La più recente catastrofe di Gaza di Richard Falk




I doppi standard dei mezzi di informazione in Occidente riguardo alla nuova tragica escalation di violenza da parte di Israele diretta contro Gaza erano compendiati da un titolo in prima pagina, assurdamente parziale, del New York Times: “I razzi  prendono di mira Gerusalemme; Israele si prepara all’invasione di Gaza” (NYT, 16 novembre 2012. Decodificato  in qualche modo, il messaggio è questo: Hamas è l’aggressore, e Israele quando e se lancia un attacco di terra contro Gaza deve aspettarsi di essere ulteriormente attaccato dai razzi. Questa è un’ assurda riformulazione   della realtà, di tipo orwelliano.
La situazione reale è, naturalmente, del tutto l’opposto: cioè, che ora si può presumere che la popolazione indifesa di Gaza sia profondamente timorosa di un imminente assalto totale di Israele, mentre è anche vero, senza minimizzare la realtà di una minaccia, che alcuni razzi sparati da Gaza sono caduti senza fare danni (anche se con implicazioni in verità minacciose ), sulle periferie di Gerusalemme e Tel Aviv. C’è una  sproporzione talmente evidente nelle capacità delle due parti di infliggere danni e sofferenze a causa del totale dominio militare israeliano, da rendere perverso questo capovolgimento di preoccupazioni per quello che potrebbe accadere alla società israeliana se l’attacco a Gaza si intensificherà ulteriormente.
Il fatto che Hamas e le varie milizie di Gaza dipendano dai razzi, anche se esageratamente imprecisi e generalmente innocui,  è una violazione criminale della legge umanitaria internazionale, ma il basso numero di vittime e il danno minore che causano, è necessario che sia valutato nel contesto generale della massiccia violenza inflitta ai palestinesi. La diffusa percezione non-occidentale del nuovo ciclo di violenza che coinvolge Gaza è che esso sembra una ripetizione dell’aggressione israeliana contro Gaza della fine del 2008, inizio 2009, che è analogamente avvenuta tra la fine delle elezioni presidenziali americane e le programmate elezioni parlamentari israeliane.
Puntare il dito
C’è la solita discussione su dove localizzare la responsabilità per l’azione iniziale in questa rinnovata impennata di violenza. Sono dei colpi sparati da Gaza al di là del confine e mirati a una jeep blindata israeliana o è stata  l’uccisione con un missile israeliano di Ahmed Jabari, capo dell’ala militare di Hamas, avvenuta pochi giorni dopo?  O qualche altra azione di una parte o dell’altra? Oppure è la continua violenza contro il popolo di Gaza derivante dal blocco che è stato imposto fino dalla metà del 2007?
L’assassinio di Jabari arrivato pochi giorni dopo una tregua informale che è stata negoziata per mezzo dei buoni uffici dell’Egitto, e molto ironicamente approvata da nessun altro se non da Jabari che agiva per conto di Hamas. La sua uccisione è stata chiaramente intesa come una grossa provocazione che sconvolgeva un tentativo accuratamente  negoziato per evitare un’altra  sequenza di violenze del tipo pan-per-focaccia che si è verificata periodicamente durante gli scorsi anni.
Un assassinio di un personaggio politico palestinese di  così alto profilo, come Jabari, non è un atto spontaneo. E’ basata su una elaborata sorveglianza eseguita in un periodo lungo ed è ovviamente pianificata molto  in anticipo in parte con la speranza di evitare danni collaterali e per limitare quindi una pubblicità sfavorevole. Queste uccisioni extra-giudiziali sebbene parte integrante della nuova filosofia americana della guerra con i droni, rimane una tattica illegale di scontro, negando ai capi politici avversari che separati dall’ala combattente, qualsiasi opportunità di difendersi dalle accuse, e implica il rifiuto di qualsiasi disposizione di cercare una risoluzione pacifica di un conflitto politico. Equivale all’imposizione della pena capitale senza un regolare processo, alla negazione dei diritti elementari di affrontare un accusatore.
