Gaza e il nuovo ordine regionale
Dopo la tregua, si contano le vittime, i feriti e i danni. Ma l'offensiva israeliana ha anche svelato un 'nuovo' ordine regionale, con l'Egitto di Morsi che viene accolto con tutti gli onori nel club dei potenti e il Qatar che fa la parte del leone. Nel silenzio assordante dell'Anp.
L’Egitto si riprende lo ‘scettro’, ma Morsi ha le mani legate - di Marco Di Donato
La crisi di Gaza ha segnato l’ingresso del nuovo Egitto di Morsi tra quelli che ‘contano’ nella comunità internazionale.
Tel Aviv ed Hamas tornano a parlare con il Cairo, mentre Obama si affida pubblicamente alla Fratellanza Musulmana per risolvere l’ennesima crisi israelo-palestinese.
Ma cosa accadrà una volta taciute le armi?
Dopo i primi bombardamenti che hanno colpito la Striscia, Morsi ha immediatamente deciso di ritirare l'ambasciatore, pescando a piene mani nella retorica anti-israeliana propria della Fratellanza.
Ha poi inviato a Gaza il suo primo ministro, Hisham Qandil, le cui immagini al fianco di Ismail Haniyeh hanno fatto il giro del mondo, soprattutto di quello arabo-islamico.
La Fratellanza, si è letto su molti organi di informazione, "supporta senza mezzi termini Hamas", e reagisce con forza all’offensiva di Tel Aviv: dopo le rivolte arabe, “la geopolitica regionale è davvero cambiata”.
Ma il solo ritiro dell'ambasciatore rappresenta un affronto così fondamentale? Sono in molti a non pensarla così, soprattutto in Egitto.
L'Egyptian Gazzette si chiede ad esempio come mai il proprio paese continui a rifornire lo Stato israeliano di gas a basso costo, in un momento di grave crisi energetica.
L'Egitto ha dovuto siglare accordi di cooperazione per far fronte alle proprie esigenze, aprendo alle esportazioni di Algeria e Qatar.
La situazione è quantomeno paradossale.
Eppure, per Mohamed Ibrahim Gharib, lavoratore tessile, non sarebbe difficile ‘punire’ Israele, come si legge sulle pagine del Guardian: "Dobbiamo dire basta a petrolio, gas e trattato di pace!".
Morsi non ha mai messo in discussione le forniture di gas e tanto meno ha paventato una revisione degli accordi con Israele.
Tuttavia la società egiziana sembra scalpitare: il 77% degli intervistati si dice favorevole all'annullamento del trattato di Camp David siglato nel 1978.
Così come molte altre forze politiche hanno chiesto a più riprese il totale congelamento delle relazioni con Tel Aviv. Posizione che sarebbe condivisa anche da alcuni esponenti del partito Giustizia e Libertà, dove crescono le critiche all'operato di Morsi.
Da parte loro, i salafiti di al-Nour hanno definito “insufficienti” le misure adottate dal governo, mentre la sinistra egiziana e il Liberal Constitution Party non hanno perso l'occasione di attaccare il comportamento di Morsi.
Ma per ora la sua linea politica tiene, o quantomeno gli Stati Uniti la stanno avallando senza se e senza ma, con il segretario di Stato Hillary Clinton che “personalmente ringrazia il presidente egiziano per gli sforzi profusi”.
Ma senza dubbio è il Qatar ad aver spinto il Cairo in maniera più decisa e forte (anche economicamente) verso la riconquista della leadership regionale.
Come dire: con la regia di Doha, entra in scena l’Egitto di Fratelli Musulmani.
Quindi Morsi come Mubarak? Un presidente non libero nelle proprie decisioni ed eterodiretto? Per ora di certo c’è solo che il Cairo non risponde più direttamente alle indicazioni di Washington, ma dei suoi alleati, Turchia e Qatar.
E come prevedono diversi analisti, il rapporto con Israele (presente e futuro) resta la vera spina nel fianco dell'amministrazione egiziana.
Perché Morsi non ha dato pienamente ascolto agli umori della piazza che gli chiede un vero cambiamento di strategia. E perché la profonda crisi economica egiziana, in attesa di riforme strutturali e sostanziali, può essere risolta solo attraverso un ingente afflusso di capitali stranieri.
L'Egitto guarda sì alla Palestina, ma per ora ancora troppo da lontano preoccupandosi, come forse naturale in un processo di transizione come quello attuale, di risolvere in prima battuta le proprie pressanti esigenze interne.
Il Qatar e il nuovo 'protettorato arabo' sulla questione israelo-palestinese - di Francesca Manfroni
Per capire il ruolo del Qatar nelle trattative che hanno portato alla tregua dell’altro ieri bisogna andare indietro di un paio di mesi, quando Doha annunciava di aver aperto il suo primo ufficio diplomatico nell'enclave palestinese, promettendo al contempo oltre 400 milioni di dollari per la ricostruzione di strade, ponti e case, tra cui mille unità abitative delle circa 3.500 devastate a seguito dell’offensiva israeliana lanciata nel dicembre 2008, e che uccise almeno 1.400 palestinesi.
