Parlando teoricamente: le elezioni negli Stati Uniti e il Medio Oriente
Le elezioni statunitensi sono chiaramente collegate al Medio Oriente, almeno in teoria. In termini pratici, tuttavia, la linee di politica estera degli Stati Uniti in quella regione sono costrette dalle dinamiche tipiche del Medio Oriente e dal clima politico degli Stati Uniti, dalle loro sventure economiche, o dalle loro ambizioni. Ci sono poche prove storiche che la politica estera statunitense nel mondo arabo sia stata guidata da impulsi morali.
Quando si tratta di Medio Oriente – e di gran parte del mondo – è soprattutto un fatto di stile. I due principali partiti politici del paese, si sono dimostrati ugualmente intervezionisti. Negli scorsi due decenni i democratici sembravano pendere più verso l’unilateralismo in politica estera e anche in guerra, mentre i Repubblicani, come è stato evidenziato dall’Amministrazione di George W. Bush, sono molto meno preoccupati delle pure definizioni della loro condotta. L’Amministrazione di Bill Clinton (1993-2001) ha mantenuto un assedio drastico in Iraq che ha fatto sì che il procuratore generale degli Stati Uniti, Ramsey Clark lo descrivesse come ‘genocidio’. Due anni dopo W. Bush scelse la strada diretta per la guerra, che ha semplicemente cambiato marchio al ‘genocidio’ in corso.
Malgrado la dimostrazione di forza da guerriero dell’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney sulle sue intenzioni di trasformare il Medio Oriente per adattarlo agli interessi statunitensi nel caso che sia eletto, poche persone la considererebbero poco più che un tentativo disperato di contattare i membri e i gruppi più zelanti del suo partito, specialmente coloro che sanno usare l’influenza politica, che gestiscono abilmente l’accesso ai mezzi di informazione e, naturalmente, ai finanziamenti. Il magnate filo israeliano delle case da gioco è più citato di più di altri ma ce ne sono molti altri che richiedono questa retorica soddisfacente prima di cercare i loro libretti di assegni.n entrambi i casi, centinaia di migliaia di Iracheni innocenti sono morti. I definitiva, “è l’economia, stupido” – un’espressione che raggiunse importanza leggendaria dopo che era stata coniata per Bill Clinton, quando, nel 1992, aveva lanciato la sua riuscita campagna di propaganda per la presidenza. Ancora una volta questa espressione sarà probabilmente il fattore determinante il 6 novembre.
Gli elettori americani decideranno se prolungare il mandato del presidente Barack Obama per altri quattro anni o consegnare a Romney, che è più impulsivo, ma ugualmente opportunista, il destino di una nazione che ha da tempo superato la linea della recessione economica e sono entrati in territori inesplorati fino dalla Grande Depressione del 1929. Romney, l’archetipo dell’elite fornito di vasta ricchezza, stile di vita e linguaggio così staccati dall’Americano medio, sta facendo del suo meglio per sfruttare la debolezza di Obama per salvare l’economia attualmente a pezzi e in gran parte in difficoltà. La ripresa, malgrado la pubblicità martellante al riguardo è ancora scarsa. Con un grande disavanzo che va crescendo, e l’inarrestabile indebitamento del governo, le prospettive per il futuro rimangono cupe.
“La crescita economica non è stata mai più debole durante una ripresa del dopoguerra. Le spese dei consumatori non sono mai state così ristagnanti. Soltanto una volta la crescita del lavoro è stata così lenta,” ha scritto Paul Wiseman sull’Huffington Post del 15 agosto. Questo era quanto pensava riguardo a un’analisi completa prodotta dall’Associate Press, che concludeva che la ripresa perorata da Obama fin dal 2009 è stata la più debole di tutte le 10 recessioni che ci sono state fin dalla II Guerra mondiale.
La recessione che risale al 2007-2008, ha diminuito progressivamente la crescita economica, ha causato tagli massicci ed è costata numerosi posti di lavoro. I Repubblicani spesso desiderano non parlare dell’eredità degli otto anni di George W. Bush e delle sue colossali spese militari. E’ in questi casi che il Medio Oriente diventa vittima delle omissioni, perché guerre distratte che hanno come risultato tensioni senza precedenti riguardo all’economia, sembrano troppo banali da nominare. Se si ascolta Romney che fa sproloqui sulle prospettive della sua politica estera politica estera, si ha l’impressione che si sta già preparando un’altra guerra. Non importa la destinazione, quello che conta è che Romney appaia forte, deciso e pronto a combattere con brevissimo preavviso.
