L’inverno dell’informazione israeliana: la crisi di Ma’ariv, Haaretz e Canale 10
«Non puoi
andare in guerra senza avere l’ok dei giornali. E quando l’ok non
arriva, l’unica cosa che puoi fare è comprarteli, i quotidiani.
Netanyahu su questo è bravissimo. Soprattutto ora che l’editoria
israeliana è in crisi nera».
Vera o no,
l’analisi di un giornalista israeliano, di quelli che definiresti una
«vecchia volpe», fatta lo scorso giugno in via privata ora torna in
primo piano. E assume i toni drammatici di un Paese che, nelle prossime
settimane, si ritroverà molto più povero nelle edicole. Con giornali che
cambiano – per pochi soldi – proprietà (e quindi linea editoriale), con
quotidiani che hanno fatto la storia della sinistra progressista dello
Stato ebraico e che ora rischiano la chiusura. E con emittenti tv che
hanno dato più di un fastidio al governo in carica con le loro
inchieste. Tutto per colpa di Internet, certo. Ma anche di un free press
(Israel haYom), filogovernativo, che ha scardinato negli ultimi 4 anni
il sistema editoriale israeliano. Per non parlare della crisi e del calo
di lettori.
Più che
l’autunno, questo sembra essere l’inverno dell’informazione israeliana. E
i primi a non accettare questa situazione sono i giornalisti. A decine,
in questi giorni, stanno surriscaldando il clima di Tel Aviv. C’è, per
esempio, la redazione del quotidiano Ma’ariv che martedì 11 settembre,
di fronte alla sede del giornale, ha bruciato gomme di auto e urlato
slogan contro la nuova proprietà (vedi la fotogallery sotto).
Mentre un centinaio di colleghi incrociavano le braccia pochi chilometri
più in là, sempre nella città costiera, tra i corridoi di Haaretz,
pietra miliare della sinistra israeliana. In mezzo, il silenzio –
preoccupato – dei giornalisti di Canale
10, l’emittente tv privata che da mesi versa in condizioni economiche
disperate e non ha ancora chiuso solo perché è stato concesso di pagare i
debiti con qualche mese di ritardo.
La
situazione più drammatica è quella di Ma’ariv. Il giornale è passato di
mano all’imprenditore Shlomo Ben-Tzvi, 47 anni, proprietario tra l’altro
di un altro giornale (Makor Rishon). Costo dell’operazione: 21 milioni
di dollari. Ben-Tzvi non è solo ricchissimo. È anche uno dei più strenui
difensori delle politiche del premier Netanyahu. Il suo tabloid – Makor
Rishon, appunto – è apprezzato molto anche tra i coloni. Dove,
peraltro, Ben-Tzvi vive.
L’intero
gruppo editoriale di Ma’ariv – tra giornale di carta, prodotti
collaterali, sito, parte audio-video – ecco, l’intero gruppo, impiega
circa 2.000 persone. Se va bene manterranno il posto solo in 500, un
quarto. Ma i bilanci della società, visti dai commercialisti del nuovo
proprietario, parlano di entrate inferiori al previsto. Risultato:
potrebbero restare senza lavoro in 1.700, gli stipendi di settembre non
sono così sicuri e il prezzo inizia di vendita – 21 milioni di dollari –
potrebbe ridursi di un 25 per cento. Fondata nel 1948 – anno di nascita
dello Stato d’Israele – Ma’ariv per decenni ha sintetizzato l’anima
centrista del Paese. Ma dagli anni Novanta il calo di copie vendute è
stato lento e inesorabile.
Per le vie
di Tel Aviv i giornalisti di Ma’ariv accusano la vecchia proprietà di
non aver messo da parte i soldi necessari per aiutare i licenziati. E
chiedono garanzie per il futuro. Un futuro che, però, secondo molti di
loro sembra già segnato. «Ben-Tzvi vuole licenziare la maggior parte di
noi, vuole chiudere la testata e aprirne un’altra con lo stesso nome, ma
con una linea filo-governativa e solo con i giornalisti di destra», ha
spiegato uno dei portavoce della protesta.
Braccia
incrociate anche nella redazione di Haaretz. Un centinaio di cronisti ha
annunciato l’interruzione momentanea del lavoro fino a quando l’azienda
non spiegherà bene in cosa consiste il piano di contenimento dei costi,
di riduzione del debito e che tipo di tagli sul personale saranno
fatti. «Se Haaretz sopravvive in questi mesi è solo perché riesce a
stampare a poco prezzo nella tipografia del free press Israel haYom»,
spiega a Falafel Cafè un giornalista del quotidiano progressista.
Quotidiano fondato trent’anni prima di Ma’ariv, nel 1918. Da sempre di
sinistra, anche Haaretz negli ultimi anni ha perso decine di migliaia di
copie. Fino a questi mesi difficili. E con un futuro – per Haaretz,
Ma’ariv, Canale 10, l’informazione israeliana – piena di incognite.
© Leonard Berberi
http://falafelcafe.wordpress.com/2012/09/11/linverno-dellinformazione-israeliana-la-crisi-di-maariv-haaretz-e-canale-10/

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