Egitto. La corruzione è "pervasiva e invasiva", sotto accusa anche Morsi
Egitto. La corruzione è "pervasiva e invasiva", sotto accusa anche Morsi
Che
sotto Mubarak lo Stato egiziano fosse corrotto e corrutibile era
abbastanza chiaro per chiunque si addentrasse nella schizofrenica
burocrazia locale o avesse a che fare con forze di polizia. Dopo il 25
gennaio, e dopo la caduta del "Faraone" ci si attendeva un cambiamento
totale, una rivoluzione, anche sotto questo punto di vista. Tuttavia
almeno per ora la realtà si dimostra ben diversa...
di Marco Di Donato
La corruzione in Egitto
Che le cose non siano poi così tanto cambiamate dopo la "primavera araba", ce lo rivela un titolo della Reuters: Could corruption be worse in Tunisia, Egypt after Arab Spring?
Che le cose potessero andare addirittura peggio di quando c'erano 'Mubarak & company' non se lo aspettava davvero nessuno, ma a sentire gli analisti della International Bar Association sembra essere proprio così.
Del resto è ancora il giornalista egiziano Yasmine Saleh, sempre della Reuters, a definire la corruzione egiziana come "pervasiva ed invasiva" descrivendo nei suoi articoli scene di corruzione e malversazione di denaro fin troppo conosciute alle cronache egiziane: mance ai poliziotti, tangenti ai funzionari pubblici, denaro per velocizzare le pratiche e così via.
Il sistema di corruzione interno agli apparati statali era ovviamente diretta conseguenza di una classe politica anch'essa largamente interessata dal fenomeno. Facciamo alcuni esempi.
Farouk Hosni, per lungo tempo ministro di Mubarak, non è riuscito a spiegare la provenienza del suo attuale patrimonio.
Ahmed Shafiq è attualmente coinvolto nelle indagini che stanno analizzando alcune importanti compravendite relative ai territori dello Stato egiziano. Territori che, guarda caso, sarebbero stati venduti a Gamal e Ala'a Mubarak, figli del più famoso Hosni.
Ma i due rampolli della decaduta famiglia Mubarak devono altresì rispondere di alcune violazioni relative alla gestione della Al Watany Bank, senza dimenticare che sono attualmente sotto processo per "abuso di potere".
L'ex primo ministro Ahmed Nazif, che così lealmente aveva servito il 'Faraone', è invece già incarcere per aver sottratto alle casse statali circa 64 milioni di sterline egiziane.
L'elenco è infinito.
Safwat al-Sherif, ex segretario del partito di Mubarak, avrebbe intascato altre decine di milioni di sterline egiziane acquistando a prezzi stracciati numerosi immobili. Lo Stato gli ha chiesto la restituzione di 100 milioni di dollari americani.
Chi ha già ricevuto una condanna è invece Sameh Fahmy, ex ministro per il Petrolio, che dovrà scontare quindici anni di reclusione per aver venduto gas ad Israele a basso costo ed aver dilapidato senza giusta causa i fondi pubblici.
Durante lo stesso processo altri funzionari minori dello stesso ministero sono stati condannati a pene comprese fra i tre ed i dieci anni.
Un'idea di quanto diffusa fosse la corruzione sotto Mubarak ce la fornisce un report a cura di Bassem Sabry, dell'Ahram on-line.
Secondo Sabry nel 2010 furono discussi dinanzi ai giudici egiziani oltre 70 mila per reati conllegati alla corruzione.
L'anno precedente studi dello Ahram Centre rilevavano come la metà delle piccole e medie imprese egiziane pagasse delle tangenti per poter lavorare senza problemi.
Il tasso di corruzione del paese si attestava al 2.9% su una scala da 1 a 10, laddove 10 rappresenta il minore tasso di corruzione. Sotto Mubarak il paese sembrava non avere nessuna speranza di uscire da questo circolo vizioso tanto che Shehata Mohamed Shehata, direttore del Arab Centre for Integrity and Transparency, osservava senza alcuna sorpresa il deterioramento annuale del tasso di corruzione in Egitto.
