Israele, l'esercito vince su tutto?




 Nonostante la loro moralità sia costantemente messa in discussione da critiche ed accuse provenienti da più parti, le IDF godono oggi di un ampio sostegno tra la gente. Nel 2012, il 94% dei cittadini israeliani ritiene che l’esercito sia l’istituzione di cui ci si possa fidare maggiormente. Ma la realtà è ben più complessa.
 di Stefano Nanni

Secondo il rapporto annuale sulle percezioni dei cittadini israeliani rispetto alla qualità della loro democrazia (pubblicato il 6 settembre 2012 dall’Israel Democracy Institute), ad oggi la quasi totalità della popolazione ha piena fiducia nell'operato dell'esercito.
Eppure soltanto una decina di giorni fa le forze armate israeliane erano state colpite proprio dal cosiddetto 'fuoco amico'.
Si tratta di "Breaking the silence", un'organizzazione non governativa nata nel 2004 ad opera di un gruppo di reduci che hanno servito l'esercito durante la Seconda Intifada, scoppiata nel 2000.

Si può rompere il silenzio? 
Basato su una serie di interviste ad ex-soldati e ufficiali raccolte durante il periodo 2005 – 2011, il rapporto dell'ong rivela come la violenza fisica sia frequentemente (e arbitrariamente) esercitata contro i minori (interviste n.3, 6, 14, 36).
Abusi che spesso sono accompagnati da umiliazioni e molestie (1, 7, 39, 46), arresti (2, 13, 33, 45) e trattamenti "crudeli" (8 e 25).
Inoltre, nonostante la stessa Corte suprema israeliana abbia più volte vietato la pratica degli "scudi umani" (l’ultima volta proprio lo scorso luglio), le testimonianze 15 e 17 confermano che alcuni comandanti continuano ad ordinarla.
Ma l’aspetto più problematico è relativo ai casi di incidenti che hanno portato al ferimento e all’uccisione di giovani in Cisgiordania e Gaza.
Nell'intervista 4, alla domanda "Quando spari contro un minorenne dove miri? Ne scegli uno a caso?" il soldato risponde: "Sì, ne scelgo qualcuno e miro al suo baricentro, da una distanza di soli dieci metri".
E prosegue spiegando l’uso che viene fatto generalmente dei proiettili di gomma: "Questi sono racchiusi - a grappoli da quattro - da un involucro di nylon, quindi per utilizzarli occorre spezzarli uno ad uno".
Ma, sempre secondo questa testimonianza, in base a delle "regole non scritte" l’involucro viene spezzato solo in due parti, per ottenere due proiettili: "In questo modo sono più pesanti e schizzano via velocemente".
Distanza ravvicinata e proiettili di gomma sembrano pratiche di uso comune confermate del resto anche nell’intervista 29, dove il militare riporta di un bambino ucciso da un colpo in testa durante dei disordini ad Hebron.
"C'era una dimostrazione, ma senza striscioni. Più che altro era un lancio di pietre. Il mio superiore ci disse di seguire la procedura, cioè sparare da vicino alle gambe e lanciare lacrimogeni".

