"Bisogna bandire le guerre e il militarismo dalle menti e dai cuori della gente"
"Bisogna bandire le guerre e il militarismo dalle menti e dai cuori della gente"
Il 2 ottobre di ogni anno, per commemorare la data di nascita di Gandhi, si celebra la Giornata Internazionale della Nonviolenza, promossa dalle Nazioni Unite. In occasione di questa data pubblichiamo un articolo di Alexander Langer, tra i massimi esponenti del pacifismo europeo: “Preferisco il pacifismo concreto", scriveva. "Credo che serva di più delle opzioni semplicistiche, buone per accontentare i tifosi, ma sterili rispetto alla realtà”.
di Alexander Langer *
È difficile dire se, nella storia, i movimenti per la pace abbiano ottenuto qualcosa.
Mentre l’utilità per esempio dei pompieri può essere desunta dal numero degli incendi domati, quella dei movimenti pacifisti è più complicata a misurarsi e andrebbe – semmai – esaminata soprattutto con riguardo alla prevenzione politica e culturale.
Operare per bandire le guerre e il militarismo dalle menti e dai cuori della gente, prima ancora che dalle politiche dei governi, è sicuramente meritevole e importante.
Fa una gran differenza essere circondati da un clima di esaltazione “eroica” della guerra (come avveniva sotto i regimi fascisti tra le due guerre mondiali in Europa) o dal quel “ripudio” della guerra che la Costituzione della Repubblica italiana esprime e che le iniziative pacifiste cercano, da sempre, di incoraggiare e rendere vero.
Ma basta questo, e basta qualche azione simbolica – come dichiarare “territorio libero da armi nucleari” una regione o un comune, o aderire alle giornate della pace – per ritenersi efficaci “operatori di pace”?
A guardare alcuni conflitti recenti, verrebbe da scoraggiarsi sui risultati pratici dei movimenti pacifisti. Guerre tra stati, grandi (come quella tra Iran e Iraq) o piccole (come il conflitto ango-argentino intorno alle Falkland-Malvine), guerre di stati contro popolazioni che vogliono l’indipendenza (dal Sahara alla Namibia), guerre di guerriglia (dall’Afghanistan all’Angola), guerre interne (come quelle contro i palestinesi, i curdi o i tibetani), continuano a svolgersi, e sembrano curarsi poco delle iniziative pacifiste.
E se la corsa agli armamenti pare finalmente rallentarsi, non è tanto per merito dei movimenti per la pace, quanto piuttosto per lo storico accordo dell’8 dicembre 1987 tra Stati Uniti e Unione Sovietica che ha segnato per la prima volta un passo indietro nel processo di riarmo.
Che ci stanno a fare, allora, i movimenti per la pace? Come possono sperare di contrapporre qualcosa di efficace a una forza incomparabilmente superiore quale quella esercitata dagli interessi economici e di potere che spingono alle guerre?
Un movimento per la pace che fosse fatto principalmente o esclusivamente di marce e petizioni per chiedere il disarmo o la condanna di certe aggressioni militari non avrebbe grande credibilità (…), o se si limitasse a invocazioni generiche di pace cui nessuno potrebbe dirsi contrario, ma dalle quali non deriva nessun effetto concreto.
Di ciò i pacifisti di oggi (…) si rendono ben conto. E infatti si sta assistendo alla rigenerazione di un pacifismo di tipo nuovo, che promette bene, pur sapendo di dover affrontare immani sproporzioni tra le spinte alla guerra (che sono poi le stesse che comportano distruzione ambientale, sfruttamento economico, oppressione politica) e la necessità di pace (che vuol dire sostanzialmente autolimitazione e rispetto di un equilibrio giusto).
(…). Lavorare per l’amicizia tra i popoli vuol dire costruire pace e amicizia anche nella comunità: nei confronti di chi è diverso, di chi si trova in minoranza, di chi è circondato da incomprensione o ostilità. I rapporti tra popoli diversi, o tra città, non sono fatti solo di pranzi e doni tra sindaci e ministri, ma anche e soprattutto di incontri, scambi, gemellaggi, rapporti epistolari tra la gente.
La lotta per il disarmo può essere fatta anche dal personale rifiuto del servizio militare o dalla personale “obiezione fiscale” alle spese militari.
“Contro la fame cambia la vita” diceva una felice indicazione nel quadro delle campagne contro la fame nel mondo: altrettanto vale “contro la guerra cambia la vita”.
Perché in qualche misura siamo tutti profittatori di guerra: i prezzi delle materie prime e degli alimenti di cui noi ci serviamo sono frutto di una guerra permanente nei confronti di gran parte della popolazione del pianeta.
Scoprendo e divulgando questi nessi e promuovendo comportamenti personali di riduzione della violenza, i movimenti per la pace – al pari di quelli per la salvaguardia della natura o per la solidarietà con il sud del mondo – sempre più diventano parte di una nuova e grande sensibilità.
Che cioè il nostro modello di vita attuale – dai consumi agli armamenti, dalla competizione produttiva a quella intellettuale – impone un altissimo livello di conflitti e di violenza, dove i più deboli soccombono per primi, ma dove anche i forti ben presto vengono colpiti dagli effetti boomerang della distruzione.
Conviene “disarmare”. Finché siamo in tempo.
Questo articolo è stato pubblicato in "Alto Adige" il 18 gennaio 1989. E' tratto da "Pacifismo concreto - La guerra in ex Jugoslavia e i conflitti etnici", edizioni dell'Asino (quaderno n.2, pag 8-10).
*Alexander Langer è stato fra i massimi esponenti del pacifismo e dell’ambientalismo degli ultimi 30 anni. Politico, giornalista e scrittore, fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e co-presidente del gruppo dei Verdi al Parlamento Europeo. Noto per il suo impegno nelle campagne per il disarmo, i diritti umani, la pace e la convivenza tra i popoli, ha fondato il Verona Forum per la riconciliazione e la pace nella ex Jugoslavia, area nella quale ha principalmente operato.
2 ottobre 2012

Commenti
Posta un commento