E’ stato sbagliato appoggiare la Rivoluzione iraniana nel 1978 (perché è andata a finire male) di Richard Falk




Ho spesso riflettuto sulla mia personale esperienza della Rivoluzione iraniana. Dopo la Guerra del Vietnam, credevo che gli Stati Uniti avrebbero affrontato la loro più importante sfida geopolitica in Iran: in parte per il loro ruolo avuto tramite la CIA nello spodestare il governo costituzionale eletto di Mohammad Mosaddegh in modo da riportare al potere nel 1953 il repressivo Scià (Mohammad Reza Pahlavi), in parte perché c’erano 45.000 soldati americani schierati in Iran insieme a una rete di risorse strategiche collegate  con le priorità anti-sovietiche della Guerra Fredda, in parte perché c’era una generazione di giovani iraniani, molti dei quali studiavano all’estero, che avevano sperimentato la tortura e gli abusi per mano della SAVAK, i temuti servizi segreti di Tehran, in parte per l’intensa opposizione contro il regime di una classe media iraniana alienata che era irritata dalla dipendenza dello Scià dal capitale internazionale nel realizzare la “Rivoluzione bianca” e in parte perché lo Scià portava avanti una politica regionale impopolare filo- israeliana e filo-sudafricana (durante l’apartheid). In questo scenario, e sulla base del mio impegno decennale di opposizione al ruolo americano in Vietnam, ho aiutato a costituire e sono stato il presidente di un piccolo comitato che non disponeva di fondi, che si dedicava a promuovere i diritti umani e a opporsi al non-intervento in Iran. Sono stato molto incoraggiato a fare questo dai miei studenti che erano o Iraniani o attivisti politici con uno speciale interesse e attenzione  per l’Iran.
In questo periodo, mentre insegnavo [Legge internazionale n.d.t.] alla facoltà di legge dell’Università  di Princeton, il comitato organizzò vari eventi sulla situazione interna in Iran, compresi anche discorsi critici del ruolo americano che è stato  rappresentato da Jimmy Carter durante il brindisi di Capodanno del 1978 in onore dello Scià, mentre era ospite nel suo palazzo,” un’isola di stabilità circondata dall’amore del suo popolo.” Questi sentimenti  così assurdamente inappropriati da parte del più decente dei recenti presidenti americani,  erano indubbiamente sinceri, ma testimoniavano di quello che viene visto e non visto dai migliori tra leader americani, quando la comprensione del mondo avviene in base ai protocolli della geopolitica. E’ stato Henry Kissinger che ha più realisticamente lodato lo Scià nelle sue memorie, chiamandolo “il più raro dei capi politici, un alleato che non poneva condizioni.’  E’ stato questo senso della subordinazione dell’Iran agli Stati Uniti, che ha aumentato l’ostilità verso il regime dei Pahalavi in tutto il vasto spettro dell’opinione iraniana, e che ha spiegato quello che allora non venne compreso: perché perfino quei settori dell’establishment iraniano che avevano tratto i maggiori benefici dal regime dello Scià, non hanno lottato per la sua sopravvivenza ma invece sono scappati via e si sono nascosti il più in fretta possibile.
