
Il popolo palestinese sa esattamente perché sta protestando. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è il deterioramento della situazione economica di un sempre maggiore numero di famiglie palestinesi: tuttavia, i palestinesi scendono in piazza per ragioni politiche: Loro lo sanno, ma la comunità internazionale lo capisce? di Ahmad Jaradat Non è strano per i palestinesi che la loro tragica e difficile situazione sia legata alla particolare vita sotto l’occupazione israeliana: è l’occupazione che va considerata la principale responsabile della crisi palestinese: non è nuovo neppure il fatto che gli Accordi di Oslo, compreso il Protocollo per le Relazioni Economiche (il cosiddetto Protocollo di Parigi, firmato dall’OLP e Israele nell’aprile 1994) siano una delle più gravi limitazioni allo sviluppo palestinese. Il Protocollo di Parigi permette a Israele di continuare a controllare la vita economica palestinese.
Quando l’attuale movimento di protesta popolare contro l’aumento del
costo della vita è cominciato, la scorsa settimana, in tanti hanno
chiesto al premier Salam Fayyad di dimettersi. In quel momento, il
presidente Abbas – parlando dal Cairo – ha espresso il suo
incoraggiamento per i movimenti sociali palestinesi e il suo sostegno
alle richieste popolari. Inoltre, Abbas ha aggiunto che la “Primavera
palestinese” era cominciata.
In risposta alle richieste di dimissioni, Fayyad ha fatto
un’importante dichiarazione: “Non sono responsabile per gli accordi
economici di Parigi”.
E’ chiaro, quindi, anche a Fayyad che la crisi finanziaria in
Palestina è prima di tutto una crisi politica. E’ chiaro, inoltre, che
questa crisi economico-politica è dovuta principalmente agli accordi
firmati tra l’OLP e Israele, compreso il Protocollo di Parigi e quello
di Hebron, che divide la città di Hebron in due aree: H1 e H2. Hebron è
così l’unica città divisa al mondo nella quale i suoi abitanti, in
conseguenza di un accordo, vivono nel pericolo fisico di aggressioni.
Fayyad non ha detto nulla di nuovo ai palestinesi quando ha puntato
il dito contro gli accordi di Parigi. Il Protocollo è ben noto in
Palestina perché subordina l’economia palestinese all’occupazione
israeliana: Davvero raramente è successo nella storia che un movimento
nazionale di liberazione fornisse un simile vantaggio all’occupante
della sua terra! E per vent’anni questo “scherzo” è proseguito, sebbene
la realtà sia forte e chiara: una simile situazione non porterà a nessun
tipo di libertà o di sviluppo per il popolo palestinese, che resta
sotto la crescente occupazione israeliana.
L’attuale crisi e le numerose crisi che i palestinesi hanno
affrontato negli ultimi vent’anni sorprendono solo coloro che tentano di
non vedere la realtà e ignorano un fatto fondamentale: non c’è sviluppo
sotto occupazione.
Se si ascoltano gli slogan delle manifestazioni attraverso la
Cisgiordania negli ultimi due giorni, si capisce che la gente ha ben
compreso le ragioni della sua sofferenza: Molti slogan chiedono
l’annullamento degli accordi di Parigi, le dimissioni del governo
palestinese e del premier Fayyad, il cui nome è legato a doppio filo
alla comunità dei finanziatori internazionali, alle politiche
neo-liberali e all’economia palestinese.
Due manifestazioni si sono tenute domenica a Ramallah, una
organizzata dai “Giovani contro le Tasse” e l’altra dagli autisti della
città: Entrambe hanno chiuso la piazza centrale, Manara, chiedendo sia
al premier Fayyad che al presidente Abbas di dimettersi. E’ stata la
prima volta, in questa ondata di manifestazioni, che si colpisce anche
Abbas.
Molte azioni e attività sono già state pianificate per la prossima
settimana, la protesta continua ad allargarsi. In particolare per quanto
riguarda gli impiegati pubblici dell’AP che non hanno ancora ricevuto
lo stipendio e che non sanno se lo riceveranno.
I manifestanti, domenica, hanno anche chiesto che i rappresentanti
dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, rappresentanti
riconosciuti di tutto il popolo palestinese, prendano seriamente le
proprie responsabilità: E’ una chiara domanda politica che nasce dalla
situazione economica.
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