Abbas: cambiare il Protocollo di Parigi
1Abbas: cambiare il Protocollo di Parigi
L'AP chiede a Tel Aviv di riaprire i negoziati sull'accordo economico del 1994, che ha reso l'economia palestinese prigioniera di quella israeliana. Il no di Israele.
di Emma Mancini
Roma, 10 settembre 2012, Nena News - La ricetta per evitare la caduta dell'Autorità Palestinese - o almeno un buon antidolorifico - è andare a toccare il Protocollo di Parigi. Questa la richiesta presentata ieri alle autorità israeliane dal ministro palestinese degli Affari Civili, Hussein al-Sheikh.

Ieri le strade di Ramallah bloccate dalla protesta dei camionisti
Ovvero, aprire il dialogo sugli accordi economici tra Israele e Palestina, accordi figli del processo di pace di Oslo e che hanno reso l'economia palestinese quasi totalmente dipendente da quella dell'occupante. Finendo per stritolare il mercato in Cisgiordania e Gaza. In questi giorni di manifestazioni, scioperi e proteste, il popolo palestinese si sta riprendendo la piazze e strade per gridare lo malcontento per anni di gestione economica fallimentare.
"Ho presentato richiesta al governo israeliano attraverso il ministro della Difesa - ha detto ieri alla stampa il ministro Sheikh - L'Autorità Palestinese chiede ufficialmente la riapertura del Protocollo di Parigi, incompatibile con l'attuale situazione economica". Una decisione giunta direttamente dai piani alti: il presidente Mahmoud Abbas ha bisogno di trovare una soluzione per arginare le ondate di proteste di queste settimane, dovute al continuo aumento del costo della vita.
"Riesaminarlo, aggiustarlo e modificarlo il prima possibile", ha concluso il ministro Sheikh in riferimento al famigerato Protocollo di Parigi, firmato nel 1994 e volto a regolare le relazioni economiche tra i due "vicini". Un valido strumento nelle mani dell'occupante israeliano che ha permesso di piegare l'economia palestinese, rendendola dipendente da quella di Tel Aviv sia nel settore produttivo che nel commercio dei beni. Così, la longa manus dell'occupazione, dal 1948 passando per il 1967, ha trovato la sua realizzazione negli anni Novanta convalidata dalla firma della neonata Autorità Palestinese.
Che oggi, per salvarsi, cerca di mettere una pezza agli errori del passato. Il premier Fayyad, principale target delle proteste di questi giorni, ha offerto le dimissioni venerdì, senza però specificare quando se ne sarebbe andato. Intanto, proseguono gli scioperi: ieri decine di camion hanno bloccato le principali strade della città di Ramallah, protesta a cui si sono uniti i lavoratori delle cave.
Manifestazioni anche a Nablus e Hebron: la gente ha chiesto di nuovo le dimissioni di Fayyad e appoggiato la domanda dell'AP per una rivisitazione del Protocollo di Parigi.Da parte israeliana è giunta la risposta del vice ministro degli Esteri, Danny Ayalon. Stamattina, in merito alla richiesta di modifica del Protocollo, l'esponente del governo di Tel Aviv è stato chiaro: non si tocca. "Non sono d'accordo con la riapertura dei negoziati sul trattato economico - ha detto Ayalon - perché troppo interconnesso con gli accordi politici per poter essere modificato".
"Sarebbe un errore emendate l'accordo economico - ha aggiunto il viceministro - se non ci sono progressi sul fronte diplomatico e se i palestinesi non pagano i debiti che hanno contratto su energia e benzina".
Che cosa stabilisce il Protocollo di Parigi.
L'accordo economico è stato firmato il 29 aprile 1994, nell'ambito degli Accordi di Oslo e del cosiddetto processo di pace tra israeliani e palestinesi. Con l'accordo in questione, ufficialmente, l'Autorità Palestinese diventa responsabile in materia di importazione e politica doganale, ma solo per determinati beni e determinate quantità (ovvero beni prodotti in Israele). Quello che si viene a legittimare è lo squilibrio tra i due popoli. Intrecciando dipendenza economica e occupazione militare, il Protocollo lega le mani ai Territori: invece di permettere l'apertura verso l'esterno, obbliga il mercato palestinese ad aprirsi solo a quello israeliano.
Infatti, il governo di Tel Aviv si tiene il resto: la stragrande maggioranza di prodotti deve passare per i controlli israeliani prima di poter raggiungere i Territori Occupati o uscirne. Ovvero, importazioni ed esportazioni sono sotto il totale controllo israeliano, che stabilisce quantità, documenti, tasse doganali, tempi. Se a ciò si aggiungono le dure restrizioni al movimento di persone dai Territori verso Israele, si comprende bene il tipo di flusso che Israele ha saputo creare: i palestinesi restano nei Territori, i loro prodotti anche; poche esportazioni, una pioggia di importazioni che hanno reso l'economia palestinese prigioniera di quella israeliana. Basti pensare che nel 2008 l'importazione da Israele verso i Territori Occupati ha raggiunto l'80% del volume totale dell'import.
A livello fiscale, il Protocollo riconosce alle autorità israeliane il potere di raccogliere i proventi delle tasse pagate dalla popolazione palestinese, proventi che in un secondo momento Tel Aviv gira nelle casse di Ramallah: deduzioni sulle tasse pagate dai lavoratori palestinesi in Israele, IVA, tasse doganali, contributi pensionistici dei lavoratori palestinesi in Israele. Più volte, Israele ha usato un simile potere per fare pressioni politiche sull'AP, ritardando il trasferimento del denaro dovuto.
