Il
comandante della polizia israeliana in Cisgiordania, il maggiore Amos
Yaakov, in un’intervista al sito di informazione ebraico Walla!,
ha detto che l’identità dei responsabili degli incendi in quattro
moschee è nota ma che resteranno liberi. Aggiungendo che la maggior
parte degli attacchi “Price tag” sono stati condotti da giovani che non
vivono in Cisgiordania, che le organizzazioni di sinistra sono sotto
stretta sorveglianza e gli attivisti internazionali sono ricercati per
essere deportati. E che le polizie israeliana e palestinese “sono in
ottimi rapporti”.
Abbiamo il DNA del responsabile dell’incendio, ma non è sufficiente alle indagini
“Sappiamo,
in almeno quattro casi di incendi a moschee, che sono i responsabili.
Abbiamo anche un riscontro di DNA in una scatola di fiammiferi trovata
vicina ad una moschea incendiata. Ma non è abbastanza per procedere”.
Tale
incredibile affermazione è stata fatta dal maggiore Amos Yaakov,
comandante della polizia israeliana in Cisgiordania. Insieme al Servizi
di Sicurezza Generali (GSS), la polizia è responsabile “per la lotta
contro i crimini ideologici ebrei nei territori”, spiega Yaakov.
Quando il giornalista di Walla!
ha chiesto cosa accade quando si trova il DNA di un colpevole ma il
sospetto resta libero, Yaakov ha risposto che “in tutti gli altri
distretti del Paese, quando si verifica un fatto criminale, la polizia
arriva subito sulla scena. Qui in Giudea e Samaria (Cisgiordania, ndr),
non posso raggiungere liberamente la scena del delitto se si trova in
area A o B. A volte c’è bisogno di aspettare una scorta militare e in
genere i palestinesi creano disordini all’entrata. E mentre raggiungiamo
la scena e le prove, hanno già ripulito l’area. I combattenti
palestinesi hanno pulito tutto e non ci sono più prove da raccogliere”.
Yaakov
accusa i palestinesi? “Non li biasimo – chiarisce – Il nostro lavoro di
poliziotti è catturare i criminali, ma perché il procuratore possa
aprire un fascicolo e la corte giungere alla sentenza, c’è bisogno di
prove. E per raccoglierle è necessario arrivare sul luogo del crimine”.
Yaakov
ha poi spiegato che nel caso della moschea data alle fiamme nel
villaggio di Jaba, a Ramallah, lo scorso giugno, la polizia ha trovato
una scatola di fiammiferi con il DNA di un sospetto israeliano, un
15enne della città di Netanya. Il giovane è stato arrestato ma
rilasciato dopo qualche giorno, così come altri sospetti.
Alla
domanda su cosa possa essere fatto per perseguire un indiziato, Yaakov
ha risposto che “durante l’interrogatorio, controlli il comportamento
del sospetto. È folle. Ci sono sospetti che giungono molto preparati,
con la direttiva di non parlare durante l’interrogatorio. Ragazzi di 14,
15 anni, ma anche di 12, resistono agli interrogatori, con tutte le
tattiche del caso, e per giorni interni non dicono una parola. In questi
casi, non c’è niente da fare”.
Yaakov
ha attribuito il declino dello scorso anno del numero di attacchi
“price tag” alla decisione di incrementare le forze di sicurezza e ai
circa 40 ordini amministrativi restrittivi contro attivisti di destra, a
cui viene impedito ora di entrare in Cisgiordania.
I responsabili degli attacchi non vivono nelle colonie
Alla
domanda su chi siano i responsabili delle aggressioni contro
palestinesi, Yaakov risponde: “La maggior parte di coloro che perpetrano
tali crimini non vivono in Giudea e Samaria. Molti di loro vengono dal
centro di Israele, da Beit Shemesh o Safed. Sono giovani, tra i 12 anni –
come quello catturato a Bat Ayn – e i 23. Abbiamo anche arrestato
bambini di otto e dieci anni nell’insediamento di Ramat Migron, che
pensavano di essere in una specie di campo estivo”.
Yaakov
aggiunge: “Sono persone che conoscono la zona molto bene. Alcuni di
loro sono ex soldati e sanno come condurre ispezioni e entrare nel
territorio. Arrivano senza telefoni cellulari e quando vengono arrestati
non parlano, nemmeno dopo due settimane di detenzione. Sono persone di
esperienza che sanno quello che vogliono, sono ben istruiti e non hanno
paura”.