Ogni anno l'Egitto di Mubarak faceva sparire ufficialmente dalla casse circa 37 miliardi di valuta locale.
Consapevole di questa drammatica situzione Muhammad Morsi aveva messo al centro della sua campagna elettorale la lotta alla corruzione. Aveva solennemente promesso dal palco dell'International Cairo Conference Centre che il futuro degli studenti egiziani sarebbe stato libero dalla corruzione, che insieme avrebbero lavorato per un futuro migliore.
Poi alcuni giorni fa la notizia: anche lui sembra essere finito nel mirino delle critiche, anche lui come i suoi predecessori viene oggi accusato di reati legati alla corruzione.
Saeed Mohamed Abdullah, fondatore dell'Independent Association to Fight Corruption, non sembra avere dubbi. Ha stilato un rapporto nel quale accusa il presidente egiziano di aver raccolto profitto personali dai fondi utilizzati per la campagna elettorale (due miliardi di sterline egiziane) e di aver favorito la nomina di Hassan Malek, già fondatore dell'Egyptian Business Development Association (EBDA), a capo del Business Development Council.
La prima conseguenza della pesante accusa rivolta al capo dello Stato, a colui che aveva reso la lotta alla corruzione uno dei capisaldi della sua nuova proposta politica, non può che minacciare fortememente la sua immagine.
In tutta risposta il presidente ha immediatamente rilasciato infuocate dichiarazioni accusando parte del mondo imprenditoriale egiziano di "sperperare le risorse statali".
Le dichirazioni del presidente hanno evidentemente diffuso il panico negli investitori che - impauriti da possibili ripercussioni sulle aziende quotate in borsa - hanno ritirato parte dei proprio capitali determinando una perdita del 2.4%.
Il presidente Morsi sembra non essere dunque particolarmente colpito dalle accuse. La sua popolarità non è in dicussione e la sua azione di governo non sembra essere scalfita da quello che potrebbe diventare solo un 'incidente di percorso'.
Nonostante altre critiche siano state sollevate rispetto all'azione dei suoi primi cento giorni di governo, Muhammad Morsi mostra di avere il pieno controllo della situazione.
E anche le parole di uno scrittore del calibro di Alaa al Aswani sembrano cadere nel vuoto.
L'autore di Palazzo Yacoubian ha sottolineato recentemente come le politiche di Morsi e Mubarak non siano poi così differenti.
Un'accusa pesantissima per chi sta cercando di presentarsi come continuatore del processo avviato a Piazza Tahrir: "il nuovo presidente egiziano gira protetto da centinaia di uomini armati, e quando prega in moschea disponde un cordone di sicurezza esterno e soprattutto in visita in Italia ha alloggiato nello stesso albergo dove era solito andare Mubarak".
Un parallelismo che ha mobilitato anche una parte dei lavoratori egiziani, quelli affiliati al Centre for Trade Unions and Workers, all'Egyptian Democratic Labour Congress ed al Centre for Trade Union and Workers' Services (CTUWS).
I tre sindacati lamentano scarsa attenzione del presidente rispetto alle loro richieste e minacciano scioperi su larga scala qualora questo atteggiamento di indifferenza dovesse prolungarsi.
Morsi ha recentemente accusato molti businnessman egiziani di arricchirsi attraverso profitti illeciti, affermando che ben presto il suo governo interverrà per porre fine ad ogni forma di corruzione.
Le problematiche che interessano il presidente sono altre.
Il vero problema per la Fratellanza è che ormai la sua strategia di dominio delle istituzioni statali è chiara a tutti gli egiziani, consci del fatto che questo nuovo potere islamista possa mopolizzare le strutture statali.
La vera sfida di Morsi e di tutto il partito islamista di Libertà e Giustizia è dunque quello di coinvolgere tutti i settori sociali e quante più forze politiche possibili all'interno dell'azione di governo, evitando di agire solo ed esclusivamente seguendo i propri interessi.