Ma qualcosa è andato storto ed un’ordinaria procedura anti-sommossa si è trasformata in tragedia.
"Il mio superiore ha iniziato a sparare, colpendo la testa di un bambino che si era chinato per raccogliere una pietra….E’ rimasto a terra, e quando mi sono avvicinato ho visto metà del suo cervello fuori dal cranio…".
Nella testimonianza 9, il soldato racconta di un’incursione segreta (datata 2007) nell’area di Jenin per arrestare un giovane attivista palestinese. 
Appostati su una collina vicina alla sua casa, i soldati attesero che il loro obiettivo uscisse fuori insieme ad un suo amico e notarono subito che erano armati: "Li ho visti uscire ed un secondo dopo abbiamo sparato nella loro direzione: un morto ed un ferito. Di tutte le missioni segrete che conosco, in poche o forse in una sola si è riusciti ad ottenere l’arresto dell’obiettivo. Quasi sempre ci sono delle vittime".
Naturalmente il rapporto non è passato inosservato, così come non lo sono state le altre pubblicazioni di questa organizzazione.
Due anni fa, quando Breaking the silence arrivò tra i primi tre finalisti per il premio per la pace Sakharov del Parlamento Europeo, suscitarono scalpore le foto che ritraevano alcuni soldati israeliani 'in posa' con dei prigionieri palestinesi.
Le immagini furono definite 'umilianti' da molta parte dell'opinione pubblica, mentre il gruppo israeliano di destra NGO Monitor avviò una campagna di pressione volta ad invitare i gruppi parlamentari europei a ritirare la candidatura al premio di Breaking the silence.
L’anno scorso l’organizzazione ha deciso di far uscire dall’anonimato i suoi 'testimoni'. Con una serie di video-interviste a dodici ex-militari delle IDF,Breaking the silence tornava a denunciare gli abusi compiuti sui minori palestinesi, e in particolare l’uso della pratica degli scudi umani.
Le interviste furono caricate su YouTube, provocando la dura reazione dei vertici dell’esercito che con un comunicato affermavano che senza un’accusa formale da parte dell’organizzazione riguardo i casi specifici sarebbe stato "impossibile fare chiarezza".
Anche questa volta le polemiche non si sono fatte attendere e il paese si è nuovamente diviso tra chi ha colto l’occasione per puntare ancora il dito contro "l'immoralità" dell’esercito e coloro che continuano a bollare le pubblicazioni di Breaking the silence come false e tendenziose, in linea con la "solita pubblicità" anti-israeliana.
Questa volta la diatriba non si è svolta soltanto in terra israeliana e palestinese, bensì ha oltrepassato i confini per attraversare l’Oceano Indiano e giungere in Australia.
Come è noto, le tante diaspore ebraiche presenti in varie parti del mondo mantengono un legame storico e culturale molto forte con Israele e sono sempre attente quando vengono chiamati in causa temi ed argomenti 'sensibili'. La 'moralità' delle IDF fa parte di questi.
Ed è così che è scoppiata una polemica a distanza con Breaking the silence.
I vertici delle principali organizzazioni ebraico-australiane, tra cui il presidente dell’Executive council of Australian, Jewry Danny Lamm, e il direttore esecutivo dell’Australia/Israel & Jewish Affairs council, Colin Rubenstein, hanno affermato che "nel rapporto vengono sfruttati i testimoni, di cui resta in discussione l’autenticità, per un effetto propaganda" e che "anche se quei fatti venissero provati, questi non altereranno il fatto che le IDF rimangono probabilmente l’esercito più morale al mondo".

Dichiarazioni che non hanno dovuto attendere molto per una risposta da parte dell’ong israeliana, che si è detta convinta del fatto che le testimonianze dei reduci sono motivate "dall’amore per Israele, amore che invece manca in chi attacca coloro che credono ancora ad una moralità, ad un processo di pace e servono ogni giorno la propria comunità".

L'esercito è l'istituzione più "amata" dai cittadini israeliani? 

A livello statistico, da quando l’Israel Democracy Institute pubblica i suoi lavori sullo 'stato della democrazia in Israele' (ovvero dal 2003), l’esercito è sempre stata l’istituzione che ha ricevuto più fiducia da parte dei suoi cittadini (si veda a tal proposito la tabella 33, pag.72, delle statistiche del 2009), a discapito di quella che dovrebbe rappresentare l’anima di una democrazia 'in salute': la politica.
Infatti, anche questa volta, così come negli ultimi 9 anni, i numeri parlano chiaro: partiti, Parlamento e presidente sono, in ordine, l’ultima, la penultima e la terz’ultima istituzione preferita dagli israeliani. Nel mezzo troviamo la polizia e la Corte suprema.
Sebbene siano le stesse statistiche a dimostrare la debolezza dei politici, occorre sottolineare la forte connessione che c’è invece tra questi e l’esercito.
Molti dei protagonisti della storia nazionale provengono infatti proprio dalle IDF, motivo per cui la sfiducia degli israeliani sembra dettata più dall'azione politica intesa come concetto astratto incapace di per sé di raggiungere risultati 'utili' allo Stato israeliano.
Sono tanti gli esempi che si possono fare per evidenziare la presenza di uomini dell'esercito nella vita politica israeliana.

