Déjà Vu: ascesa del fascismo di Justin Raimondo


 Qui negli Stati Uniti abbiamo appena cominciato ad avvertire gli effetti sociali e politici della crisi economica mondiale: disoccupazione crescente, un’ondata di fallimenti e di pignoramenti e una contrazione generale dell’attività economica. Le amministrazioni statali e locali stanno imponendo misure d’austerità e il governo federale è di fronte a un “precipizio fiscale” che può essere più scosceso di quanto si immagini. In Europa, comunque, sono già a metà dell’abisso, con la Grecia che precipita più velocemente e più duramente, e diversi paesi dell’Europa meridionale non troppo indietro rispetto a essa. La reazione dei governi di tutto il continente è consistita in un regime di “austerità” inteso a ridurre i deficit accumulati in conseguenza di molti decenni di sperperi: i popoli che sono arrivati ad attendersi sussidi governativi come qualcosa di giustamente dovuto loro sono ora sottoposti a tagli draconiani di bilancio e la struttura sociale e politica costruire a partire dalla fine della seconda guerra mondiale sono a rischio di crollo. Il declino e la probabile caduta dell’euro presagiscono che il peggio deve ancora venire, con effetti di straripamento che minacciano noi qui, negli Stati Uniti.
L’ultima depressione economica mondiale portò all’ascesa del nazionalsocialismo in Germania, del fascismo in Italia e, alla fine, a un devastante conflitto globale che uccise milioni di persone: potrebbe accadere di nuovo?
I fattori economici e sociali che hanno portato all’ascesa del socialismo e del fascismo in Europa sono troppo conosciuti per richiedere di essere eccessivamente ripetuti qui: la situazione disastrosa della Germania di Weimar, con la sua inflazione galoppante e la successiva disintegrazione sociale polverizzò il tessuto socio-economico della nazione che ci ha dato Goethe e Beethoven, dando potere a ideologhi autoritari della destra e della sinistra. Figure marginali diventarono predominanti e le conseguenze furono orribili.
Quel processo sembra ripetersi oggi, con la marea in salita dei movimenti di estrema destra in Grecia, Ungheria, Italia, Olanda e persino in Finlandia. E non si tratta soltanto dell’Europa: la cosiddetta Primavera Araba è stata provocata dalla salita alle stelle dei prezzi del cibo e da condizioni economiche anche peggiori di quelle che vediamo altrove. Con partiti islamici che si stanno muovendo a inserirsi nel vuoto mentre tiranni appoggiati dagli Stati Uniti, come Hosni Mubarak, cadono ai margini l’Effetto Weimar è ben lungi dall’essere un fenomeno esclusivamente europeo.
La Grecia, il caso più estremo di implosione economica, sta evidenziando la minaccia imminente. Con più del 25% di disoccupazione (due volte tale cifra tra i giovani) e il collasso completo delle istituzioni più importanti del paese, un partito politico apertamente fascista si sta muovendo a colmare il vuoto. L’”Alba Dorata” è molto esplicita quanto ai propri predecessori ideologici: il loro simbolo la versione greca di una svastica.  
Il partito è stato fondato nei primi anni ’90 da Nikolaos Michaloliakos, un cinquantacinquenne agitatore di destra ed ex uomo dell’esercito con una lunga storia di propagandista filonazista. Come Hitler, ha scontato una condanna al carcere agli inizi della sua carriera politica per il suo violento “attivismo”: imprigionato nella stessa struttura dei dirigenti della giunta militare del 1967, il loro esempio lo ha ispirato a fondare l’”Alba Dorata”, inizialmente una rivista che conteneva apologie del nazismo e negazioni dell’Olocausto. Lui e i suoi seguaci hanno fondato l’Alba Dorata come partito politico nel 1993. Inizialmente una forza marginale, il partito – che aveva ottenuto meno dell’1% nei sondaggi precedenti – ha ricevuto uno sbalorditivo 14 per cento del voto nazionale alle recenti elezioni del parlamento greco. Il messaggio dell’Alba Dorata è sin troppo familiare: mentre l’estrema sinistra – che sta anch’essa guadagnando terreno – attribuisce al “capitalismo” la colpa delle disgrazie del paese, i seguaci dell’Alba Dorata sono molto più espliciti: i banchieri ebrei, dicono, sono la causa dei problemi economici europei e delle disgrazie della Grecia (oh e, per inciso, l’Olocausto è una menzogna). La loro reazione alle politiche d’”austerità” dei politici centristi consiste nell’incolpare gli stranieri – due milioni dei quali attualmente risiedono in Grecia – della criminalità crescente e di “rubare il lavoro” ai nativi. Duri in camicia nera pattugliano le strade malmenando gli stranieri, attaccando hotel di immigrati e persino infiltrando la polizia, che ha “esternalizzato” ai teppisti dell’Alba Dorata i compiti di polizia in vasti segmenti del centro di Atene. Come tutti i fascisti di ogni luogo, citano fantastischerie storica di una nazione “più grande”: se mai quella dell’Alba Dorata conquistassero il potere i territori “perduti” della Macedonia e parti dell’ex Jugoslavia sarebbero “reclamati” e la guerra con la Turchia sarebbe solo una questione di tempo. Non si tratta di Repubblicani tosti: questi sono  categoricamente fascisti, i cui simboli e la cui retorica nazista retrò evocano le tradizioni più oscure della politica europea moderna.