Mettendo da parte le sottigliezze della legge, la dirigenza israeliana sapeva perfettamente che cosa faceva quando ha rotto la tregua e ha assassinato un capo così preminente di Hamas, una persona che generalmente  si riteneva fosse secondo soltanto al Primo ministro di Gaza, Ismail Haniya. Ci sono state voci e minacce velate, per mesi, che il governo di Neatnyahu pianificasse un grosso attacco contro Gaza, e la tempistica degli attacchi sembra coincidere con la dinamica della politica interna di Israele, specialmente con la tradizionale pratica israeliana di sostenere l’immagine di resistenza dell’attuale dirigenza di Tel Aviv come modo di indurre i cittadini israeliani a sentirsi impauriti,  e tuttavia protetti, prima di votare.
Sotto assedio
Al di sotto dell’orripilante violenza, che espone la totale vulnerabilità di tutti coloro che vivono come schiavi a Gaza, che è una delle comunità più abitate e più povere del pianeta, c’è una spaventosa struttura di maltrattamenti umani a cui la comunità internazionale continua a voltare le spalle, allo stesso tempo predicando altrove l’aderenza alla norma di “responsabilità di proteggere”, ogni volta che stia bene alla NATO. Più della metà del 1,6 milioni di abitanti di Gaza sono profughi che vivono in una zona che in totale è due volte l’estensione della città di Washington, D.C. La popolazione ha sopportato un blocco punitivo fino dalla metà del 2007 che rende insopportabile la vita quotidiana, e Gaza è stata occupata in maniera violenta fin dal 1967.
Nel 2005 Israele ha tentato di imbrogliare il mondo parlando di un di ritiro  in buona fede  da Gaza, che all’epoca è stato sfruttato dai militanti palestinesi come opportunità di iniziare attacchi letali con i razzi. La notizia opposta, accettata dalla maggior parte degli osservatori indipendenti, è che il ritiro delle truppe e la rimozione degli insediamenti da parte di Israele, era poco più che una semplice dislocazione  verso i confini di Gaza, con il controllo assoluto su tutto quello che entra ed esce, mantenendo una “stagione aperta” in cui c’era licenza di uccidere a piacere, senza alcuna responsabilità e nessuna conseguenza sfavorevole, appoggiata senza problemi dal governo statunitense.
Da un punto di vista internazionale, il “disimpegno”  di Israele da Gaza che Israele ha fatto credere,  non ha posto fine alla sua responsabilità in quanto Potenza Occupante in base alle Convenzioni di Ginevra, e quindi il suo piano generale di assoggettare l’intera popolazione di Gaza a forme severe di punizione collettiva, equivale a un crimine continuo contro l’umanità, e anche a una flagrante violazione dell’Articolo 33 della IV convenzione di Ginevra . Non sorprende che così tante persone che hanno osservato da vicino la situazione difficile di Gaza, la abbiano descritta come “la prigione a cielo aperto più grande del mondo”.
Il governo di Netanyahu persegue una politica si comprende meglio dalla prospettiva del “settler colonialism” *. Ciò che distingue questo da altre forme colonizzazione, è la determinazione dei colonialisti non soltanto di sfruttare e dominare, ma di far sì che la terra diventi di loro proprietà e di sovrapporre la loro cultura a quella della popolazione originaria. A questo riguardo, Isarele trae vantaggio dalla frattura tra Hamas e Fatah e cerca di indurre i palestinesi oppressi a rinunciare alla loro identità  e anche alla loro lotta di resistenza fino al punto di chiedere ai palestinesi che vivono in Israele di fare un giuramento di lealtà a Israele in quanto “stato ebraico”.
In realtà, al contrario della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, Israele non ha ambizioni territoriali a lungo termine a Gaza. La soluzione a breve termine di Israele riguardo al suo cosiddetto “problema demografico” (cioè preoccupazioni sull’aumento della popolazione palestinese rispetto a quella ebraica) potrebbe essere molto attenuato se l’Egitto assorbisse Gaza o se Gaza diventasse un’entità permanentemente separata, a condizione che venga demilitarizzata correttamente.  Ciò che rende attualmente Gaza utile per gli israeliani è la loro capacità di gestire il livello di violenza, sia per distrarre da altre preoccupazioni ( per esempio,  aver ceduto riguardo al problema con l’Iran, espansione accelerata degli insediamenti) e come modo di convincere il loro stesso popolo che i nemici pericolosi restano e che devono essere trattati con il pugno di ferro del militarismo israeliano.