E fu proprio l’Operazione Piombo Fuso a segnare l’entrata in scena del Qatar nella questione israelo-palestinese .
Il 23 ottobre scorso, una Gaza giubilante accoglieva lo sceicco Hamad bin Khalifa Al Thani, il primo capo di Stato arabo a visitare la Striscia dal 2006, anno della vittoria elettorale di Hamas.
La visita dell’emiro ha avuto l’effetto di aprire i portafogli anche di altri paesi del Golfo, che si sono mostrati subito più disponibili a ‘investire’ in questo lembo di terra circondato da Israele.
E se il Bahrein si è limitato ad inviare una delegazione di alto livello poche settimane dopo la visita delle autorità del Qatar, l'Arabia Saudita e la Turchia hanno già versato nelle casse di Fatah e Hamas rispettivamente 250 milioni e 300 milioni di dollari di aiuti.
Sebbene la visita dell’emiro abbia sicuramente scalfito la credibilità di chi governa la Cisgiordania, non è certo la politica interna palestinese ad interessare lo sceicco del Qatar, il cui vero obiettivo è rafforzare la sua influenza su Hamas, premiandolo per aver abbandonato il presidente siriano Bashar al-Assad.
Un premio quantificabile in 200.000.000 dollari di sostegno finanziario, che andrebbero a compensare - sottolineano alcuni - anche la diminuzione delle donazioni iraniane e il danno economico provocato dalla chiusura di alcuni tunnel usati per contrabbandare merci dall'Egitto.
Ma perché tanta generosità?
Intanto bisogna tenere presente che la capitale dell’emirato ospita (non ufficialmente) l'ufficio di Hamas, dopo che il suo stato maggiore ha dovuto lasciare il caos siriano.
Così come va ricordato che lo sceicco sta usando la sua ricchezza petrolifera per esercitare un’influenza regionale al di là delle piccole dimensioni, basti pensare alla Libia e alla Siria.
L’entrata in scena del Qatar richiede infatti di una doppia lettura.
Da una parte va sottolineata la necessità di sostituire - dopo le primavere arabe - (e almeno formalmente), il 'protettorato' euro-americano sulla questione israelo-palestinese, passando il testimone ai paesi arabi ‘amici’ dell’Occidente (Arabia Saudita e Qatar, appunto).
Dall’altra, non va dimenticato che l’attuale offensiva israeliana si colloca nel più ampio scontro in corso (vedi Siria e Iraq) nella regione tra l’asse sunnita e sciita.
Di qui l’esigenza di ‘recuperare’ Hamas, sottraendolo all’influenza siro-iraniana.
Ma per far ciò non bastano solo i soldi: "Prima della crisi, l'impegno del Qatar è stato per lo più umanitario e finanziario, ma ora serve uno sforzo diplomatico, come mai è accaduto in passato”, dichiara Ibrahim Sharqieh, vice direttore del Brookings Doha Center.
Sforzo che il premier Hamad bin Jassim Al Thani ha compiuto sin dai primi giorni dell’inizio dell’offensiva lanciata da Tel Aviv, quando ha chiesto “una forte risposta internazionale” all’aggressione israeliana: “Uno sporco crimine che deve essere punito".
Il primo ministro è poi volato al Cairo per incontri con il leader di Hamas, Khaled Meshaal, il presidente egiziano Mohammed Morsi, e il turco Recep Tayyip Erdogan
Ed è proprio con il Qatar che il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha discusso della possibile via di uscita dalla crisi.
Qatar che ufficialmente ha sospeso i suoi legami con Israele durante l'Operazione Piombo Fuso a Gaza del dicembre 2008.
Qatar che ha fatto la voce grossa nell’ultima riunione della Lega Araba, dove il primo ministro e il collega agli Esteri hanno chiesto una revisione dei rapporti tra il mondo arabo e Israele, nel più completo silenzio di tutti gli altri governi della regione.
Nello scontro fra Hamas e Israele perde l’Anp - di Cecilia Dalla Negra
“Il suo popolo sotto attacco a Gaza l’aspetta da sei giorni. Non l’abbiamo invitata per mostrare solidarietà con Gaza. Ma per essere a Gaza, con Gaza. E non importa quanto saranno duri gli attacchi contro di noi: continueremo ad aspettarla al valico di Rafah”.
Il 20 novembre, a una settimana dal lancio delle operazioni israeliane sulla Striscia, Issam Younis, direttore generale dell’al-Mezan Center for Human Rights di Gaza scrive una lettera aperta a Mahmoud Abbas, il presidente dell’Anp.