Malgrado avessi un atteggiamento critico nei confronti dell’ordine stabilito in Iran,  il periodo e la natura dell’insurrezione iraniana del 1978, sono arrivati come una completa sorpresa. Ha sorpreso anche l’ambasciatore americano in Iran, William Sullivan,  che mi ha detto, durante un incontro in Iran, al culmine dei disordini interni, che l’ambasciata aveva elaborato 26 scenari della possibile destabilizzazione dell’Iran e in nessuno di questi c’era un ruolo per la resistenza islamica. Nell’agosto 1978 un’analisi della CIA concludeva che l’Iran non è “rivoluzionario e neanche in una situazione pre-rivoluzionaria.” Infatti, vedere il mondo attraverso l’ottica ottusa della Guerra Fredda,  portava il governo statunitense a continuare a finanziare gruppi islamici a causa della loro presunta identità anti-comunista, che era la prima importante esperienza  di contraccolpo che si sarebbe ripetuto in maniera disastrosa in Afghanistan. I disordini in Iran sono iniziati con un incedente relativamente poco importante all’inizio del 1978, sebbene alcuni osservatori indichino le dimostrazioni dell’anno precedente, che si sono aggravate gradualmente fino a diventare un processo rivoluzionario che ha coinvolto l’intero paese. Il mio piccolo comitato negli Stati Uniti ha cercato di interpretare questi inaspettati sviluppi in Iran, invitando conferenzieri informati, promuovendo incontri e iniziando ad apprezzare l’improbabile ruolo che aveva l’Ayatollah Komeini  come figura ispiratrice, vissuta in esilio per molti anni, prima in Iraq e poi a Parigi. E’ stato in questo scenario che sono invitato  a visitare l’Iran per essere testimone del processo rivoluzionario che vi si stava svolgendo, da Mehdi Bazargan, che era un leader moderato e rispettato degli inizi del movimento anti-Scià, e che era stato nominato da Khomeini, il 4 febbraio 1979 primo ministro di un governo ad interim dell’Iran del dopo Scià. Spiegando questa nomina, Khomeini preannunciava una svolta autoritaria del processo rivoluzionario. le sue parole raggelanti non sono state notate a sufficienza all’epoca: “Per mezzo della  tutela   [velayat]  che io ho avuto dal santo  legislatore  [il Profeta], io qui dichiaro Bazargan,  Governante e poiché io l’ho nominato, gli si deve obbedienza. La nazione deve obbedirgli. Questoi non è un governo comune. E’ un governo fondato sulla sharia. Opporsi al governo significa opporsi alla sharia dell’Islam…La ribellione contro il governo di Dio è una ribellione contro Dio. La ribellione contro Dio è empietà.” Nel gennaio 1979 sono  anadato due settimane in Iran con una piccola delegazione di tre persone. I miei compagni di viaggio erano Ramsey Clark, ex Procuratore generale americano che si era ribellato fermamente alla politica estera americana durante le ultime fasi della Guerra del Vietnam, e Philip Luce, pacifista di vecchia data collegato alle ONG di tipo religioso il quale aveva  ottenuto l’attenzione di tutto il mondo dieci anni prima, quando aveva mostrato a una delegazione del Congresso degli Stati Uniti in visita in Vietnam, le famigerate “gabbie delle tigri” usate dal governo di Saigon per imprigionare in maniera disumana i suoi nemici nel Vietnam del Sud. Noi tre abbiamo intrapreso questa missione simpatizzando in generale con il movimento contro lo Scià, ma avevamo dei dubbi sul suo vero carattere  e la sua  probabile parabola politica. Mi ero incontrato in precedenza con alcuni di coloro che sarebbero diventati personaggi in vista, compreso Abdulhassan Banisadr Ban che viveva come privato cittadino a Parigi, sognando di
 diventare il primo presidente iraniano del dopo-Scià, un idealista, che univa una devozione per l’Islam a un programma liberal-democratico e a un approccio islamico alla politica economica. Il suo sogno si è realizzato ma assolutamente non nel modo che sperava. E’ diventato  davvero il primo presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, ma la sua  posizione di eminenza  è durata poco, dato che la radicalizzazione del clima politico sotto la guida di Khomeini ha portato al suo impeachment*   dopo meno di due anni, e ha fatto sì che abbia dovuto abbandonare il paese, e  ritornare a Parigi come fuggendo dalla rivoluzione che aveva così di recente  difeso.  Naturalmente questo tipo di situazione non era nuovo. Le rivoluzioni passate avevano spesso divorato i loro  fedeli  più devoti.
Inoltre ero diventato amico intimo di Mansour Farhang che era un professore americano progressista che insegnava relazioni internazionali in un’università della California ed era un sostenitore molto intelligente delle vicende rivoluzionarie iraniane che si svolgevano nel 1978. Farhang fu nominato da nuovo governo Ambasciatore all’ONU, ma preso si dimise dalla carica e denunciò il governo di voler instituire una nuova specie di “fascismo religioso.” C’erano anche altri, che in questo periodo della lotta contro la Dinastia Pahlavi, mi inducevano a considerare favorevolmente le vicende rivoluzionarie iraniane, ma che in seguito ne  sono diventati  aspri oppositori.
