Speciale Sabra e Shatila. Che nessuno perda la speranza
Le voci risuonano dai piani superiori. Oggi si chiude l’anno scolastico. Le classi elementari organizzano una festa e una recita per concludere il percorso di studi iniziato lo scorso settembre. Sono i bambini di Sabra e Shatila.
di Marco Di Donato
“Assistiamo circa 2000 bambini ogni anno. Proviamo a fare un percorso continuativo, seguendoli dall’inizio delle scuole fino ai quindici anni, quando possono liberamente decidere se continuare gli studi o iscriversi al vocational training dell’Onu, per l'avviamento alle professioni tecniche e manuali”.
La direttrice del centro, Madame Jamila, ci accoglie in una mattinata per lei piena di impegni, ma trova comunque il tempo di dedicarci alcuni minuti prima che inizi la recita dei suoi bambini.
Per ora non abbiamo ancora visitato il campo. Siamo dentro Shatila, ma fino ad ora non abbiamo visto nulla, se l'ingresso dove campeggiano grandi pannelli inneggianti ad Hamas con l’immagine dello Shaykh Ahmed Yassin.
Dopo averlo attraversato, l’autista ci invita a scendere. Appena usciamo dalla macchina, prima di entrare in un vicoletto, l’uomo si gira e ci dice: “E' qui che è avvenuto il massacro, al magzara”.
Mi guardo intorno e vedo quei venditori ambulanti di pane e caffè che oggi costeggiano la strada dove trent’anni fa gli uomini delle Falangi uccisero migliaia di palestinesi.
E la prima cosa che scopro durante la mia chiacchierata con Madame Jamila è che a Shatila di palestinesi ne sono rimasti ben pochi.
"Circa il 25% della popolazione. La maggior parte di quelli che erano qui nel 1982 è scappata all’estero o semplicemente è stata uccisa durante il massacro. Oggi circa il 75% degli abitanti di Shatila è composto da zingari, siriani, iracheni e libanesi poveri che non riescono a trovare una sistemazione in città. La capitale è cara e non tutti possono permettersi un appartamento nei quartieri centrali. L’unico elemento che ci unisce è proprio questo: il fatto di essere tutti molto, ma molto, poveri".
Non l'avrei mai detto. Quello che fu lo scenario di uno dei più tragici eventi della storia palestinese, il massacro di Sabra e Shatila, è oggi svuotato della sua identità sociale e culturale.
“I campi sono più insicuri. Prima era come un grande villaggio, una riproduzione del sistema sociale e familiare presente in Palestina, dove tutti si conoscevano e dove c’era un ordine. C’era l’OLP che badava alle nostre necessità e fungeva da guida. Prima sapevamo di cosa avevamo bisogno come palestinesi, oggi ognuno agisce per il suo proprio tornaconto personale".
La direttrice del complesso gestito dalla ong Beit Atfal Assomud si ferma un attimo per aggiustarsi il velo. Fa caldo e tutti nella stanza iniziamo a sudare perché non c’è elettricità.
A Shatila l’elettricità viene garantita solo otto ore al giorno. Ciò significa che per sedici ore non c’è luce oltre a quella del sole. “Pensi che in alcune case non arriva nemmeno la luce del sole”.
Sono le stesse parole di Kassem Aina. “Le case sono costruite una sopra l’altra. Non esiste alcuna forma di pianificazione edilizia. Questo campo è stato costruito e distrutto per ben sette volte e noi siamo stanchi di costruire per poi vedere tutto il nostro lavoro andare in fumo”.
Quello che certamente non va disperso è il lavoro, impressionante per le condizioni in cui viene portato avanti, di questa ong palestinese che supporta e sostiene l’educazione di circa 2000 fra orfani, minori abbandonati o provenienti da famiglie indigenti.
“Vorrei poter aiutare ancora più bambini – mi spiega Madame Jamila – ma non abbiamo i mezzi. Nel campo non c’è un giardino e siamo costretti ad andare ai parchi pubblici libanesi che sono poco distanti. Non posso accogliere nelle mie classi più di un determinato numero di scolari. Però ho messo una regola ferrea: i miei parenti non possono usufruire dei nostri servizi. In aggiunta i figli dei leader politici non hanno assolutamente la precedenza rispetto a bambini più poveri: sono tutti sullo stesso livello per me”.
Madame Jamila è una donna forte che sa farsi rispettare. E’ nata qui nel campo, ma dice “siamo originari di un piccolo villaggio vicino all’attuale Haifa. Un villaggio piccolo, nei pressi di un fiume che scorre vicino al Monte Carmelo. Ho visto le foto: non potrei immaginare un posto più bello dove vivere".
