanto pare, ha mantenuto il
punto anche nel colloquio con Barak Obama, laddove al presidente
americano, fermamente convinto che ad innescare lo scontro siano stati i
missili lanciati da Hamas, ha risposto che si trattava di
un’aggressione israeliana, aggiungendo nel comunicato diffuso dal suo
ufficio, “inaccettabile”.
Ma cosa ha fatto Israele in questi cinque
anni per dar seguito nei fatti alla proclamata volontà di pace? E’ lì,
nel cuore del conflitto che da 64 anni vede contrapporsi palestinesi e
israeliani, la radice di quello che sta succedendo in questi giorni. I
palestinesi di Gaza, per quanto arrendevoli sotto il pugno di ferro di
Hamas, non sono diversi dai palestinesi di Ramallah o di Tulkarem. Gli
uni piangono per la malasorte degli altri. E se i loro fratelli separati
sotto l’ombrello dell’Autorità palestinese avessero raggiunto una pace
soddisfacente e durevole, una pace utile anche a costruire uno stato, se
queste circostanze si fossero verificate, pensate che Hamas avrebbe
vinto le elezioni nel 2006 e conquistato, un anno dopo, la Striscia di
Gaza?
Ma, non solo la pace non c’è, ma non c’è
più neanche l’autorità palestinese, che molti osservatori ormai citano
in negativa contrapposizione con Hamas: questi intolleranti, fanatici,
ma forti, duri, organizzati, quelli deboli, imbelli, corrotti e
includenti.
Ma parte di questa debolezza, di questa
incapacità a rendere vincente la strategia moderata del presidente
Mahmud Abbas va addebitata alla controparte israeliana e alla
condiscendenza degli americani nei confronti dei tatticismi di
Netanyahu. Cito un esempio: la richiesta di riconoscimento come stato
avanzata da Abbas alle Nazioni Unite. Richiesta legittima sul piano del
diritto e moralmente coerente con quel principio di autodeterminazione
dei popoli di cui i grandi politici americani, i Padri degli Stati
Uniti, sono stati i promotori. Un principio questo di cui hanno potuto
avvalersi anche i pionieri del sionismo nel loro viaggio conclusosi con
la proclamazione dello Stato ebraico.
Ma, non è cosi per i palestinesi, i quali,
a leggere i giornali soltanto pochi giorni prima che scoppiasse
l’ultima guerra di Gaza, sembra che nel cercare di far valere quel
diritto universalmente riconosciuto, certo anche per rimuovere il
processo di pace dalla palude in cui è precipitato, sono stati
presentati come degli impudenti, temerari provocatori.. Il ministro
degli Esteri israeliano, Lieberman, ha persino minacciato di deporre
Abbas, se avesse insistito nella sua richiesta e ha parlato di sanzioni
economiche, scioglimento dell’Autorità palestinese e persino di revoca
degli Accordi di Oslo (1993), il sogno della destra israeliana.
No, nella “guerra senza fine”, non c’è posto per i moderati.
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