La mia stessa visita si è svolta in un momento culminante della rivoluzione iraniana. Lo Scià lasciò il paese il 17 gennaio 1979, mentre eravamo in Iran, nell’incredulità degli Iraniani comuni che pensavano che le prime notizie fossero nel caso migliore delle voci false e in quello peggiore un inganno per intrappolare l’opposizione. Quano la gente ha cominciato a credre che l’incredibile era accaduto davvero, ci sono stati una quantità di festeggiamenti spontanei dovunque fossimo. Proprio quella stessa sera abbiamo avuto una riunione piuttosto surreale con il primo ministro di recente designato, Shapour Bakhtiar. Era un liberale di vecchia data, critico della monarchia, che viveva fuori dal paese quano era stato nominato dallo Scià poche settimane prima, come disperata concessione di democrazia  mirata a calmare la marea rivoluzionaria che stava   montando.  E’ stato un gesto inutile che Khomeini ha  rigettato   con il più grande disprezzo, dimostrando il suo rifiuto di considerare ciò che all’epoca ha colpito molti come un compromesso prudente. Bakhtiar è durato meno di due mesi, ha lasciato il paese, ed è stato assassinato a casa sua alla periferia di Parigi circa dieci anni dopo.
Mentre eravamo in Iran abbiamo avuto l’occasione di lunghi incontri con una serie di personaggi religiosi, compresi l’Ayatollah Mahmoud Taleghani e l’Ayatollah Shariat Maderi, entrambi straordinarie figure religiose   che ci  hanno fatto una profonda impressione con il loro insieme di politica fondata su principi e di empatia per le sofferenze sopportate dal popolo iraniano durante i 25 anni precedenti. Dopo aver lasciato l’Iran, ci siamo fermati a Parigi dove abbiamo trascorso  varie ore con l’Ayatollah Khomeini nel suo ultimo giorno in Francia prima del suo trionfale ritorno in Iran. A quel punto, Khomeini era considerato “l’icona” della rivoluzione, ma non si pensava a lui come al fututo capo politico. In effetti Khomeini ci aveva detto che non vedva l’ora di “riprendere la sua vita di religioso” a Qom al suo ritorno in Iran, e che era entrato nell’arena politica con riluttanza e soltanto perché il governo dello Scià aveva fatto scorrere ‘un fiume di sangue’ tra il popolo e lo stato. Ci sono state  molte sfaccettature affascinanti  del nostro incontro con questo ‘oscuro genio’ della Rivoluzione Iraniana, che lascerò per un altro articolo. Khomeini mi ha fatto l’impressione di un individuo molto intelligente,  intransigente,  di grande forza di volontà, e severo, egli stesso piuttosto innervosito dagli avvenimenti inaspetttai in un paese dal cui mancava da quasi 20 anni. Khomeini insisteva nel dipingere ciò che era accaduto in Iran come una “Rivoluzione Islamica”; ci correggeva se facevamo qualche riferimento a una “Rivoluzione Iraniana.”  Sotto questo apetto, questo capo religioso era ovviamente  disilluso del nazionalismo e anche  della monrachia, (diceva che  la dinastia saudita meritava  lo stesso destino dei  Pahlavi), e forse   immaginava  la rinascita del califfato islamico e della sua relativa umma ( nazione)  senza confini. Sono ritornato dall’Iran con un senso di eccitazione per quello a cui avevo assistito e sperimentato, con la sensazione che il paese avrebbe potuto dare al mondo un nuovo e necessario modello politico progressista che univa la compassione per il popolo nel suo complesso a un’identità spirituale condivisa. Non c’era dubbio che in quel periodo Khomeini e l’identità islamica avevano mobilitato le masse islamiche in un modo di gran lunga più vivo ed effuicace di quello che mai avevano ottenuto le varie forme rivoluzionarie e ideologiche della sinistra. Alcune delle persone che abbiamo incontrato in  Iran erano molto caute su quello che si aspettavano, e dicevano che rivoluzione si era sviluppata “troppo rapidamente” perché ci fosse una transizione “liscia” verso un governo