Come in ogni campo palestinese che ho visitato in Libano, la mistica del ritorno è un argomento sempre presente, molto più presente di quanto non lo sia nel dibattito politico all’interno della West Bank o della Striscia di Gaza.
Ricordo a Madame Jamila che qualche palestinese mi ha detto che preferirebbe vivere sotto occupazione piuttosto che in un campo libanese: “Lo capisco. Si vivrebbe sotto occupazione certo ma almeno saremmo nella nostra terra”.
La conversazione si interrompe. Sono le 10 e 15 e dobbiamo salire al quarto piano per presenziare alla recita di fine anno. “Seguitemi, prego”.
Entriamo in un grande stanzone che brulica di madri orgogliose di vedere i propri figli salire sul palco. Fa molto caldo. Le maestre fervono nei preparativi e si aggiustano continuamente il velo, passandoci sotto un fazzoletto di carta per asciugare il sudore. Ci sarebbe un ventilatore, ma non c'è l'elettricità.
All’improvviso si alzano tutti in piedi e dall’unica cassa presente nella sala risuona l’inno palestinese: "Biladi, biladi…".
“La speranza, sarà banale, ma è l’unico appiglio che ci rimane. Certe volte torno a casa e sono totalmente priva di motivazioni, non riesco a trovare una ragione per continuare a fare questo lavoro, per tornare l’indomani ed occuparmi dei miei bambini. Poi però mi ricordo di quanto sia fortunata a svolgere un lavoro che mi piace, che amo. Lo ripeto spesso ai genitori: noi siamo poveri, ma del resto l’amore non costa niente”.
Osservo Jamila un po’ perplesso perché non mi sembra di sentire nulla di nuovo: amore, pace, giustizia in un contesto che francamente sembra essere molto lontano da tutto ciò. Il puzzo di fogna e di spazzatura proveniente dalla strada ne è inequivocabile testimonianza.
Poi però continua il suo discorso ed aggiunge: “Lo dico spesso ai genitori, è inutile compatirsi, è inutile piangersi addosso, loro devono andare avanti per sé stessi e per i loro figli. Nessuno qui a Shatila può permettersi di perdere la speranza”.
Capisco allora che Jamila, come tutti gli abitanti di Shatila, non può permettersi di perdere la speranza: per sé stessa e per gli altri.
Racconta che ieri sera ha dormito sul pavimento a causa del forte caldo, che non può innaffiare un fiore perché l’acqua del rubinetto è salata, e che a volte le manca il respiro perché le case sono costruite l’una addosso all’altra.
Per questo Jamila non può perdere la speranza, può, anzi deve, sognare di tornare al villaggio ai piedi del Monte Carmelo, dove la madre giocava da piccola e dove la fresca brezza del mare spazzerebbe via l’acido puzzo di fogna che ogni giorno, specialmente d’estate, le attanaglia la gola.
“Nel campo non esiste un sistema organizzato di raccolta dei rifiuti, né tantomeno un sistema di smaltimento degli stessi. Prima del 1982 gli abitanti si organizzavano in maniera indipendente e volontaria per raccogliere i rifiuti, ma oggi è praticamente impossibile chiedere ai nuovi inquilini di Shatila di contribuire in tal senso".
"Se è per questo non abbiamo nemmeno un ospedale nel campo, il più vicino si trova alla periferia di Beirut ed i costi per operazioni specialistiche sono per noi palestinesi semplicemente inaccessibili. Così come inaccessibili sono 73 professioni, così come è inaccessibile per noi comprare una casa ed esercitare il diritto di proprietà, così come è impossibile per noi dimenticare di vivere in fondo sempre all’ombra di una nuova guerra".
La mia perplessità è come svanita perché grazie a Madame Jamila ed alle sue parole capisco che per loro amore, pace e speranza devono divenire un qualcosa di tangibile, di reale, in modo da contrastare la drammatica realtà dei fatti nella quale si ritrovano a vivere.
Dopo quasi un’ora di conversazione decidiamo che è giunto il momento di vedere con i nostri occhi che cosa sia Shatila dopo il massacro del 1982, come vivano i bambini che fino a pochi minuti prima abbiamo visto sorridere e giocare sul palco lasciandosi alle spalle tutto il resto. Voglio arrivare a comprendere quanta speranza ci vuole per sopravvivere qui a Shatila.
Foto di Silvia Marchionne.
14 agosto 2012
Speciale Sabra e Shatila. Che nessuno perda la speranza

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