E non si tratta soltanto della Grecia: in Ungheria, dove un partito di maggioranza di destra ha guadagnato potere, la stessa onda di marea xenofoba ultranazionalista ha travolto l’elettorato. In quel paese un partito in stile Alba Dorata, noto come “Jobbik”, ha preso di mira ebrei e zingari – i due criminali secondo la propaganda nazista – nonché gli omosessuali, per conquistare l’appoggio del pubblico. Come l’Alba Dorata, Jobbik fa poco per mascherare la propria ascendenza politica. Come ha detto nello scorso gennaio Gabor Vona, il trentatreenne leader del partito:
Noi non siamo comunisti, fascisti o nazionalsocialisti. Ma – ed è importante che tutti lo capiscano molto chiaramente – non siamo nemmeno democratici.”
Scagliandosi contro la “classe politica ebraica” e sollecitando la “purificazione” della cultura ungherese, Jobbik ha ricevuto il 17 per cento dei voti in elezioni in cui il partito conservatore Fidesz ha spodestato il partito socialista ungherese, conquistando una maggioranza senza precedenti di due terzi del parlamento. Fidesz ha agito rapidamente per consolidare la propria vittoria, muovendosi contro il media indipendenti, riducendo il potere della magistratura e riscrivendo interamente la costituzione: in effetti Jobbik è la sua fazione radicale.
Oltre a marciare in uniformi attillate e a picchiare la gente, uno dei principali caposaldi della piattaforma di questo genere di gruppi è l’espansionismo. Nell’arena internazionale Jobbik promuove una narrativa nota come “Turanismo” o Pan-Turchismo, che fa risalire le origini del popolo ungherese alle steppe dell’Asia Centrale e chiede l’unità politica di tutti i popoli “turanici”. Come scrive Jamie Kirchik su The Tablet:
“Una delle prime cose che mi ha colpito durante la mia prima visita in Ungheria è stata la diffusione di adesivi sui paraurti e di cartoline che rappresentavano la “Grande Ungheria”, cioè l’Ungheria com’era nel periodo dell’Impero Austro-Ungarico, prima di trovarsi dalla parte perdente della prima guerra mondiale. La perdita di due terzi del suo territorio e la dispersione di un terzo del suo popolo nei vari stati che sono succeduti, ha lasciata una profonda ferita psicologica nella destra ungherese. Jobbik usa nella sua propaganda la carta geografica della Grande Ungheria – un’incisione su legno di essa è esibita in evidenza sul tavolino da caffè di Gyongyosi [Marton, parlamentare di Jobbik] – e il partito ha incentrato la sua campagna sull’impegno che “i confini  del Trianon saranno cancellati nel giro di poche generazioni o al più presto possibile.” 

Le narrative relative a una grandezza perduta sono endemiche nel milieu neofascista a livello internazionale. Mentre Jobbik sogna una “Grande Ungheria” e l’Alba Dorata rivendica una “Grande Grecia”, in Israele sono i partiti “convenzionali” che chiedono apertamente un “Grande Israele”. Ciò si basa genericamente sulla mitologia nazionale su cui fu fondato lo stato ebraico, e sotto il Likud è diventato l’assunto centrale della sua politica interna ed estera. In realtà il panorama politico in Israele sinistramente simile a quello ungherese: il partito “tradizionale” Likud di Benjamin Netanyahu si rivolge allo stesso pubblico dell’estremista Yisrael Beiteinu, guidato dal ministro degli esteri Avigdor Lieberman, e la fusione ufficiale dei due partiti dovrebbe far suonare campanelli d’allarme in occidente.
Mentre Jobbik ha nel mirino ebrei e zingari, richiedendone l’espulsione e/o la ghettizzazione, i segueci di Lieberman vogliono ripulire etnicamente la popolazione araba d’Israele, mentre la richiesta di un “Grande Israele” è incorporata nella piattaforma del partito Likud. I teppisti dell’Alba Dorata e gli imitatori in uniforme delle “Croci Frecciate” hanno i propri omologhi israeliani nella crescente violenza del movimento dei “coloni”. E questo rabbioso nazionalismo etnico sta crescendo in alcuni terreni fertili: come ho segnalato nell’articolo di venerdì, un sondaggio recente ha mostrato che la maggioranza degli israeliani appoggia uno stato basato sull’apartheid come una misura “buona” e/o “necessaria” per difendere lo stato ebraico.
Altrove nella regione, la cosiddetta Primavera Araba ha dato impeto ai partiti islamisti che promettono di sistemare un ordine politico ed economico in decomposizione, invocando nel contempo miti di glorie passate e facendo delle minoranze religiose dei capri espiatori.