costituzionale. Altri parlavano di tendenze contro-rivoluzionarie e si esprimevano  ipotesi di cospirazioni, secondo le quali la deposizione dello Scià era stata organizzata dai Servizi segreti britannici e perfino che l’Ayatollah Khoimeini era un agente segreto britannico, o che era una risposta americana alla riuscita mossa dello Scià per far aumentare i prezzi del petrolio all’interno dell’OPEC che era una minaccia per l’Occidente. A Tehran eravamo ospiti di un matematico contrario allo Scià, un democratico appassionato che ci diceva che la sua recente lettura delle lezioni di Khomeini sul governo islamico che erano state pubblicate, lo avevano reso estremamente timoroso di ciò che sarebbe accaduto in Iran dopo lo Scià. Inoltre, alcune donne iraniane che abbiamo incontrato erano preoccupate delle minacce alle libertà di cui godevano quando c’era lo Scià, e non erano contente delle nuove  regole per l’abbigliamento imposte dalla rivoluzione che stava già rendendo praticamente obbligatorio indossare il chador. Alcune delle donne con le quali abbiamo parlato, e che avevano appoggiato la rivoluzione, insitevano nel dire che una volta che fosse istituito un nuovo ordine politico, ci sarebbe stato una protesta femminista secondo cui ‘noi siamo i prossimi!’ Altre donne laiche ci hanno detto che a loro piaceva portare il chador  perché le sollevava piacevolmente dall’obbligo di passare del tempo a truccarsi o dai vari modi che la moda occidentale usava per trattare le donne come ‘oggetti’ destinati a risvegliare desideri erotici negli uomini. A parte aver appreso queste riserve sul futuro iraniano, sono tornato dall’Iran profondamente colpito dal fatto di aver toccato ‘il tessuto vivo della rivoluzione’. C’era una sensazione straordinaria di unità e di solidarietà sociale che sembrava coinvolgere tutta la popolazione, in quel momento, superando divisioni di classe e di etnie, e portando perfino quelli che si identificavano in un’appartenenza religiosa, a legarsi con elementi laici liberali. E’ stato un momento di mobilitazione storica, e sebbene non si potesse conoscere  il futuro, l’energia positiva che veniva rilasciata e che abbiamo sperimentato era notevole. Si sentiva quando si partecipava a dimostrazioni gioiose di vari milioni di persone a Tehran per festeggiare la partenza dello Scià e la vittoria della rivoluzione. Questa effusione di affetto e felicità dava credibilità alle nostre speranze che l’Iran come società liberata  sarebbe progredita per creare una forma umana e caratteristica  di modo di governare. E’ stato non  molto tempo dopo quello che ciò sembrava così promettente degenerò in un processo che era promfondamente inquietante, una nuova tendenza verso oppositori che maltrattavano gravemente  e l’emergere di una nuova autocrazia a base religiosa che sembrava così priva di scrupoli come chi la aveva preceduta.  Khomeini è apparso come il capo supremo di questo tipo di regime  brutale, riconosciuto come tale, senza neanche essere mai eletto. Sicuramente in Iran  c’erano all’opera violente forze contro-rivoluzionarie, c’erano dei sospetti che gli Stati Uniti stessero manovrando dietro le quinte per ripetere il loro colpo di stato del 1953. Non c’è dubbio che gli Stati Uniti incoraggiassero Saddam Hussein ad attaccare l’Iran nel 1980, sperando almeno che riuscisse a staccare la provincia petrolifera del Kuzestan dal resto del paese, e forse anche a far cadere il governo di Khomeini. In qualunque modo questi eventi siano interpretati, sembra ci fosse poca probabilità che i valori che erano alla base della coraggiosa campagna contro lo Scià avrebbero mai di nuovo raggiunto lo spirito di unità e liberazione che avevamo trovato in Iran durante la nostra visita all’inizio del 1979. Avevo scritto e parlato pubblicamente riguardo alle mie impressioni della rivoluzione di cui avevamo fatto