Partendo dall’attuale presidente Shimon Peres, che difendeva lo Stato israeliano prima ancora che nascesse e prima ancora che si formassero le IDF (all’interno dell'Haganah), fino ad arrivare al governo in carica, dove spiccano ben 4 ex – militari che ricoprono cariche piuttosto importanti.
Si tratta del premier Benjamin Netanyahu, del ministro della Difesa Ehud Barak e del ministro e vice-ministro degli Esteri Avigdor Liberman e Danny Ayalon. In pratica stiamo parlando dei protagonisti della politica estera di un paese.
Nel recente passato possiamo ricordare Tzipi Livni (anch’ella più volte ministro, l’ultima volta degli Esteri durante l’Operazione Piombo Fuso del 2008-2009), che oltre ad aver lavorato nell’esercito ha anche collaborato con l’agenzia di intelligence israeliana, il Mossad; Moshe Dayan, più volte ministro (della Difesa e degli Esteri) dopo essere stato il quarto Capo di stato maggiore delle forze armate ed aver combattuto le guerre del 1948, 1956, 1967 e 1973.
Più di lui solo Ariel Sharon, la cui carriera nell’esercito è iniziata nel 1942 come volontario dell’Haganah per poi scalare i gradi più alti delle IDF e vivere da soldato, ufficiale e politico, tutte le guerre appena citate più quelle in Libano, 1978 e 1982, nonché la Prima e la Seconda Intifada.
Inoltre non bisogna dimenticarsi di un aspetto fondamentale che caratterizza il rapporto tra cittadini ed esercito: il servizio di leva obbligatorio, per ambo i sessi, tutt’ora in vigore. Ogni cittadino israeliano, raggiunta la maggiore età (18 anni), è chiamato a prestare servizio per tre anni, per gli uomini, e due anni per le donne.
Per quanto riguarda la leva femminile, Israele è uno dei pochi Stati al mondo a mantenere la coscrizione obbligatoria, che può essere esentata solo in caso di gravidanza, malattia o ragioni coniugali.
Le altre categorie che sono esonerate dal servizio militare sono gli arabi israeliani e gli israeliani ultraortodossi. Questi ultimi non accettano la leva né per le donne, né per gli uomini, perché dedicano l’intera adolescenza e giovinezza allo studio religioso nelle Yeshiva (le scuole religiose, ndr).
Tuttavia, le cose stanno cambiando anche per gli arabi israeliani e per gli ultraortodossi.

Una recente (e storica) sentenza della Corte suprema israeliana ha annullato la 'Tal Law' (in vigore dal 1948), stabilendo che non ci si potrà più astenere per motivi religiosi.
Secondo la decisione, ora l’esercito potrà stabilire chi, come e quando dovrà iniziare il servizio tra gli arabi israeliani e gli ultraortodossi compresi tra i 18 e 50 anni.
Ma un altro fenomeno, che probabilmente preoccupa maggiormente l’esercito, riguarda coloro che per propria scelta decidono di non indossare la divisa, i cosiddetti refusnik, cioè 'coloro che rifiutano'.
Questo movimento non è nuovo e risale al 1970, tre anni dopo la guerra dei Sei Giorni. Un gruppo di professori ed accademici criticarono fortemente l’occupazione di West Bank, Gaza, Sinai, Golan, rifiutandosi di servire in un esercito di cui non condividevano l’operato.
Con il nome di 'Shministim' (dodicesimo grado, dal nome che la stampa diede loro in quel periodo), oggi l’organizzazione promuove ideali di pace e libertà in tutto il mondo e raccoglie vari gruppi di refusnik che si sono formati nel tempo.
L'azione di questi ultimi è principalmente tesa ad ottenere la libertà per sé stessi e per i loro colleghi, dato che al momento del loro rifiuto vengono arrestati per un periodo che può variare dai 35 giorni ad un anno.
Stabilire con certezza quanto questo fenomeno sia in crescendo non è semplice, poiché mancano dati e statistiche ufficiali.
Tuttavia, a giudicare dalle recenti campagne ed iniziative portate avanti dalle IDF per incitare i cittadini israeliani ad arruolarsi, sembra che le forze armate stiano mostrando una certa 'carenza' in alcuni reparti.
Ciononostante i numeri dimostrano che l’esercito continua ad avere un legame molto forte con i cittadini israeliani. E, nell’imminenza, reale o meno, di una nuova guerra, questo è un dettaglio di cui non si può non tener conto.

13 settembre 2012





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