I Democratici stanno concentrando la loro attenzione sul dividere i messaggi che usano nella loro campagna elettorale, tra quelli sull’economia (mettendo la ripresa nell’ambito notizie generalmente ottimistiche di indicatori economici positivi) e altri riguardanti problemi che interessano a grossi settori della società americana: assistenza sanitaria, aborto, immigrazione, problemi di diritti civili, e così via. Dato che l’economia continua a seguire una linea impulsiva di logica, entrambi i partiti sono ancora impegnati a definire proprio i problemi che deve affrontare la loro nazione, lasciando il compito di concepire eventuali soluzioni reali, a una data successiva.
Il pesante senso di disillusione provato da molti Americani è inequivocabile. E’ sparito da molto tempo il fervore del motto ‘speranza e cambiamento’ della scorsa campagna elettorale di Obama. I Democratici non offrono più risposte sensazionali; si tratta più di tutto v il difficile viaggio che c’è in vista. I Repubblicani sembrano più uniti dall’avversione che hanno verso Obama piuttosto che dalla loro affinità con Romney. La mancanza di coerenza di quest’ultimo, l’incapacità di formare e difendere fermamente una visione coesiva e il chiaro disinteresse che ha espresso per il 47 per cento degli elettori americani (secondouna registrazione video che è stata fatta trapelare) non fa certo di il salvatore da tempo atteso. Inoltre, i Repubblicani disorganizzati e divisi in: conservatori, sostenitori del movimento Tea Party e fanatici religiosi, tra gli altri, non sono certo pronti per l’ambita ‘vittoria strepitosa’ come è stato audacemente anticipato da Keith Edwards nell’American Thinker (2 ottobre).
L’importanza delle elezioni non è accentuata solamente dal cavallo di battaglia politico o dalle attitudini dei suoi principali candidati, ma dalla storica transizione che gli Stati Uniti stanno attraversando. Questo non accade soltanto nel regno dell’economia devastata, ma anche nelle sue posizioni globali. E qui è dove per lo più si inserisce il Medio Oriente: il momento di transizione della regione esemplificato dalle rivoluzioni attuali, dalle rivolte politiche e dalla guerre civili, non potrebbe essere ormai più impegnativo o inopportuno. Proprio quando la politica estera degli Stati Uniti stava riconsiderando la saggezza della guerra di tipo neo conservatore, avvenimenti importantissimi in tutto il Medio Oriente stanno portando scompiglio in una ritirata americana già disordinata. Incapace di spostarsi completamente dalla sua politica militante di una volta, l’Amministrazione Obama sta cercando di superare la crisi fino a che non si saranno concluse le elezioni. Iu un contro-editoriale del Wall Street Journal del 1°ottobre, Romney è tornato alla carica nella speranza di contestare le accuse crescenti che considerano la sua competenza in politica estera carente e incauta. “Il nostro paese sembra subire gli eventi invece che determinarli,” ha scritto, e ha chiesto di nuovo azioni contro l’Iran, perfino maggiore appoggio degli Stati Uniti a Israele, e maggiore intervento in Siria, Libia e altrove. Ha detto che la sua amministrazione “incoraggerà la libertà e l’opportunità” di sostituirsi all’estremismo in Medio Oriente.
Sebbene si possano sottolineare delle differenze tra entrambi i candidati circa molti problemi del Medio Oriente, entrambi sostengono con forza Israele, entrambi instancabilmente in gara per avere per l’appoggio della forte lobby filo-israeliana di Washington. Obama, tuttavia, almeno fino adesso, rifiuta di cedere alle richieste di accordo sulle ‘linee rosse’ sulla ipotetica ricerca dell’Iran di una bomba nucleare. Romney sta sfruttando al massimo questa diversione.
I paesi mediorientali possono aspettarsi poco dal risultato delle imminenti elezioni. la regione sembra dalle sue dinamiche personali, malgrado gli insistenti tentativi statunitensi di intervenire o di interferire per ‘dare forma ai risultati’ degli attuali conflitti. Indipendentemente da chi risiederà alla Casa Bianca, è ugualmente importante che l’economia fiacca e il timore di rimanere coinvolti in nuove avventure militari, probabilmente ridefiniranno i futuri rapporti degli Stati Uniti nella regione.
Ramzy Baroud (ramzybaroud.net) è un opinionista che scrive sulla stampa internazionale e dirige il sito PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata].
Traduzione di Maria Chiara Starace

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