«Dignità per la Palestina»
L'AP chiede a Tel Aviv di riaprire i negoziati sull'accordo economico del 1994, che ha reso l'economia palestinese prigioniera di quella israeliana. Il no di Israele.
di Emma Mancini
Roma, 10 settembre 2012, Nena News - La ricetta per evitare la caduta dell'Autorità Palestinese - o almeno un buon antidolorifico - è andare a toccare il Protocollo di Parigi. Questa la richiesta presentata ieri alle autorità israeliane dal ministro palestinese degli Affari Civili, Hussein al-Sheikh.
Ieri le strade di Ramallah bloccate dalla protesta dei camionisti
Ovvero, aprire il dialogo sugli accordi economici tra Israele e Palestina, accordi figli del processo di pace di Oslo e che hanno reso l'economia palestinese quasi totalmente dipendente da quella dell'occupante. Finendo per stritolare il mercato in Cisgiordania e Gaza. In questi giorni di manifestazioni, scioperi e proteste, il popolo palestinese si sta riprendendo la piazze e strade per gridare lo malcontento per anni di gestione economica fallimentare.
"Ho presentato richiesta al governo israeliano attraverso il ministro della Difesa - ha detto ieri alla stampa il ministro Sheikh - L'Autorità Palestinese chiede ufficialmente la riapertura del Protocollo di Parigi, incompatibile con l'attuale situazione economica". Una decisione giunta direttamente dai piani alti: il presidente Mahmoud Abbas ha bisogno di trovare una soluzione per arginare le ondate di proteste di queste settimane, dovute al continuo aumento del costo della vita.
"Riesaminarlo, aggiustarlo e modificarlo il prima possibile", ha concluso il ministro Sheikh in riferimento al famigerato Protocollo di Parigi, firmato nel 1994 e volto a regolare le relazioni economiche tra i due "vicini". Un valido strumento nelle mani dell'occupante israeliano che ha permesso di piegare l'economia palestinese, rendendola dipendente da quella di Tel Aviv sia nel settore produttivo che nel commercio dei beni. Così, la longa manus dell'occupazione, dal 1948 passando per il 1967, ha trovato la sua realizzazione negli anni Novanta convalidata dalla firma della neonata Autorità Palestinese.
Che oggi, per salvarsi, cerca di mettere una pezza agli errori del passato. Il premier Fayyad, principale target delle proteste di questi giorni, ha offerto le dimissioni venerdì, senza però specificare quando se ne sarebbe andato. Intanto, proseguono gli scioperi: ieri decine di camion hanno bloccato le principali strade della città di Ramallah, protesta a cui si sono uniti i lavoratori delle cave.
Manifestazioni anche a Nablus e Hebron: la gente ha chiesto di nuovo le dimissioni di Fayyad e appoggiato la domanda dell'AP per una rivisitazione del Protocollo di Parigi.Da parte israeliana è giunta la risposta del vice ministro degli Esteri, Danny Ayalon. Stamattina, in merito alla richiesta di modifica del Protocollo, l'esponente del governo di Tel Aviv è stato chiaro: non si tocca. "Non sono d'accordo con la riapertura dei negoziati sul trattato economico - ha detto Ayalon - perché troppo interconnesso con gli accordi politici per poter essere modificato".
"Sarebbe un errore emendate l'accordo economico - ha aggiunto il viceministro - se non ci sono progressi sul fronte diplomatico e se i palestinesi non pagano i debiti che hanno contratto su energia e benzina".
Che cosa stabilisce il Protocollo di Parigi.
L'accordo economico è stato firmato il 29 aprile 1994, nell'ambito degli Accordi di Oslo e del cosiddetto processo di pace tra israeliani e palestinesi. Con l'accordo in questione, ufficialmente, l'Autorità Palestinese diventa responsabile in materia di importazione e politica doganale, ma solo per determinati beni e determinate quantità (ovvero beni prodotti in Israele). Quello che si viene a legittimare è lo squilibrio tra i due popoli. Intrecciando dipendenza economica e occupazione militare, il Protocollo lega le mani ai Territori: invece di permettere l'apertura verso l'esterno, obbliga il mercato palestinese ad aprirsi solo a quello israeliano.
Infatti, il governo di Tel Aviv si tiene il resto: la stragrande maggioranza di prodotti deve passare per i controlli israeliani prima di poter raggiungere i Territori Occupati o uscirne. Ovvero, importazioni ed esportazioni sono sotto il totale controllo israeliano, che stabilisce quantità, documenti, tasse doganali, tempi. Se a ciò si aggiungono le dure restrizioni al movimento di persone dai Territori verso Israele, si comprende bene il tipo di flusso che Israele ha saputo creare: i palestinesi restano nei Territori, i loro prodotti anche; poche esportazioni, una pioggia di importazioni che hanno reso l'economia palestinese prigioniera di quella israeliana. Basti pensare che nel 2008 l'importazione da Israele verso i Territori Occupati ha raggiunto l'80% del volume totale dell'import.
A livello fiscale, il Protocollo riconosce alle autorità israeliane il potere di raccogliere i proventi delle tasse pagate dalla popolazione palestinese, proventi che in un secondo momento Tel Aviv gira nelle casse di Ramallah: deduzioni sulle tasse pagate dai lavoratori palestinesi in Israele, IVA, tasse doganali, contributi pensionistici dei lavoratori palestinesi in Israele. Più volte, Israele ha usato un simile potere per fare pressioni politiche sull'AP, ritardando il trasferimento del denaro dovuto.
«Dignità per la Palestina»
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