Judith Butler – Sostengo un giudaismo non associato alla violenza di Stato
La scorsa settimana Judith Butler ha
ricevuto il prestigioso Premio Adorno, consegnatole dalla città di
Francoforte. In passato il premio è stato assegnato a studiosi e
intellettuali come Habermas, Bauman, Goddard e Derrida. A differenza
degli altri premiati, Butler è stata pesantemente attaccata e accusata
di antisemitismo alla vigilia della consegna. Pubblichiamo di seguito,
in collaborazione con European Graduate School, l’articolo con cui la
Butler ha risposto – sul sito Mondoweiss – agli attacchi che le sono
stati rivolti.
Il Jerusalem Post ha recentemente
pubblicato un articolo in cui si riportava che alcune organizzazioni
sono contrarie al fatto che io riceva il Premio Adorno. Questo premio
viene assegnato ogni tre anni a chi lavora nella tradizione
intellettuale della teoria critica, intesa in senso ampio. Le accuse
contro di me sono di appoggiare Hamas e Hezbollah (non vero), di
appoggiare il BDS [1] (parzialmente vero) e di essere un’anti-semita
(platealmente falso). Forse non dovrei essere così sorpresa che chi si
oppone al mio ricevimento del Premio Adorno ricorra ad accuse così
scurrili e infondate per farsi notare. Sono una studiosa che ha
acquisito un’introduzione alla filosofia attraverso il pensiero ebraico e
mi considero una persona che difende e prosegue una tradizione etica
ebraica che include figure come Martin Buber e Hannah Arendt. Ho
ricevuto un’educazione ebraica a Cleveland, sotto la guida del Rabbino
Daniel Silver, in una sinagoga dell’Ohio in cui ho sviluppato le mie
forti visioni etiche sulla base del pensiero filosofico ebraico. Nel mio
percorso di formazione mi sono convinta che gli altri ci chiedono di –e
noi stessi ci interroghiamo su come– rispondere alle loro sofferenze e
di cercare di alleviarle. Tuttavia, per fare questo dobbiamo essere
capaci di ascoltare e trovare i mezzi con cui rispondere, e talvolta di
pagare le conseguenze dei modi in cui decidiamo di opporci alle
ingiustizie. In ogni singola tappa della mia educazione ebraica mi è
stato insegnato che rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia non è
accettabile. La difficoltà di un precetto di questo genere sta nel
fatto che esso non ci dice chiaramente quando e come pronunciarci, o
come opporci senza produrre una nuova ingiustizia, o come parlare in
modo da essere ascoltati ed essere capiti in maniera corretta. La mia
posizione non è ascoltata da questi detrattori, e forse non dovrei
sorprendermi, visto che la loro tattica consiste nel distruggere le
condizioni di ascoltabilità.
Ho studiato filosofia all’Università di
Yale e ho continuato a concentrarmi sulle questioni di etica ebraica
lungo l’arco della mia intera educazione. Sono contenta di aver ricevuto
quel bagaglio etico e l’educazione che mi è stata data, e che tuttora
mi anima. È falso, assurdo e doloroso per chiunque sentir dire che chi
formula una critica dello Stato di Israele è un antisemita, o, se ebreo,
un ebreo che odia sé stesso. Accuse di questo genere cercano di
demonizzare la persona che articola un punto di vista critico e di
squalificare questo punto di vista in partenza. Si tratta di una tattica
di messa a tacere: di questa persona non si può parlare, e qualunque
cosa essa dica va respinta in anticipo o distorta in modo tale da negare
la validità stessa della presa di parola. L’accusa rifiuta di prendere
in considerazione il punto di vista, di discuterne la validità, di
valutarne le sue prove, e di trarne una conclusione oculata sulla base
dell’ascolto della propria ragione. L’accusa non è semplicemente un
attacco contro le persone che hanno punti di vista discutibili, ma si
traduce in un attacco contro qualsiasi scambio ragionevole di opinioni,
contro la stessa possibilità di ascoltare e parlare in un contesto in
cui si potrebbe prendere in considerazione cosa l’altro ha da dire.
Quando degli ebrei etichettano altri ebrei come “antisemiti”, essi
cercano di monopolizzare il diritto di parlare a nome degli ebrei.
Dunque l’accusa di antisemitismo serve da copertura per una diatriba tra
ebrei.
Sono allarmata per il numero di ebrei
che, costernati per le politiche israeliane, tra cui l’occupazione,
l’uso delle detenzioni indefinite e il bombardamento della popolazione
civile a Gaza, cerca di rinnegare la propria ebraicità. Il loro errore
consiste nel considerare lo Stato di Israele come rappresentante
contemporaneo dell’ebraismo, e nel pensare che se una persona si
definisce ebrea, questo significhi appoggiare Israele e le sue azioni.
