Se i Palestinesi scompaiono, a chi importa? di Osama Quashoo




di Osama Quashoo* – Ma'an News Agency
5 agosto 2012

Nei giorni 21, 27 e 29 giugno, tre imbarcazioni di richiedenti asilo provenienti dal porto di Pelabuhan Ratu, costa sud-orientale di Java - popolare punto di imbarco per le coste dell'Australia - sono scomparsi. Quando sono affondate, le le imbarcazioni erano sovraccariche di uomini, donne e bambini alla disperata ricerca di una nuova vita.

Tali tragedie sono molto comuni nel mondo della tratta delle persone. Ma questo orrore ha anche un elemento che va oltre, perrchè la maggior parte dei passeggeri dispersi erano rifugiati palestinesi. Ciò ha causato un crudele disinteresse da parte di tutte le autorità locali che, a 30 giorni dalla scomparsa, non sono riusciti a far uscire nemmeno un gruppo di ricerca dei dispersi.

La via del disinteresse si estende dal governo australiano alla stessa Autorità Palestinese.

Mentre altre famiglie dei dispersi hanno ricevuto qualche contatto e supporto da parte delle autorità, le famiglie palestinesi, nei campi profughi iracheni, sono tutt'ora lasciate senza notizie dei loro cari. 28 palestinesi erano a bordo delle imbarcazioni che si pensa siano naufragate tra l'Indonesia e l'Australia.

Per un mese intero, le famiglie dei rifugiati palestinesi in Iraq sono rimaste in attesa di notizie dei loro cari ancora dispersi in mare. La loro storia è la tragedia della perdurante questione dei rifugiati palestinesi. I nonni di questi dispersi sono stati costretti a fuggire dalle loro case nelle città di Acra e Haifa nel 1948 dopo la nascita di Israele. Dopo anni di difficoltà, vagabondando da un campo profughi all'altro in Medio Oriente, queste famiglie sono arrivate, senza un soldo e apolidi, in Iraq.

In Iraq, povertà e guerra hanno fatto compagnia alle famiglie di profughi fino a quando, nel totale sconforto, i loro figli e nipoti sono partiti ancora una volta per sfuggire alla violenza settaria dopo la guerra in Iraq e sono rimasti bloccati per anni in mezzo alla sabbia al confine tra Iraq e Giordania. Alcuni di loro sono stati mandati in Brasile dove ora vivono nella giungla e il resto si è nuovamente incamminato verso un futuro sconosciuto in Europa.

Cipro, non molto tempo fa, era amica della causa palestinese; un popolo con un passato comune, che risale al tempo dei Fenici. Adesso però, con il denaro che parla più forte della coscienza ai governi ciprioti, i profughi palestinesi sono trattati come criminali. E così le famiglie sono state lasciate a vivere nelle strade, senza accesso all'istruzione e in grave violazione dei loro diritti umani fondamentali, privi di qualsiasi appoggio da parte delle autorità e con poche o nessuna possibilià di vedere accettate le loro domande d'asilo.

Infine, nella disperazione, le famiglie hanno creato un misero fondo per potersi imbarcare verso l'Australia. Una cattiva idea, sicuramente, visto che la reputazione dell'Australia nell'aiutare le moltitudini bisognose che arrivano alle sue coste è al minimo storico. 

Per due decenni, l'Australia ha sperimentato diverse politiche di asilo. I miserabili che tentano di raggiungere l'Australia via mare per chiedere lo status di rifugiato, i “boat people”, solitamente arrivano da zone calde del mondo, tra cui anche Iraq e Sri Lanka. Una volta arrivati in Indonesia o Malaysia, contrabbandieri professionali sono incaricati di organizzare il rischioso trasbordo per l'Australia su piccoli cargo o su grandi pescherecci.

Nel 2001, i media ci hanno riportato l'immagine di richiedenti asilo in Australia che salivano sui tetti dei loro centri di detenzione. La loro protesta alla fine ha portato alla luce le condizioni inumane affrontate in quelli che più o meno equivalgono a campi di concentramento in territorio australiano, specialmente su Christmas Island.