E più che preoccuparsi di improbabili accuse di corruzione, i Fratelli Musulmani dovrebbero impegnarsi nel governare secondo regole democratiche, consapevoli che la società egiziana non accetterà di subire passivamente il passaggio da una dittatura ad un'altra.
12 ottobre 2012
di Marco Di Donato
La corruzione in Egitto
Che le cose non siano poi così tanto cambiamate dopo la "primavera araba", ce lo rivela un titolo della Reuters: Could corruption be worse in Tunisia, Egypt after Arab Spring?
Che le cose potessero andare addirittura peggio di quando c'erano 'Mubarak & company' non se lo aspettava davvero nessuno, ma a sentire gli analisti della International Bar Association sembra essere proprio così.
Del resto è ancora il giornalista egiziano Yasmine Saleh, sempre della Reuters, a definire la corruzione egiziana come "pervasiva ed invasiva" descrivendo nei suoi articoli scene di corruzione e malversazione di denaro fin troppo conosciute alle cronache egiziane: mance ai poliziotti, tangenti ai funzionari pubblici, denaro per velocizzare le pratiche e così via.
Il sistema di corruzione interno agli apparati statali era ovviamente diretta conseguenza di una classe politica anch'essa largamente interessata dal fenomeno. Facciamo alcuni esempi.
Farouk Hosni, per lungo tempo ministro di Mubarak, non è riuscito a spiegare la provenienza del suo attuale patrimonio.
Ahmed Shafiq è attualmente coinvolto nelle indagini che stanno analizzando alcune importanti compravendite relative ai territori dello Stato egiziano. Territori che, guarda caso, sarebbero stati venduti a Gamal e Ala'a Mubarak, figli del più famoso Hosni.
Ma i due rampolli della decaduta famiglia Mubarak devono altresì rispondere di alcune violazioni relative alla gestione della Al Watany Bank, senza dimenticare che sono attualmente sotto processo per "abuso di potere".
L'ex primo ministro Ahmed Nazif, che così lealmente aveva servito il 'Faraone', è invece già incarcere per aver sottratto alle casse statali circa 64 milioni di sterline egiziane.
L'elenco è infinito.
Safwat al-Sherif, ex segretario del partito di Mubarak, avrebbe intascato altre decine di milioni di sterline egiziane acquistando a prezzi stracciati numerosi immobili. Lo Stato gli ha chiesto la restituzione di 100 milioni di dollari americani.
Chi ha già ricevuto una condanna è invece Sameh Fahmy, ex ministro per il Petrolio, che dovrà scontare quindici anni di reclusione per aver venduto gas ad Israele a basso costo ed aver dilapidato senza giusta causa i fondi pubblici.
Durante lo stesso processo altri funzionari minori dello stesso ministero sono stati condannati a pene comprese fra i tre ed i dieci anni.
Un'idea di quanto diffusa fosse la corruzione sotto Mubarak ce la fornisce un report a cura di Bassem Sabry, dell'Ahram on-line.
Secondo Sabry nel 2010 furono discussi dinanzi ai giudici egiziani oltre 70 mila per reati conllegati alla corruzione.
L'anno precedente studi dello Ahram Centre rilevavano come la metà delle piccole e medie imprese egiziane pagasse delle tangenti per poter lavorare senza problemi.
Il tasso di corruzione del paese si attestava al 2.9% su una scala da 1 a 10, laddove 10 rappresenta il minore tasso di corruzione. Sotto Mubarak il paese sembrava non avere nessuna speranza di uscire da questo circolo vizioso tanto che Shehata Mohamed Shehata, direttore del Arab Centre for Integrity and Transparency, osservava senza alcuna sorpresa il deterioramento annuale del tasso di corruzione in Egitto.
Ogni anno l'Egitto di Mubarak faceva sparire ufficialmente dalla casse circa 37 miliardi di valuta locale.
Consapevole di questa drammatica situzione Muhammad Morsi aveva messo al centro della sua campagna elettorale la lotta alla corruzione. Aveva solennemente promesso dal palco dell'International Cairo Conference Centre che il futuro degli studenti egiziani sarebbe stato libero dalla corruzione, che insieme avrebbero lavorato per un futuro migliore.