Niente pace 

Sullo sfondo, ma non così tanto lontani dalla comprensione degli osservatori, ci sono due eventi strettamente collegati. Il primo è il gradio con cui la continua espansione degli insediamenti israeliani ha reso non realistico supporre che una soluzione fattibile di uno stato palestinese nascerà da negoziati diretti. Il secondo, sottolineato dalla recente unione delle forze di Netanyahu  e di Lieberman, dà la misura in cui il processo del governo israeliano ha indirettamente abbracciato in maniera irreversibile la visione di una più grande Israele che comprenda tutta Gerusalemme e la maggior parte della Cisgiordania.
Il  fatto che i leader mondiali in Occidente continuino a ripetere il mantra: la pace per mezzo di negoziati diretti è o un’espressione della più madornale incompetenza, o cattiva fede assoluta. Come minimo, Washington e gli altri che chiedono la ripresa dei negoziati diretti, devono spiegare a tutti noi come sarà possibile istituire uno stato palestinese entro i confini del 1967 quando questo significa lo spostamento degli oltre 600.000 coloni armati ora difesi dall’esercito israeliano e sparsi in tutta la Palestina occupata. Una spiegazione di questo tipo dovrebbe anche dimostrare perché a Israele è stato permesso di legalizzare tranquillamente i circa 100 avamposti, cioè gli insediamenti sparsi in Cisgiordania che erano in precedenza illegali anche in base alla legge israeliana. Queste mosse verso la legislazione meritano l’urgente attenzione di tutti coloro che continuano a proclamare la loro fede in una soluzione dei  due stati e che invece vengono ignorate.
Questo ci riporta a Gaza e ad Hamas. I più alti dirigenti di Hamas hanno chiarito abbondantemente e ripetutamente di essere disposti ad accettare una pace permanente con Israele se ci sarà un totale ritiro ai confini del 1967 (il 22 per cento della Palestina storica) e questa proposta  è appoggiata da un referendum di tutti i palestinesi che vivono sotto occupazione.
Israele, con l’appoggio di Washington, prende lo posizione che Hamas, in quanto “organizzazione terrorista” che deve essere permanentemente esclusa dalle procedure diplomatiche, eccetto, naturalmente, quando serve agli scopi di Israele negoziare con Hamas. Israele lo ha fatto nel 2011, quando ha negoziato lo scambio di prigionieri con cui cento palestinesi sono stati rilasciati dalle carceri israeliane in cambio della liberazione del soldato israeliano prigioniero, Gilad Shalit, o quando sembra comodo trarre vantaggio dalla mediazione egiziana per stabilire dei cessate il fuoco temporanei.
Come ci ricorda il famoso pacifista israeliano ed ex membro della Knesset, Uri Avnery, un cessate il fuoco (hudna  in arabo) nella cultura araba, si considera essere santificato da Allah, e di solito è stato in uso ed è stato fedelmente osservato fino dal tempo delle Crociate. Avnery riferisce anche che fino alla sua uccisione, Jabari era in contatto con Gershon Baskin di Israele,  cercando di esaminare prospettive per un cessate il fuoco a lungo termine, cosa che è stata riferita ai leader israeliani che, non meravigliamoci,  non hanno mostrato alcun interesse.
