Palestina. Verso lo Stato unico, l'esigenza di un "piano b"



E' passato un anno dalla richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese alle Nazioni Unite, ma niente è cambiato. L’autonomia è un’illusione e lo Stato unico già una realtà. C'è bisogno di un "piano b" che comprenda la lotta per la parità dei diritti. E che mostri la realtà dell'occupazione israeliana.
 di Ghada Karmi*, The Guardian - traduzione a cura di Cecilia Dalla Negra
È passato un anno da quando i palestinesi hanno fatto richiesta di adesione alle Nazioni Unite per il riconoscimento del proprio Stato. L’appassionato discorso all’Assemblea Generale del presidente Mahmoud Abbas, il 23 settembre 2011, gli è valso un grande successo anche fra i suoi detrattori.
Eppure, non ha portato a niente. E alle Nazioni Unite non sono state avanzate altre richieste di riconoscimento. 
In questi giorni, però, la questione della statualità è tornata all’ordine del giorno nell’agenda politica palestinese. Abbas ha recentemente dichiarato di voler rilanciare la sua richiesta alle Nazioni Unite se l’espansione coloniale israeliana proseguirà.
Questa volta, la richiesta sarebbe per lo status di “stato non-membro osservatore”, ma ha già deciso di consultarsi con i paesi arabi e altri Stati. Anche questo non porterà a nessun risultato, vista l’attuale situazione di acquiescenza americana verso l’egemonia regionale israeliana, e lo straordinario successo di Israele nel distogliere l’attenzione mondiale dal conflitto per portarla sulle inesistenti armi nucleari iraniane.
Il presidente deve affrontare anche seri problemi in casa. L’economia palestinese, dipendente dagli aiuti esterni, barcolla fra un deficit di budget cronico e un debito esterno di miliardi di dollari, pari a quasi un quinto del PIL. 
I finanziamenti dei donatori sono scesi da 1 miliardo di dollari a 750 milioni, e l’Autorità Palestinese ha ritardato il pagamento di 153mila impiegati statali, provocando proteste. Scioperi di massa e manifestazioni hanno infiammato la Cisgiordania per giorni.
I manifestanti hanno chiesto l’emendamento del Protocollo di Parigi del 1994, una parte centrale degli Accordi di Oslo, che regola le relazioni economiche tra Israele e l’Autorità Palestinese.
Il suo principale effetto è stato quello di rendere l’economia palestinese dipendente da Israele. Ha fissato per i palestinesi aliquote fiscali molto più alte, ha stabilito l’apertura dei mercati palestinesi a Israele – ma non il contrario – e, attraverso varie restrizioni, ha costretto i palestinesi a commerciare solo con Israele.
La conseguente povertà diffusa e il 40% di disoccupazione giovanile hanno spinto le persone a scendere in strada, chiedendo le dimissioni del primo ministro palestinese, Salam Fayyad, e della stessa Autorità Palestinese.
Abbas ha proposto di cancellare gli interi Accordi di Oslo, inclusi gli accordi economici e di sicurezza. Ma non è stata raggiunta alcuna decisione, e resta da vedere se si tratti di un’altra dichiarazione caduta nel vuoto.
Vista la situazione, non dovrebbe esserci un riassestamento della strategia politica palestinese?
Ad oggi non c’è nessun segnale che la leadership palestinese, ne’ nessuno dei suoi organismi ufficiali, possa andare oltre la soluzione a due Stati. Eppure, i fatti sul terreno porterebbero a conclusioni molto differenti.
Israele controlla attualmente il 62% della Cisgiordania, comprese molte terre agricole e la fertile Valle del Giordano. Il processo di colonizzazione continua senza sosta, e Israele ha sempre resistito a ogni appello per un accordo basato sulla soluzione a due Stati. Nonostante questo, l’Occidente è stato estremamente riluttante a fare pressioni su Israele.
Pochi sarebbero in grado di contestare il diritto dei palestinesi a uno Stato: semplicemente però, questo obiettivo non può essere raggiunto vista la realtà attuale. Sarebbe una follia continuare a perseguire la soluzione a due Stati in un contesto che marcia contro la sua realizzazione. 
Israele-Palestina è oggi, evidentemente, un solo Stato impossibile da dividere.
Ma è uno Stato discriminatorio, che opera impunemente un sistema di apartheid contro i palestinesi. E l’enorme  diseguaglianza economica non è che uno degli indicatori di questo sistema.
Questa situazione impone una nuova strategia palestinese, un “piano b” che converta la lotta palestinese per la soluzione a due Stati in una lotta per la parità dei diritti all’interno di quello che è adesso lo Stato unitario governato da Israele.
Il primo passo in questo piano richiede lo smantellamento dell’Autorità Palestinese come è attualmente costituita, o almeno un cambio di direzione nella leadership palestinese.
L’Autorità Palestinese dovrebbe cessare il proprio ruolo di “cuscinetto” tra l’occupante e l’occupato, così come dovrebbe smettere di essere incoraggiata l’illusione della falsa autonomia palestinese.
Questo sistema non solo ha protetto Israele dall’affrontare i suoi obblighi legali in quanto potenza occupante, ma ha anche creato l’errata equiparazione tra occupante e occupato.
La nuova relazione della Autorità Palestinese con Israele dovrebbe essere limitata al perseguimento dei diritti del suo popolo occupato, compreso quello alla resistenza politica. L’Autorità Palestinese dovrebbe guidare la campagna per preparare i palestinesi all’abbandono dell’idea dei due Stati, sostituendola all’idea di una lotta per la parità dei diritti.
Senza un intermediario alle spalle, la realtà dell’occupazione israeliana sarebbe sotto gli occhi di tutti, e la logica di una lotta per l’affermazione dei diritti civili diventerebbe indiscutibile. 
Israele sino a oggi ha goduto di una occupazione “a costo zero”, con una leadership palestinese che ha svolto al suo posto il lavoro amministrativo e di sicurezza, e una comunità di donatori che ha pagato il conto.
Il “piano b” in un solo colpo straccerebbe questa foglia di fico, rimuovendo la chimera di uno Stato palestinese che ha distolto l’attenzione dalla realtà.
I 2,5 milioni di potenziali nuovi cittadini arabi di Israele sarebbero in grado di sfidare la sua tanto decantata democrazia, e di capovolgere il vecchio ordine in favore dei palestinesi.
Avranno il coraggio di raccogliere questa sfida? 

*Ghada Karmi è un medico palestinese. Accademica e autrice, scrive per diverse testate tra cui il The Guardian e il Journal of Palestine Studies. Ha scritto diversi libri, tra cui il recente “Sposata a un altro uomo: per uno Stato laico e democratico nella Palestina storica”. La versione originale di questo articolo è stata pubblicata dal The Guardian. 
9 ottobre 2012

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