esperienza prima che essa andassi incontro a questi problemi reazionari Da allora sono stato aspramente criticato per aver dimostrato inizialmente di appoggiare l’Ayatollah Komeini, e  i miei successivi sospetti, e perfino la mia opposizione attiva, sono state ignorate. Questo modello non è insolito e potrei cercare di fornire la mia versione della storia in un momento successivo, ma ora desidero concentrarmi su un’altra parte dell’esperienza e parlare del rapporto tra le mie percezioni positive nella fase uno e della mia disillusione nella fase due. Voglio sollevare la questione: il mio entusiasmo nella fase uno era un abbandono incauto al desiderio utopico che necessariamente termina in un regno del terrore?  Questa è, essenzialmente, la tesi dell’importante  libro di Crane Brinton: Anatomia di una rivoluzione. Questo punto di vista è parzialmente approvato dal libro di Hannah Arendts: Rivoluzione dove c’è ammirazione per la Rivoluzione americana perché non ha cercato di ottenere una trasformazione sociale vantaggiosa per i poveri, e la sua demonizzazione della Rivoluzione francese perché insisteva sul raggiungimento di una società giusta, che secondo l’autrice portava a una lotta sanguinosa contro le classi privilegiate minacciate e al terrore rivoluzionario. Una domanda del genere mi si è posta con grande nitidezza quando ho letto di recente il saggio brillantemente provocatorio di Slavoj Zizek, intitolato “Intellettuale radicali, ossia, come Heidegger ha fatto il passo giusto (anche se nella direzione sbagliata),” e specialmente la breve sezione: ‘Michel Foucault e l’avvenimento iraniano’, pubblicato nel suo libro travolgente: In difesa delle cause perse.  L’appoggio fondamentale di Zizek ad accogliere con approvazione questi eventi così storicamente carismatici è basato sull’idea che la fede nel liberare il potenziale morale nella società umana, è l’unica alternativa all’essere complici nello sfruttamento e nell’umiliare le moltitudini e a essere passivi di fronte all’ingiustizia strutturale che pervade tutto. Zizek fa un’importante distinzione tra la temporanea adesione di Heidegger al nazismo e quella di Foucault alla Rivoluzione iraniana, sebbene prenda nota delle analogie, specialmente la qualità  affascinante del momento di unità collettiva e la sua relativa  adesione ideale a un futuro giusto per tutto il popolo. Zizek cerca di distinguere l’adeguatezza dell’entusiasmo e del desiderio, e la reale deformità degli eventi.
Facendo questa valutazione, Zizek condivide il punto di vista del filosofo francese Alain Badiou, e del drammaturgo Samuel Beckett:”Meglio fare  un disastro per  fedeltà all’evento che un non-essere di indifferenza verso l’evento ….si può continuare a migliorare nel fallimento, mentre l’indifferenza ci sommerge sempre più profondamente nel pantano dell’imbecillità.” Naturalmente è una rivendicazione estrema insistere che le strutture sociali deformate ci   mettono di fronte a una scelta così estrema tra rivoluzione e complicità per mezzo dell’indifferenza. Questo punto di vista rifiuta il riformismo e le prospettive liberali che accettano le strutture esistenti e rifiutano le sfide estreme per conto della giustizia.
Ripensando dopo più di 30 anni alla mia personale sequenza di entusisamo, delusione, e opposizione, sono supportato   dalla disquisizione di Zizek, anche se non porrei i problemi di scelta così nettamente. Ciò che mi sembra importante è  “prendere le parti”   dell’impulso rivoluzionario anche se non sono sicuro che la nostra esperienza storica ci dia alcuna  certezza  che i rivoluzionari stiano imparando a ‘fallire meglio’, sebbene stiano certamente imparando a ‘fallire in modo diverso’ (per esempio, paragonate la Primavera Araba con la Rivoluzione Iraniana) (oppure la Rivoluzione culturale di Mao con l’esperienza sovietica  dello stalinismo).