Aspettare la giustizia
 C’è un ulteriore caratteristica di questa ripresa di conflitto che implica gli attacchi contro  Gaza. Israele talvolta insiste che siccome non è più, secondo quanto sostiene, una potenza occupante, è in uno stato di guerra con Gaza governata da Hamas. Se però questa affermazione  dovesse essere  presa come la corretta descrizione legale del rapporto tra le due parti, allora Gaza avrebbe i diritti di chi combatte, compresa l’opzione  di usare una forza corrispondente contro gli obiettivi militari israeliani. Come abbiamo sostenuto in precedenza, una descrizione legale di questo rapporto tra Israele e Gaza è inaccettabile. Gaza resta occupata e fondamentalmente indifesa e Israele in quanto occupante non ha alcun diritto militare o etico di   una guerra contro il popolo e il governo di Gaza che, tra parentesi, è stato eletto in elezioni libere controllate internazionalmente all’inizio del 2006.
Al contrario, il suo obbligo  prioritario, in quanto Occupante, è quello di proteggere la popolazione civile di Gaza. Anche se il numero delle vittime nella attuale situazione di violenza è basso, paragonato a quello dell’Operazione Piombo Fuso, l’intensità degli attacchi aerei e navali contro la popolazione indifesa di Gaza  terrorizza i cuori e le menti di ogni persona che vive nella Striscia, ed è una forma di violenza indiscriminata contro la salute spirituale e mentale di un intero popolo che non può essere misurata in morti e ferriti, ma facendo riferimento alla paura traumatizzante che è stata provocata.
Sentiamo molte affermazioni in Occidente riguardo a una presunta diminuzione di guerre in campo internazionale dopo il crollo dell’Unione Sovietica di circa 20 anni fa. Tali affermazioni sono, in una certa misura, un progresso gradito, ma le popolazioni del  Medio Oriente devono ancora avere vantaggi da questa tendenza; chi ne ha meno di tutti è la gente della  Palestina Occupata, e tra questi la popolazione  di Gaza è quella che sta soffrendo più profondamente. Questo spettacolo di una guerra unilaterale nella quale Israele decide quanta violenza scatenare e Gaza attende di essere colpita sparando salve di razzi inutili dal punto di vista militare come gesto di resistenza, rappresenta un vergognoso  crollo  di valori della civiltà. Questi razzi diffondono realmente paura e causano traumi tra i civili israeliani anche quando non viene colpito alcun obiettivo, e rappresentano una tattica inaccettabile. Questa inaccettabilità, tuttavia deve essere  confrontata con le tattiche inaccettabili di  Israele che ha in mano tutte le carte nel conflitto.

E’ un fatto realmente allarmante che adesso perfino la più santa delle  città, Gerusalemme, sia minacciata da attacchi, ma continuare a imporre  condizioni oppressive al popolo di Gaza, porta inevitabilmente a crescenti livelli di frustrazione, a grida di aiuto che il mondo non ha riconosciuto come pericolo da decenni. Queste sono grida per la sopravvivenza! Rendersene conto non è un’esagerazione!  Per riuscire a comprendere questa prospettiva, è soltanto necessario leggere un recente Rapporto dell’ONU che conclude che il deterioramento dei suoi servizi e delle sue condizioni, renderà Gaza inabitabile entro il 2020.
A parte  tutto il valore delle lagnanze di entrambe le parti,  si deve dire che una è onnipotente in campo militare e l’altra parte si rannicchia impaurita e impotente. Una realtà così grottesca è stata nascosta della coscienza mondiale a causa dello scudo geopolitico grazie al quale a Israele è dato un permesso gratuito di fare qualunque cosa voglia. Una tale circostanza è insopportabile dal punto di vista morale e dovrebbe essere inaccettabile dal punto di vista politico. Ogni persona, governo e istituzione di buona volontà vi si deve opporre in campo mondiale.
*Il Settler colonialism è una forma specifica di formazione coloniale per cui le unità famigliari straniere si trasferiscono in una regione e danno poi vita ad altre famiglie. La terra è quindi la risorsa fondamentale in questo tipo di colonie…. . La colonizzazione normale di solito termina, mentre il settler colonialism dura per sempre, tranne rari casi di completa evacuazione o dei decolonizzazione degli insediamenti (da http://en.wikipedia.org/wiki/Settler_colonialism).
Richard Falk  è l’inviato speciale alle Nazioni Unite per i diritti umani palestinesi. 
 La più recente catastrofe di Gaza





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