Gaza e le promesse tradite della Primavera Araba



Per un momento i palestinesi hanno sperato di poter contare su una maggiore solidarietà dei governi arabi, grazie alle 'primavere' e al cambio di regime in Egitto e Tunisia. Ma si tratta di un cambiamento di "facciata", secondo Nesrine Malik, perché la Fratellanza si scontra con la realpolitik, e Gaza resta "sola". 



di Nesrine Malik* - traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra 

Sin dall’inizio dell’aggressione israeliana contro Gaza, il ritornello è stato che nel mondo arabo il terreno era cambiato, che le ‘influenze’ politiche erano state ridefinite, che Hamas aveva di nuovo degli alleati, e che Gaza non era più sola.
Eppure, 46 persone erano già morte prima ancora che iniziasse la riunione della Lega Araba dedicata alla crisi.
L’organizzazione ha poi impiegato tre lunghi giorni per organizzare un vertice "d’emergenza". Offrendo poi uno spettacolo penoso.
I rappresentanti politici arabi hanno pronunciato dichiarazioni su dichiarazioni cariche di retorica, rendendo chiaro a tutti che erano rimasti bloccati in un’altra era.
Così come è stato subito palese che la Primavera Araba ha inciso davvero poco sulla totale impotenza del mondo arabo nei confronti di Israele.
Dove sono finite le ‘piazze arabe’?
Quelle stesse piazze che hanno protestato contro governanti accusati di essere dei lacchè dell’Occidente, sempre non abbastanza solidali con i palestinesi.
La "questione” palestinese si trasmette agli arabi come il latte materno, e negli ultimi tre decenni è stato ripetuto che solo un governo realmente rappresentativo del popolo avrebbe potuto mettere seriamente in discussione l’impunità israeliana.
Era un discorso strettamente legato alla percezione che gli arabi fossero deboli, soggiogati, un motivo ricorrente in una regione messa in ginocchio dalla corruzione di dittatori al soldo dell’Occidente.
Ma una volta discostata da questo scenario, la rabbia araba è ora molto meno potente e molto più frammentata, intrappolata tra l’inesperienza dei propri governi e l’instabilità regionale. 
La Palestina è una ferita aperta usata dai partiti all’opposizione per fomentare la gente, e dai governi per alimentare la rabbia e distogliere l’attenzione dai propri fallimenti interni.
Ma adesso l’ingenuità di questa tesi è stata rivelata. I partiti di opposizione sono arrivati al potere, e i vincoli della realpolitik appaiono evidenti.
Dall’inizio dell’attacco su Gaza, il nuovo presidente egiziano Mohammed Morsi non si è particolarmente distinto dal suo predecessore Hosni Mubarak, che richiamava regolarmente il suo ambasciatore in Israele, usando toni accesi verso il governo di Tel Aviv.
I nuovi cambiamenti sono solo di facciata, con un occhio sempre rivolto all’elettorato di casa.
Il primo ministro egiziano è arrivato a Gaza e ha portato un bambino ferito in ospedale; i tunisini hanno mandato una delegazione; un convoglio di politici e attivisti egiziani ha attraversato il confine di Gaza domenica per mostrare sostegno ai palestinesi.
Gesti che rompono con la tradizione quel tanto che basta a dare l’impressione che ci sia una solidarietà più dichiarata, meno esitante, che tiene buono l’elettorato. Ma che non sono abbastanza forti per costringere Israele a scendere a patti. 
Semmai, è ormai chiaro che la Fratellanza Musulmana ha visto la sua forza stemperarsi dalla realtà del potere, e non realizzerà l’incubo occidentale di alimentare una suicida inimicizia con Israele.
Le strette relazioni tra Hamas e Fratellanza sono servite a convincere i palestinesi ad adottare una posizione più malleabile. 
Così, tutto il peso è toccato alle vittime, e non ai colpevoli: una situazione impossibile, che lascia sul campo una tregua dettata dai più forti.
Martedì, Israele non ha risposto alla proposta egiziana di un cessate il fuoco, accettata da Hamas, e la mattina successiva ci sono stati bombardamenti su Gaza e un attacco a un autobus a Tel Aviv.
E anche questa tregua sembra debole. 
Lo scrittore egiziano Ahdaf Soueif, in un articolo titolato “Gaza non è più sola”, ha scritto: “Ci stiamo dirigendo verso una rappresentanza dei reali desideri della gente nella regione e, nei prossimi anni, i governi dovranno seguire la strada che i loro popoli gli indicano”.
Ma qual è questa strada? 
Israele gode di una certa superiorità militare per usare la guerra al fine di accrescere la sua popolarità, ma questo è un rischio che i governi arabi non possono permettersi.
Inoltre, salvo l’Egitto e la Tunisia, il resto del mondo arabo (e il Golfo in particolare), come dimostra il fiasco che continua a rappresentare la Lega Araba, è ancora fermamente evasivo riguardo ogni azione di solidarietà che non consista in semplici dichiarazioni, o politiche di pressione sugli alleati di Israele.
Quando Anwar al-Sadat firmò il trattato di pace con Israele, nel 1979, disse: “Posso sfidare Israele, da solo, ma non posso prendermela con l’America”.
Bisogna focalizzare di nuovo l’attenzione su Israele e sui suoi influenti alleati occidentali per fermare gli attacchi.
I nuovi governi di Egitto, Tunisia, Libia e Yemen non stanno certo andando verso un’escalation del conflitto con Israele, né troveranno una soluzione permanente assoggettando Hamas. 
La Primavera Araba è stato un diversivo e il panorama politico – con la Siria, il Libano e adesso la Giordania schiacciati dai disordini interni – è tutt'altro che definito.
La realtà è che Gaza è ancora sola.

Gaza e le promesse tradite della Primavera Araba




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