Gli chiede qualcosa di più che una dimostrazione di solidarietà.
Rivendica l’importanza di un gesto che lanci un messaggio chiaro: che la Striscia di Gaza sarà considerata parte integrante del futuro stato palestinese da quella leadership che alla fine del mese ne chiederà il riconoscimento alle Nazioni Unite.
Fermate le bombe israeliane, tirate le somme di una settimana di scontro con Hamas, il segnale più evidente è la definitiva perdita di influenza dell’Anp di Abbas.
Se di vincitori e vinti si deve parlare, è a Ramallah che abita la sconfitta.
Il presidente palestinese ci ha messo tre giorni a rompere il silenzio su quanto stava accadendo a Gaza: “Tutto quello che sta avvenendo è un tentativo di minare i nostri sforzi per assicurare il processo diplomatico verso le Nazioni Unite”, aveva poi affermato in una conferenza stampa il 16 novembre.
Sottolineando di considerare quello di Gaza “un attacco contro tutto il popolo palestinese”, e invitando la popolazione a organizzare manifestazioni nonviolente.
Ma venerdì 16, le reazioni nella Cisgiordania occupata erano già scoppiate. E l’impressione è che la genta abbia invaso le strade in maniera autonoma, eludendo il controllo della sicurezza di Fatah. Che in questo frangente, e con i bombardamenti in corso, è costretta a fare un passo indietro e lasciare che il livello di tensione salga, nei Territori.
Se infatti “la vittoria si misura dal sostegno che ogni parte ha ottenuto per la propria leadership, sembra che si possa dire che il trofeo, in questo caso, va ad Hamas”, scrive Amira Hass su Haaretz.
“Questa volta anche chi non è un suo sostenitore abituale ne ha ammirato il successo politico, reso evidente dagli assi nella manica che aveva a livello militare. La capacità di continuare a combattere anche sotto un attacco intenso dimostra la pianificazione del movimento, la sua abilità ad imparare dai propri errori”.
Ma, soprattutto, quella di imporsi come unica controparte nella mediazione con Israele orchestrata dal Cairo.
Invertendo la prospettiva, e dunque la narrazione: la Striscia di Gaza rappresentata come entità separata non più perché la leadership centrale l’ha lasciata da parte; ma perché in grado di gestire autonomamente il proprio destino.
Nessuno esce più rafforzato di Hamas da questo scontro: come sottolinea un editoriale del Guardian, uno dei risultati delle operazioni israeliane è che “Hamas è stata elevata alla posizione di valido contendente per la leadership dell’Olp”, dopo almeno 3 anni di caduta libera nei consensi popolari.
Fattori cui si aggiunge il desiderio di unità della popolazione, che nei giorni dell’attacco non ha voluto sentire parlare di divisioni, lasciando “che il tabù della sua ricomparsa politica (di Hamas, ndr) in Cisgiordania si dissolvesse”.
Abbas, “lontano da dove si sta consumando la ‘battaglia’, distante dal centro gravitazionale politico, è ridotto a spettatore del nuovo ordine regionale che prende forma” (1).
Il presidente manda a Gaza Nabil Shaath, membro storico di Fatah, e annuncia che una delegazione del partito entrerà nella Striscia: intanto però è costretto a restare a guardare, mentre nell’ufficio di Morsi al Cairo siedono Qatar e Turchia, senza lasciare sedie libere.
Mentre il passaggio a Ramallah di Ban Ki Moon e Hillary Clinton ha tutto l’aspetto di un formale gesto di cortesia, Abbas si trova schiacciato in un equilibrismo rischioso: il dovere di sostenere un popolo di cui ha perso la rappresentanza sotto attacco israeliano, e la necessità di non inasprire le inimicizie occidentali, in vista della richiesta di riconoscimento della Palestina come paese osservatore alle Nazioni Unite, attesa per la fine del mese.
Un’iniziativa che a questo punto è costretto a portare avanti per non giocarsi completamente la credibilità politica.
Dietro le ‘colonne di fumo’ dell’operazione israeliana restano 170 vittime palestinesi, tra cui 35 bambini, e oltre 1.200 feriti.
Appena 24 ore dopo l’accordo sulla tregua a Gaza City, una manifestazione festeggia la fine dei bombardamenti: presenti Nabil Shaath (Fatah), Ismail Haniyeh (Hamas) e Mohammed al-Hindi (Jihad islamica), che annunciano la fine delle divisioni e il sostegno da parte di tutte e tre le fazioni palestinesi all’iniziativa di Abbas all’Onu.
Una riconciliazione inevitabile, cui il presidente palestinese non può sottrarsi. Debole, almeno quanto una tregua che il giorno dopo si può violare.
(1) Israel and Hamas: fire and ceasefire in a new Middle East - Middle East Report n.133, ICG

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