Nonostante questo, ci sono sempre state tradizioni ebraiche che si
oppongono alla violenza statale, che affermano la coabitazione
multiculturale e difendono i principi dell’uguaglianza. Queste
tradizioni etiche di fondamentale importanza vengono dimenticate e
marginalizzate ogni qualvolta si accetta che Israele sia la base
dell’identificazione e dei valori ebraici.
Quindi, da un lato gli ebrei che
criticano Israele forse pensano di non potere più essere ebrei perché
Israele rappresenta l’ebraismo; dall’altro lato, chi cerca di mettere a
tacere i critici di Israele fa ugualmente coincidere l’ebraismo con
Israele, traendo la conclusione che ogni critica è antisemita o, se la
critica proviene da un ebreo, mossa da odio di sé. I miei sforzi, sia
nella ricerca sia nei miei discorsi pubblici, sono sempre stati volti a
uscire da questo vicolo cieco. Dal mio punto di vista ci sono tradizioni
ebraiche molto significative – anche le prime tradizioni sioniste – che
valorizzano la coabitazione e che forniscono modalità di opposizione
contro la violenza di qualunque genere, inclusa la violenza di Stato.
Oggi è molto importante valorizzare e tenere in vita queste tradizioni,
poiché esse rappresentano i valori diasporici, le battaglie per la
giustizia sociale e un principio ebraico talmente rilevante come la
“riparazione del mondo” (Tikkun).
È chiaro che quelle passioni che
raggiungono livelli così elevati su questioni come queste rendono molto
difficile l’ascolto e la presa di parola. Si mettono alcune parole fuori
dal loro contesto, si distorce il loro significato per poi utilizzarle
per stigmatizzare ed etichettare un individuo. Questo succede con molte
persone che hanno una visione critica di Israele – e che vengono
etichettate come antisemite o collaboratrici naziste; queste forme di
accusa mirano a creare le forme più durevoli e tossiche di
stigmatizzazione e demonizzazione. Si colpisce la persona
decontestualizzandone le parole, invertendone i significati e
sostituendole alla persona; di fatto, queste forme di accusa annientano i
punti di vista della persona a prescindere da quegli stessi punti di
vista. Per coloro che tra noi sono i discendenti degli ebrei europei
eliminati dal genocidio nazista (la famiglia di mia nonna è stata
distrutta in un piccolo villaggio a sud di Budapest), essere chiamati
complici dell’odio contro gli ebrei o ebrei che odiano sé stessi è uno
degli insulti e delle ferite più dolorosi che possano esistere. Risulta
ancora più difficile resistere al dolore di un’accusa di questo genere
quando la persona colpita cerca di affermare ciò che di più prezioso
esiste nel giudaismo per pensare all’etica contemporanea, inclusa la
relazione etica con chi è privato della propria terra e dei diritti di
auto-determinazione, con chi cerca di mantenere viva la memoria della
propria oppressione, con chi prova a vivere un vita che possa e debba
essere riconosciuta come vita degna di essere vissuta. Sostengo che
questi valori derivano tutti da fonti ebraiche importanti, il che non
significa dire che essi derivano esclusivamente da quelle fonti. Ma,
data la storia da cui provengo, è di fondamentale importanza, in quanto
ebrea, oppormi all’ingiustizia e combattere contro tutte le forme di
razzismo. Questo non fa di me una ebrea che odia sé stessa, bensì mi
rende una persona che vuole affermare un giudaismo non identificabile
con la violenza statale e che si identifica con una battaglia globale
per la giustizia sociale.