I protagonisti della sommossa erano il riflesso della rabbia e della frustrazione contro la politica del governo australiano che prevede la detenzione obbligatoria per i richiedenti asilo fino a quando ne venga determinato lo status; questo procedimento può durare anche più di due anni.

Eppure, i “boat people” ancora arrivano in Australia. Non in gran numero come il governo di lì vorrebbe farvi credere. In un numero abbastanza basso da rendere evidente che l'Australia non sta adempiendo ai suoi doveri internazionali relativamente all'accoglienza e all'aiuto ai richiedenti asilo.

Il numero di uomini, donne e bambini in attesa di sapere se verrà loro concesso o meno l'asilo è relativamente basso rispetto ad altri Paesi. 

Secondo l'UNHCR, alla fine del 2011 erano ufficalmente 5.242 i richiedenti asilo i cui casi erano pendenti, il che classifica l'Australia fuori dai primi 40 Stati con il maggior numero di richiedenti asilo nel mondo. Lo scorso anno, c'erano circa 4.500 migranti entrati in Australia via mare, secondo il Dipartimento per l'Immigrazione e il Ministero degli Interni (dai circa 2.700 del 2009).

Un numero minuscolo in termini di immigrazione. Ma queste persone sono tra le più disperate di tutti; coloro che non hanno speranze nel futuro da nessuna parte e che si accumulano in imbarcazioni insicure pregando per un rifugio sicuro. 

Oggi, è poco chiaro quale sia esattamente la sorte dei palestinesi a bordo delle ultime imbarcazioni naufragate mentre cercavano disperatamente la giustizia. 

Il Dipartimento per l'Immigrazione e la Cittadinanza ha chiuso la linea telefonica dedicata alla raccolta di informazioni che era stata attivata per seguire i naufragi del 21 e 27 giugno. 

I parenti dei dispersi continuano a telefonare al dipartimento cercando informazioni sui propri cari che pensano potessero essere a bordo di una delle imbarcazioni. Com previsto dalla legge sulla privacy australiana, il dipartimento rifiuta di rilasciare informazioni su persone arrivate in Australia in cerca di asilo. 

Tutte le persone sopravvissute al naufragio, dicono le autorità, hanno contattato telefonicamente un parente o un amico per far sapere di essere arrivati a Christmas Island. E' stata fornita loro una scheda telefonica che possono utilizzate per chiamare altri parenti o amici.

Eppure, solo in un piccolo numero di casi le autorità sono in grado di collegare i nomi dei sopravvissuti ai nomi delle persone a loro inviate, lasciando le famiglie in un terribile limbo.

Cos'è successo alle barche, perchè sono naufragate? Sono naufragate? Perchè il silenzio dei media su una tale tragedia che di solito occupa le prime pagine e articoli di commento su richiedenti asilo e sullo status di rifugiato?

Forse la cosa peggiore per tutte le famiglie che stanno aspettando quella che adesso sarebbe sicuramente una cattiva notizia è il silenzio da parte della stessa Autorità Palestinese.

Una persona che ha contattato l'ambasciatore regionale in Indonesia / Malaysia ha detto che gli è stato risposto “Mi occuperò della questione dopo pranzo, mercoledì prossimo”.  La telefonata è stata fatta venerdì. Nessuna notizia da allora. La Croce Rossa australiana (in collaborazione con il Comitato Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa) sta fornendo assistenza rintracciando i sopravvissuti e i familiari stretti dei passeggeri a bordo. Le autorità australiane hanno detto chiaramente che, siccome l'incidente è avvenuto in mare, non saranno mai in grado di confermare le identià di tutte le vittime. Al momento, il Dipartimento non è in grado di dare ulteriori elementi. 

La questione che sorge, la questione che resterà sempre la stessa finchè ai palestinesi non verrà riconosciuto il diritto di tornare nella loro terra è: chi è responsabile per i diritti dei profughi dal 1948 e dei loro discendenti? E quando verrà finalmente fatta giustizia?


*Osama Quashoo è un regista e attivista per i diritti umani in Gran Bretagna e in Palestina


Fonte: http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=509888 

Traduzione di Elena Bellini

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