Poi alcuni giorni fa la notizia: anche lui sembra essere finito nel mirino delle critiche, anche lui come i suoi predecessori viene oggi accusato di reati legati alla corruzione.
Le accuse al presidente egiziano
Saeed Mohamed Abdullah, fondatore dell'Independent Association to Fight Corruption, non sembra avere dubbi. Ha stilato un rapporto nel quale accusa il presidente egiziano di aver raccolto profitto personali dai fondi utilizzati per la campagna elettorale (due miliardi di sterline egiziane) e di aver favorito la nomina di Hassan Malek, già fondatore dell'Egyptian Business Development Association (EBDA), a capo del Business Development Council.
La prima conseguenza della pesante accusa rivolta al capo dello Stato, a colui che aveva reso la lotta alla corruzione uno dei capisaldi della sua nuova proposta politica, non può che minacciare fortememente la sua immagine.
In tutta risposta il presidente ha immediatamente rilasciato infuocate dichiarazioni accusando parte del mondo imprenditoriale egiziano di "sperperare le risorse statali".
Le dichirazioni del presidente hanno evidentemente diffuso il panico negli investitori che - impauriti da possibili ripercussioni sulle aziende quotate in borsa - hanno ritirato parte dei proprio capitali determinando una perdita del 2.4%.
Il presidente Morsi sembra non essere dunque particolarmente colpito dalle accuse. La sua popolarità non è in dicussione e la sua azione di governo non sembra essere scalfita da quello che potrebbe diventare solo un 'incidente di percorso'.
Nonostante altre critiche siano state sollevate rispetto all'azione dei suoi primi cento giorni di governo, Muhammad Morsi mostra di avere il pieno controllo della situazione.
E anche le parole di uno scrittore del calibro di Alaa al Aswani sembrano cadere nel vuoto.
L'autore di Palazzo Yacoubian ha sottolineato recentemente come le politiche di Morsi e Mubarak non siano poi così differenti.
Un'accusa pesantissima per chi sta cercando di presentarsi come continuatore del processo avviato a Piazza Tahrir: "il nuovo presidente egiziano gira protetto da centinaia di uomini armati, e quando prega in moschea disponde un cordone di sicurezza esterno e soprattutto in visita in Italia ha alloggiato nello stesso albergo dove era solito andare Mubarak".
Un parallelismo che ha mobilitato anche una parte dei lavoratori egiziani, quelli affiliati al Centre for Trade Unions and Workers, all'Egyptian Democratic Labour Congress ed al Centre for Trade Union and Workers' Services (CTUWS).
I tre sindacati lamentano scarsa attenzione del presidente rispetto alle loro richieste e minacciano scioperi su larga scala qualora questo atteggiamento di indifferenza dovesse prolungarsi.
Verso una monopolizzazione del potere?
Le accuse di corruzione non sembrano al momento preoccupare più di tanto Morsi e il suo entourage, passati addirittura al contrattacco.Morsi ha recentemente accusato molti businnessman egiziani di arricchirsi attraverso profitti illeciti, affermando che ben presto il suo governo interverrà per porre fine ad ogni forma di corruzione.
Le problematiche che interessano il presidente sono altre.
Il vero problema per la Fratellanza è che ormai la sua strategia di dominio delle istituzioni statali è chiara a tutti gli egiziani, consci del fatto che questo nuovo potere islamista possa mopolizzare le strutture statali.
La vera sfida di Morsi e di tutto il partito islamista di Libertà e Giustizia è dunque quello di coinvolgere tutti i settori sociali e quante più forze politiche possibili all'interno dell'azione di governo, evitando di agire solo ed esclusivamente seguendo i propri interessi.
E più che preoccuparsi di improbabili accuse di corruzione, i Fratelli Musulmani dovrebbero impegnarsi nel governare secondo regole democratiche, consapevoli che la società egiziana non accetterà di subire passivamente il passaggio da una dittatura ad un'altra.
12 ottobre 2012
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