I miei commenti su Hamas e Hezbollah
sono stati decontestualizzati e i miei noti e assodati punti di vista
brutalmente distorti. Sono sempre stata a favore dell’azione politica
non violenta, e questo principio ha sempre caratterizzato le mie
posizioni. Alcuni anni fa, un membro di un pubblico accademico mi ha
chiesto se penso che Hamas e Hezbollah appartengano alla “sinistra
globale” e ho risposto con due commenti. Il primo era meramente
descrittivo: queste due organizzazioni politiche si definiscono
anti-imperialiste, e una delle caratteristiche della sinistra globale è
l’anti-imperialismo; quindi, in questa logica, esse potrebbero essere
descritte come parte della sinistra globale. Il mio secondo commento era
critico: come per qualsiasi gruppo che si colloca a sinistra, occorre
decidere se uno è contro o a favore di quel gruppo e valutare
criticamente le posizioni di quel gruppo. Non accetto o approvo tutti i
gruppi che fanno parte della sinistra globale. Infatti questi stessi
commenti hanno fatto seguito a una mia presentazione in cui ho
sottolineato l’importanza del lutto collettivo e delle pratiche
politiche della non violenza, un principio che ho sviluppato e difeso in
tre dei miei libri più recenti: Precarious Life, Frames of War e
Parting Ways. Sono stata intervista sulle mie posizioni non violente
sulla rivista Guernica e su altre riviste online, ed è facile ritrovare
queste mie posizioni se uno volesse capire da che parte mi colloco su
tali questioni. Talvolta sono addirittura presa in giro da membri della
sinistra che appoggiano le forme di resistenza violenta che pensano che
io non sia in grado di capire quelle pratiche. E’ vero: non appoggio le
pratiche di resistenza violenta e non appoggio, non ho mai appoggiato e
non posso appoggiare nemmeno la violenza statale. Forse questa posizione
mi rende più naïve che pericolosa, ma è la mia posizione. Per questo mi
è sempre sembrato assurdo che i miei commenti venissero interpretati
come un appoggio a Hamas o Hezbollah! Non ho mai preso una posizione su
nessuna organizzazione, così come non ho mai appoggiato tutte le
organizzazioni che presumibilmente fanno parte della sinistra globale –
non sono una sostenitrice incondizionata di tutti i gruppi che oggi
fanno parte della sinistra globale. Dire che quelle organizzazioni fanno
parte della sinistra non significa dire che esse dovrebbero esserne
parte, o che in qualche modo le appoggio.
Due altri punti. Appoggio il movimento
per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) con una modalità
specifica di appoggio. Ne rifiuto alcune versioni e ne accetto altre.
BDS per me significa che mi oppongo agli investimenti in compagnie che
producono equipaggiamenti militari il cui solo scopo è di demolire case.
Questo vuol dire che non parlo in delle istituzioni israeliane a meno
che non prendano una posizione chiara contro l’occupazione. Non accetto
nessuna versione del BDS che discrimina contro i singoli individui sulla
base della loro cittadinanza nazionale e continuo ad avere strette
relazioni di collaborazione con molti studiosi israeliani. Una delle
ragioni per cui appoggio il BDS e non appoggio Hamas e Hezbollah è che
il BDS è il movimento civile e politico non-violento più ampio che
cerchi di stabilire l’uguaglianza e il diritto all’auto-determinazione
per i palestinesi. Il mio punto di vista è che i popoli di quella terra,
ebrei e palestinesi, devono trovare un modo per vivere insieme in
condizioni di uguaglianza. Come molte altre persone, desidero una
comunità politica democratica su quella terra e sostengo i principi di
autodeterminazione e coabitazione per entrambi i popoli e per tutti i
popoli. Desidero, come lo desidera un numero sempre crescente di ebrei e
non-ebrei, che venga posta fine all’occupazione, che cessi la violenza,
e che i diritti politici fondamentali di tutti i popoli che vivono in
quella terra vengano preservati da una nuova struttura politica.
Due ultime note. Il gruppo che
sponsorizza l’attacco contro di me si chiama Scholars for Peace in the
Middle East – un nome quantomeno improprio – e nel suo sito web si
sostiene che l’”Islam” è una “religione intrinsecamente antisemita
(sic!)”. Contrariamente a quanto riportato dal Jerusalem Post, non si
tratta di un folto gruppo di studiosi ebrei con base in Germania, ma di
una organizzazione internazionale con base in Australia e in California.
Essi fanno parte di una organizzazione di destra e dunque di una guerra
intra-ebraica. Un ex-membro del loro consiglio di amministrazione,
Gerald Steinberg, è noto per i suoi attacchi contro le organizzazioni
per i diritti umani israeliane, contro Amnesty International e Human
Rights Watch. A quanto pare lo sforzo che questi gruppi compiono per
denunciare le violazioni israeliane dei diritti umani le rende
etichettabili come “organizzazioni antisemite”.
Per finire, non sono lo strumento di
nessuna organizzazione non-governativa: faccio parte del comitato
consultivo di Jewish Voice for Peace; sono membro della sinagoga
Khelillah a Oakland, in California; sono membro esecutivo della Faculty
for Israeli-Palestinian Peace negli Stati Uniti e del Freedom Theatre di
Jenin. I miei punti di vista politici toccano vari argomenti e non sono
ristretti al Medio Oriente o allo Stato di Israele. Infatti ho scritto
di violenza e ingiustizia in altre parti del mondo, ponendo la mia
attenzione sulle guerre scatenate dagli Stati Uniti. Ho scritto anche di
violenza contro le persone transessuali in Turchia, di violenza
psichiatrica, di tortura a Guantanamo e di violenza della polizia contro
i manifestanti pacifici negli Stati Uniti, solo per menzionare alcuni
dei miei interessi. Ho scritto anche di antisemitismo in Germania e
contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti.
traduzione di Nicola Perugini @pessoptimistA
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