Per la leadership palestinese sembra vicino il momento di cambiare. È molto probabile che questo sarà l’ultimo anno in cui la Palestina sarà guidata dall’OLP di Mahmoud Abbas e dalla Hamas di Khaled Meshaal.
di Daoud Kuttab* - traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra
Abbas ha annunciato più di un anno fa che non ha intenzione di correre per la presidenza dell’Autorità Palestinese quando si svolgeranno le elezioni.
Tutti gli sforzi per organizzare un piano di riconciliazione nazionale con Hamas e di risolvere la frattura tra Cisgiordania e Gaza attraverso le elezioni sono falliti.
Due settimane fa, in un acceso meeting della leadership palestinese, Abbas ha suggerito l’ipotesi che ci siano elezioni presidenziali solo in Cisgiordania, così che possa essere sollevato dal suo incarico in modo più semplice.
Il suo suggerimento per le elezioni di novembre è stato respinto e, stando alla stampa del Golfo, avrebbe chiesto alla leadership palestinese di nominare un sostituto entro 10 giorni dal suo ritorno da New York.
Anche il Jewish Daily Forward ha pubblicato una dichiarazione simile: ai leader israeliani che l’hanno incontrato Abbas avrebbe dichiarato di aspettarsi di uscire dalla scena politica entro pochi mesi.
Amici e colleghi hanno dichiarato inoltre che è un nonno ultra-settantenne, e vorrebbe passare più tempo con la sua famiglia. Ha un passaporto del Qatar e uno giordano nel caso in cui scegliesse di vivere fuori dalla Palestina.
Anche Mashaal ha espresso, pubblicamente e privatamente, il suo desiderio di trasferire il potere ad altri all’interno del movimento islamico.
Mashaal, 56 anni, cittadino giordano di origine palestinese, ha visto l’indebolimento del sostegno politico e finanziario all’organizzazione, così come la perdita del quartier generale di Hamas in Siria.
Costretto a scegliere tra l’Iran sciita e i paesi del Golfo sunniti, Mashaal ha scelto questi ultimi.
Come risultato dell’avvicinamento di Mashaal ai leader del Golfo e ai Sauditi, la questione della riconciliazione con Abbas è diventata centrale. Ma è proprio su questo punto che Mashaal ha sentito il terreno cedergli sotto i piedi.
La leadership di Hamas a Gaza che mantiene il potere nell’area palestinese ha rifiutato diverse proposte di riconciliazione, lasciando Mashaal in una posizione non invidiabile, incapace di raggiungere un accordo con Fatah, compreso quello di Doha firmato lo scorso anno. Mashaal ha reso nota la sua posizione, e la lotta per la leadership sembra adesso focalizzata su due persone.
Ismail Haniyeh, la cui lista ha ottenuto il più alto numero di voti nelle elezioni del 2006, primo ministro de facto a Gaza, sarà in diretta competizione con l’attuale vice di Mashaal, Moussa Abu Marzouk.
Diversamente da Mashaal, Marzouk è originario di Gaza, fatto che annulla il contenzioso tra Gaza e Cisgiordania nella lotta per la leadership di Hamas.
Entrambi hanno visitato numerosi paesi arabi e l’Iran, e hanno dichiarato di essersi assicurati il sostegno finanziario dell’Iran, con grande malcontento dei leader del Golfo sunnita.
Qualunque siano lo scenario, le ragioni e le circostanze, sembra molto probabile che la Palestina nel 2013 vedrà l’assenza dei due maggiori leader che hanno influenzato la lotta palestinese nei decenni passati.
Sparirà l’attuale leader dell’OLP e l’architetto e firmatario degli Accordi di Oslo. Sebbene Mashaal abbia recentemente adottato lo slogan nonviolento di “lotta popolare”, la sua prevista assenza dalla scena politica costituirà la dipartita di una delle voci più carismatiche e autorevoli del movimento di resistenza islamico palestinese. La Palestina senza Abbas e Mashaal avrà bisogno di elaborare una strategia completamente nuova per la sua liberazione e la costituzione di una sovranità statale realmente indipendente.
I dettagli per qualunque accordo di lungo periodo sono pressappoco conosciuti: uno stato indipendente sui confini del 1967, la città di Gerusalemme condivisa, una risoluzione simbolica della questione dei rifugiati. Qualunque nuova strategia dovrà focalizzarsi su come raggiungere questo tipo di soluzione.
Qualcuno potrà argomentare che la lotta dovrebbe spostarsi dalla soluzione a due stati verso una formula di stato unico.
Mentre per qualcuno si tratta di una soluzione strategica, per altri potrebbe funzionare come tattica per costringere Israele a comprendere che se non concede i due stati, lo stato unico e democratico per tutti quelli che lo abitano comprometterebbe seriamente la natura ‘ebraica’ del loro.
Ma più importante ancora della natura dello stato, della strategia e dei propositi di unificazione, è come arrivare a questo punto.
Con i processi politici e violenti che si sono rivelati inutili, è fondamentale per ogni nuova leadership individuare una strategia che possa dare risultati migliori del disastro cui abbiamo assistito attraverso il processo di Oslo (più insediamenti) e la lotta armata (più vittime, odio e insediamenti).
Qualcuno sosterrà che un mix di azioni locali nonviolente, unite al movimento internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni potrebbe condurre, come in Sud Africa, ai risultati sperati. Altri continueranno a cercare slogan e praticare metodologie vecchie e fallimentari.
La Palestina avrà bisogno di produrre nuovi leader, così come nuove strategie di liberazione.
E non sarà facile.
*Questo articolo, in versione originale, è stato pubblicato da Maan News
10 ottobre 2012

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