Israele : Entro la Linea Verde di Israele: nè libero nè giusto
Lunedì, migliaia di palestinesi israeliani sono sfilati in tutto il paese per commemorare i tragici avvenimenti dell’ottobre del 2000. All’inizio della seconda Intifada, mentre ovunque in Israele manifestazioni da principio pacifiche sfioravano città e villaggi arabi, la polizia sparò e uccise 13 giovani disarmati. Fino a oggi non è mai stato trovato alcun colpevole, e tanto meno processato in tribunale, in quanto da tempo Israele si è rifiutato di incriminare uno qualsiasi dei funzionari.
Anche tra un gran numero di “filo-palestinesi”, in particolar modo tra i sostenitori della moribonda soluzione a due stati vi è la curiosa opinione che, all’interno della Linea Verde, Israele sia uno stato autenticamente democratico che garantisce l’uguaglianza tra tutti i suoi cittadini. L’incapacità dello stato di ottenere giustizia per le famiglie delle vittime dell’ottobre 2000 è uno dei tanti esempi che illustrano come tale concetto sia infondato e del tutto errato. n effetti, basta un breve sguardo al
trattamento che Israele riserva alla sua più grande minoranza nazionale, costituita da 1,5 milioni di israeliani palestinesi, perché venga distrutto il mito che Israele è “l’unica democrazia nel Medio Oriente”.
Per certo, gli israeliani palestinesi sono i discendenti degli arabi che hanno accettato la cittadinanza
israeliana dopo la guerra del 1948 e, in generale, vivono in aree a maggioranza araba all’interno di Israele, oltre che in città miste come Haifa e Acri. Il governo si riferisce a loro come “arabi israeliani”, cosa questa che la maggioranza dei palestinesi intende come un tentativo politico di negare il loro patrimonio culturale. Decenni di attività repressiva dello Stato, comprese le tragedie connesse con gli omicidi del Giorno della Terra del 1976 e i morti dell’ottobre 2000, hanno portato molti di loro a rifiutare l’identità israeliana nel suo complesso, definendo se stessi sia politicamente che culturalmente come palestinesi.
La risposta dello Stato all’auto affermazione palestinese, indipendentemente dal versante della Linea Verde in cui ha luogo, è stata mossa sempre dalla forza bruta. Per il dissenso ebraico le conseguenze sono, invece, molto più modeste. Quando i manifestanti di J14 hanno tentato di sistemare delle tende a Tel Aviv e hanno rinfocolato il movimento di protesta sociale, sono stati arrestati. A differenza dei loro omologhi arabi, nessuno è stato colpito e sono stati rispettati i diritti di tutti.
Lo scorso dicembre, con una dimostrazione estremamente scandalosa e asimmetrica dell’applicazione della giustizia, non è stato eseguito alcun arresto dopo che un centinaio di coloni della West Bank, ubriachi di ideologia, indignati per la decisione dello Stato di evacuare un avamposto illegale, avevano attaccato e si erano infiltrati in una base militare israeliana.
Questa disparità è profondamente incorporata nel carattere di uno stato esclusivamente ebraico che rappresenta in modo efficace le sue minoranze come un puro dettaglio di poco conto.
Villaggi beduini
Questa settimana, nel momento stesso in cui gli israeliani palestinesi hanno commemorato il 12° anniversario della tragedia dell’ottobre 2000, funzionari israeliani erano in moto per demolire altri villaggi beduini nel Negev. Gli abitanti di Umm al-Hiran, situato nel Negev settentrionale, hanno ricevuto infatti, proprio all’inizio di questa settimana, la comunicazione che il loro paese e le loro case sarebbero state abbattute per lasciare il posto a una colonia ebraica finanziata dallo Stato per “famiglie nazional-religiose.”
Umm al-Hiran non è un caso isolato. Nel Negev, ci sono più di 40 “villaggi non riconosciuti” composti da oltre 53.000 beduini palestinesi. Ad essi vengono negati i servizi essenziali – acqua, luce e gas – e vivono sotto la costante minaccia di distruzione e trasferimento. Anche se molti di questi villaggi precedono la fondazione di Israele, mentre altri sono stati creati dallo Stato, al fine di compensare le terre confiscate dopo la guerra del 1948, il governo israeliano sostiene che la loro presenza è illegale.
Il villaggio beduino più noto è Al-Araqib, distrutto più di 41 volte dal 2000. Oggi solo tre famiglie restano provocatoriamente sulla propria terra. Il governo israeliano, in un aperto tentativo di concentrare i residenti fatti sfollare in enclave sul tipo di bantustan, insiste perchè gli abitanti di Al-Araqib abbandonino il loro tradizionale stile di vita per vivere in borgate vicine. Al loro posto, il Fondo Nazionale Ebraico, un’organizzazione para-governativa, creerà una riserva nazionale.
Le demolizioni di case non sono limitate al Negev. Come Human Rights Watch ha messo in evidenza lo scorso anno, Israele nega sistematicamente i permessi di costruzione alle famiglie arabe, dichiara illegali le loro case e procede nella loro demolizione. In tutto Israele, “decine di migliaia di case arabo palestinesi non hanno i permessi richiesti e sono a rischio di demolizione.”
Come nel Negev, sopra le macerie delle case palestinesi distrutte vengono realizzati progetti di insediamento ebraico. Nel 2011, il ministro degli interni Eli Yishai ha dichiarato il proprio appoggio alla costruzione di una yeshiva, o scuola ebraica, nella speranza di portare altri 50.000 ebrei” a Lod, al fine di “salvare e tenere la città.”
Questo procedimento di assegnazione degli alloggi su basi etniche non è una creazione recente, ma rappresenta una componente storica intrinseca. Dal 1948, i cittadini palestinesi sono stati rinchiusi nel quartieri e nei villaggi che precedono lo Stato, mentre sono state fondate e sono proliferate innumerevoli comunità ebraiche.
Nel 1996, Ben White ha sottolineato, “il 57% delle costruzioni fatte in assenza di licenza è stato realizzato dai palestinesi, ma essi hanno sostenuto il 90% di tutte le demolizioni”.
Ciò non esaurisce in alcun modo le immense barriere all’uguaglianza con le quali ha avuto a che fare la più grande minoranza di Israele. Tuttavia, la distruzione di case in tutto il paese, il concentramento sistematico dei beduini in “bantustan”, e il compiaciuto omicidio di 13 israeliani palestinesi sono parte integrante di uno Stato fondato sulle nozioni di disuguaglianza etica e religiosa, di discriminazione e di segregazione. Questi non sono reminiscenze di apartheid; sono caratteristiche che lo definiscono.
Patrick O. Strickland è un giornalista freelance che vive e viaggia su entrambi i lati della Linea Verde, in Israele e in Palestina. E’ corrispondente settimanale israelo-palestinese per Bikya Masr e contribuisce regolarmente al Counterpunch.org, Palestinechronicle.com, Socialistworker.org e al NYTexaminer.com
(tradotto da mariano mingarelli)
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