Negli Stati Uniti, dobbiamo ancora assistere all’ascesa di un movimento di massa che esponga i temi e le forme del fascismo, ma ciò non significa che non possa succedere.

Gli appelli contro gli “stranieri” nella politica statunitense non sono nulla di nuovo, ma è qualcosa che vediamo in crescita in questi tempi di incertezza economica; in realtà entrambi i partiti maggiori hanno fatto degli attacchi alla Cina un tema costante in quest’anno di elezioni presidenziali, con Mitt Romney che cerca di attribuire la responsabilità del nostro deficit commerciale ai “manipolatori delle valute” cinesi, una versione asiatica dei “banchieri ebraici” invocati da Jobbik e dall’Alba Dorata.  Una delle maggiori ironie è che abbiamo il primo presidente afroamericano e il suo partito all’attacco dei Repubblicani per aver apparentemente trasferito in “nostri” posti di lavoro in Cina, alimentando l’idea economicamente ignorante e apertamente razzista che quegli strani ometti gialli siano la causa fondamentale dei nostri problemi economici.
La destra statunitense è ricca di questo genere di sentimenti, che trovano espressione nel movimento dei sostenitori della “nascita” che accusano il presidente di non essere realmente statunitense, bensì di essere segretamente un mussulmano impregnato di una mentalità “keniana anticolonialista”. Prendendo lo spunto dai suoi fratelli di sangue ideologici del Likud e del Yisrael Beiteinu, la destra neoconservatrice attacca i mussulmani come capri espiatori cui dare la colpa di tutti i nostri problemi, evocando la minaccia supposta incombente di una “legge della sharia” (e lo spettro fasullo delle atomiche iraniane) per demonizzare un gruppo di minoranza. Anche se il vero “problema” dell’immigrazione illegale è stato recentemente ridimensionato a causa della crisi economica – essendo svaniti i posti di lavoro che si presume questi immigrati ci “rubino” – è interessante che la retorica dei contrari all’immigrazione sia solo diventata più roboante e più estrema. In tempi brutti, molti cercano un capro espiatorio, che si tratti di immigrati, ebrei, omosessuali o zingari dipende dalle situazioni locali e dalla relativa impotenza di tali gruppi.
Tutti i temi del fascismo incipiente sono presenti, in qualche misura, nella cultura politica del giorno d’oggi: la paura dell’Altro, il bisogno di un capro espiatorio (inerme), il tema dell’espansionismo. Non che tutti reclamino una “Grande America”, ma il militarismo e l’idea del “destino manifesto” degli Stati Uniti come guardiani e strumenti dell’”ordine mondiale” pervadono le pronunce apparentemente “conservatrici” sulla politica estera. In realtà negli anni ’90 uno dei principali promotori dell’odierno “centrismo equilibrato”, David Brooks, fu coautore di una serie di articoli sul neoconservatore Weekly Standard che magnificavano il concetto della “grandezza nazionale” e in quel periodo il “conservatorismo della grandezza nazionale” era uno dei principali concetto della destra statunitense. Non è un caso quello stesso decennio – e quella stessa rivista – abbiano visto espliciti appelli a un “impero statunitense”, un concetto ossimorico, quanto altri mai.
Non ci vorrebbe molto per combinare e amplificare questi temi impliciti in un cocktail tossico molto più esplicito, coerente e pericoloso, che un pubblico statunitense sempre più preda del panico tracannerebbe volentieri. Un altro “evento” economico, come il crollo del 2008, un altro attacco terroristico della portata dell’11 settembre o forse una qualche combinazione delle due cose; non è allarmismo, bensì realismo guardare con trepidazione a queste tendenze.
NOTE IN CALCE
Su questo tema c’è da dire molto di più di quanto io abbia tempo o spazio per dire in un singolo articolo, tra cui l’idea che almeno negli Stati Uniti abbiamo maggiori probabilità di assistere a un fascismo dall’alto, piuttosto l’emergere dal basso di un movimento populista genuinamente autoritario. Devo far notare, tuttavia, che il tipo di correttezza politica che mette al bando tutte le obiezioni, per esempio, alle nostre politiche liberali sull’immigrazione, o che etichetta come “estremismo” gli attacchi ai banchieri e agli altri capitalisti da cricca politicamente collegati, contribuisce alla crescita e all’influenza dei temi proto-fascisti. Anziché controllarli, i pii liberali e gli altri “progressisti” – con i loro codici verbali e altri strumenti di repressione “morbida” – non fanno che spostare questi sentimenti nella clandestinità, offrendo un terreno fertile agli sforzi di reclutamento degli estremisti. E’ per questo, ad esempio, che assistiamo  ll’ascesa di gruppi sfacciatamente fascisti in bastioni della correttezza politica quali la Francia e la Gran Bretagna, dove il Fronte Nazionale e “Lega per la Difesa Inglese”, rispettivamente, stanno guadagnando terreno.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/d-j-vu-fascism-on-the-rise-by-justin-raimondo
Originale: Anti-war.com

traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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