E’ stato un errore di percezione, una forma estrema di  pio desiderio,  sottovalutare o non essere riusciti prima a comprendere le potenzialità negative della Rivoluzione Iraniana, quando ho visitato il paese alle fine del 1978, e di nuovo all’inizio del 1980  dopo la crisi degli ostaggi [statunitensi]? O è stato giusto dare voce alle potenzialità positive che sembravano apparire in modo così irrefutabile durante quei momenti di eccitazione e di unità collettive, come sono state anche espresse, dalla maggior parte delle persone con le quali ho parlato durante la visita in Iran del 1979 in varie città del paese?  Zizek e Badiou hanno ragione di separare così nettamente la visione rivoluzionaria dai suoi reali risultati umani penosi, o è un esempio incriminante  della irresponsabilità del pensiero radicale che apprezza in modo infantile gli ideali rivoluzionari mentre ignora la saggezza conservatrice  del pensiero conservatore serio che ci avverte dei risultati diabolici  di ogni sforzo di abbandonare  improvvisamente le istituzioni già esistenti e le relazioni tra classi? La nostra specie è destinata a vedere sempre distrutti i suoi sogni di un futuro giusto e sostenibile  a causa degli effetti deformanti di lotte a favore o contro nuove intese della autorità di governo e dei rapporti tra classi? In altre parole, siamo condannati a bandire i nostri sogni dal dominio della politica responsabile e limitare i nostri sforzi a iniziative riformatrici marginali? Porsi queste domande è più facile che risolverle. Tendo a pensare che la mia reazione a ciò che è successo in Iran è stata autentica nelle sue varie fasi, e rifletteva la mia migliore comprensione delle circostanze nel loro svolgimento, regolando le mie valutazioni fase per fase. Preferisco questo punto di vista, anche  a posteriori, all’indifferenza verso il regime oppressivo dello Scià, rendendomi conto contemporaneamente che un cambiamento drastico, specialmente in un paese dotato di abbondanti riserve petrolifere, è quasi sicuro che sia una strada irta di difficoltà. Avrei dovuto essere immediatamente più sospettoso nei riguardi dell’Ayatollah Khomeini e delle dimensioni  islamiche della rivoluzione? Probabilmente sì, ma non era chiaro in quel momento, perché le eminenti figure religiose in Iran stavano esprimendo una visione di un futuro giusto per il paese  anche se il futuro ha chiarito che la loro preferenza era per una specie di teocrazia. Si dovrebbe anche far notare che alcuni capi religiosi sembravano immaginare una continuazione dal volto umano dell’Iran dello Scià che sarebbe stata   onnicomprensiva, dal volto umano, e sensibile ai diritti umani di tutti gli Iraniani, ma le loro voci non prevalsero. Continuo a credere che malgrado i pericoli della politica ideale, questa è l’unica speranza che abbiamo in quanto specie, di creare un futuro sostenibile e giusto per l’umanità. Per finire, vorrei chiarire che io ho coerentemente sostenuto i tentativi riformisti in Iran nel corso degli anni fino dalla cacciata di Banisadr  e di altri, compresa la presidenza di Mohammad Khatami (1997-2005) e la più recente Rivoluzione Verde. Come nei giorni dello Scià, l’Iran ha necessità urgente di una politica di emancipazione che liberi dall’ interno e rigeneri le speranze del popolo iraniano. Quello di cui non ha bisogno l’Iran è un attacco militare israelo-.americano o mosse  di destabilizzazione finanziate e promosse  dall’esterno. L’intervento con un attacco militare o anche sotto forma di sanzioni economiche severe (come adesso), stabilizzano il regime a Tehran, e impongono ulteriori difficoltà al popolo iraniano. Come ho sostenuto in passato, il modo migliore e l’unico accettabile di trattare le questioni delle armi nucleari in Medio Oriente è istituire una zona libera che comprenda anche Israele. Evitare perfino di discutere una scelta di questo genere, fa luce sulla sottomissione strategica della politica estera americana alle priorità del governo di Israele perfino in casi come questo in cui il pubblico israeliano è diviso e la reazione a un attacco, se si verifica,  è probabile che infligga grossi danni a Israele, e rischi anche  di trasformare l’intera regione in una zona di guerra.
*”Procedura prevista dalla costituzione americana che permette al Congresso d’intentare procedimenti giudiziari contro gli alti funzionari (compreso il Presidente) che si sono resi colpevoli di tradimento, corruzione o altri gravi reati nell’esercizio delle loro funzioni, fino ad arrivare alla loro destituzione.” Da: Wordreference. (n.d.t.).

Da: Z Net -Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/was-it-wrong-to-support-the-iranian-revolution-in-1978-because-it-turned-out-badly-by-richard-falk
Originale: Richardfalk.com
Traduzione di Maria Chiara Starace

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