Israele : "Gli intellettuali contro Netanyahu: Sull’Iran non può decidere da solo "
GERUSALEMME— Quando uno scrittore del calibro di Amos Oz, sionista convinto, cantore dei kibbutz, liberale e però sostenitore della guerra del Libano nel 2006, prende carta e penna e indirizza un ultimatum al primo ministro Netanyahu, diffidandolo dal precipitare il Paese in guerra contro l’Iran, vuol dire che i tempi stringono. Che la minaccia di un raid, martellante nelle dichiarazioni del premier, potrebbe materializzarsi.
Così Oz ieri ha capitanato una decina di letterati eccellenti, si è rivolto a un avvocato per imprimere peso legale alle loro parole e ha intimato al premier che «la decisione su ogni operazione militare sia presa dal governo in seduta plenaria». Dietro a quel titolo c’è un importante precedente. Giusto domenica, infatti, Netanyahu s’è dotato di nuovi strumenti di governo che gli permetterebbero di dichiarare la guerra, aggirando la vigilanza dell’esecutivo, con uno sgambetto anche ai vertici militari e dell’intelligence contrari a un’azione unilaterale. E ieri ha nominato nuovo ministro per la Difesa interna l’ex capo dello Shin Bet Avi Dichter che nei mesi scorsi aveva dichiarato che il suo Paese doveva dotarsi di «mezzi di attacco militare alle installazioni nucleari iraniane».
Oz e i suoi compagni di penna — da Nir Baram a Sami Michael, da Yoram Kaniuk a Yuval Shimoni — si definiscono «cittadini, attivisti sociali e politici, scrittori, poeti ed intellettuali», non già fatti della stessa pasta politica, «ma accomunati dall’enorme preoccupazione per ciò che potrebbe accadere». La legge detta che «ogni azione fatidica per la società e il popolo» sia presa in maniera democratica, previa autorizzazione del governo. Gli intellettuali impongono a Netanyahu una risposta a brevissima scadenza: «giovedì 16 agosto».
L’appello degli intellettuali piomba nel bel mezzo di un dibattito
che infuoca la società israeliana su un raid militare contro l’Iran. Il premier mostra fretta. Lo Stato maggiore israeliano già si premunisce contro Hezbollah nel caso di un’offensiva di missili in solidarietà con l’Iran, da “dietro il giardino di casa”: «Il Libano intero ne farà le spese». Netanyahu incalza anche l’America: Obama prospetti la
guerra se gli ayatollah non rinunceranno al programma nucleare. Washington non gli fa da sponda: «La diplomazia non ha esaurito il suo corso», ribatte il portavoce presidenziale.
L’Iran minimizza: «Le minacce di Israele sono vuote e infondate», dice il ministero degli Esteri. Non la pensano così gli israeliani, divisi
sulla questione del “rischio esistenziale”: soltanto un 32-35 per cento sostiene l’opportunità della guerra. La maggioranza è contraria. Le assicurazioni di Barak che «soltanto 500 israeliani morirebbero » cadono su orecchie sorde. Nemmeno la sbandierata difesa dell’“Iron Dome”, il sistema missilistico costato miliardi, fende lo scetticismo di chi invoca un nuovo Ben Gurion: «Non so cosa sia meglio per gli ebrei — scrive Eitan Haber, esperto militare — né lo sanno Barak, Netanyahu o Obama. Oggi bisogna procedere con la saggezza di Ben Gurion. Un attacco all’Iran è una scommessa sulle nostre vite. Magari Netanyahu e Barak non ci saranno più quando i risultati di una decisione tanto fatale ricadranno sui nostri nipoti»
GLI INTELLETTUALI CONTRO NETANYAHU "SULL'IRAN NON PUO'

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