Yaakov ammette che qualcuno assiste i criminali,
aiutandoli a resistere agli interrogatori, ma non crede che ci sia
qualcuno che manovri gli attacchi. “Penso che ci siano organizzazioni e
gruppi che decidono ad un dato momento di entrare in azione nella notte.
Non vedo una sorta di piramide. Ci sono diversi gruppi locali che
agiscono in risposta al conflitto esistente nell’area”.
La sinistra sotto sorveglianza, deportazione per gli anarchici internazionali
Yaakov
aggiunge poi che “i conflitti (in Cisgiordania) sono causati da
anarchici e attivisti di sinistra, senza i quali i palestinesi non
uscirebbero nemmeno di casa. Li forzano ad uscire. Sono noti
provocatori, ma è difficile mettergli le mani addosso perché camminano
nella sottile linea tra il crimine e la legalità”.
Ecco
la nota mentalità israeliana che non concepisce i palestinesi come
attivi e politicizzati, ma come semplici pedine nelle mani di
“piantagrane” israeliani e internazionali.
Yaakov
spiega che negli ultimi mesi è sostanzialmente aumentata la
sorveglianza su attivisti di sinistra. Un ufficio speciale si sta
occupando di uniformare il lavoro dei vari corpi, dall’esercito
all’Amministrazione Civile fino al Ministero dell’Interno.
Molto
spesso i target sono gli internazionali. “Affrontiamo vis-à-vis i
manifestanti che giungono a Nabi Saleh, nelle colline a Sud di Hebron e a
Qadumim, così come abbiamo identificato gli attivisti e gli anarchici
come coloro che gettano benzina sul fuoco. Oggi, un anarchico straniero è
stato catturato ed espulso e negli scorsi due mesi ne abbiamo presi a
decine. È un deterrente. L’opinione pubblica e i media si concentrano
solo sui crimini in Cisgiordania, senza indagare chi è che li provoca.
Appena due settimane fa attivisti di sinistra e palestinesi sono
arrivati vicino alla colonia di Havat Ma’on, a Sud di Hebron, e hanno
affrontato i residenti. Persone mascherate sono uscite dall’insediamento
e hanno tirato pietre contro i manifestanti. Li abbiamo arrestati”.
Chi hanno arrestato? Gli attivisti che sono stati aggrediti dai coloni.
Dialogo con i coloni, non violenza
Yaakov
è soddisfatto per il modo in cui è stato evacuato l’insediamento di
Ulpana e prima ancora quello di Migron. “Va dato atto ai leader degli
insediamenti dell’aiuto fornito. Senza di loro non sarebbe stato
possibile. I miei superiori ed io abbiamo buoni rapporti con loro.
L’unica questione è come procedere senza danneggiare le due parti”.
Yaakov
è stato attivo nell’evacuazione del 2006 dell’insediamento di Amona, in
Cisgiordania, durante la quale 300 tra soldati, coloni e poliziotti
sono rimasti feriti. Un’inchiesta del Parlamento israeliano
sull’incidente ha riconosciuto le forze di sicurezza colpevoli di
eccessivo uso della forza.
Non
avevo pianificato l’evacuazione di Amona in quel modo – spiega Yaakov –
ma se dovesse ricapitare, ora so come agire agito correttamente. Oggi,
non esiste la possibilità che evacui una colonia con la polizia a
cavallo o i cannoni d’acqua. Ci sarà sempre dialogo con i residenti e
nessuna possibilità di usare la violenza”.
“Rapporti eccellenti con la polizia palestinese”
“Compiere
un’indagine qui (in Cisgiordania) è molto più difficile che altrove –
spiega Yaakov – ma al di là di ciò, si tratta di un’area normale dove si
verificano crimini come in qualsiasi altra zona”. E aggiunge: “Grazie
all’eccellente rapporto con la polizia palestinese, abbiamo risolto casi
importanti”, senza aggiungere dettagli. Yaakov tuttavia chiarisce che
“non c’è possibilità di avere successo qui senza la collaborazione tra
esercito, servizi di sicurezza, Amministrazione Civile e leader dei
coloni”. Come la polizia palestinese entri in tale equazione non è
chiaro.
Connie Hackbarth
Alternative Information Center
Ott 2012
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