In Siria «rinforzi» sunniti dall'estero e raccolta di fondi in Arabia Saudita per i ribelli


In Siria «rinforzi» sunniti dall'estero

Terrasanta.net | 1 agosto 2012
Combattenti contro il regime di Assad in Siria.
(Milano/c.g.) - In Siria, tra gli oppositori del regime di Bashar Al Assad, sta combattendo un numero crescente di militanti stranieri del Jihad islamico. Guerriglieri fondamentalisti che provengono dalla Libia, dal Kuwait, dall’Arabia Saudita; ma anche dalla Gran Bretagna, dal Belgio e dagli Stati Uniti. Alcuni di loro possono vantare un curriculum da «professionisti» delle rivolte islamiche, essendo giunti in Siria dopo aver combattuto in Libia. Per tutti la motivazione religiosa è fondamentale; e la loro presenza sul campo, carica il conflitto siriano dei toni cupi della «guerra di religione», essendo i jihadisti sunniti ferocemente opposti agli alawiti di Assad.
L’allarme era stato lanciato nelle scorse settimane dall’Onu e dal governo iracheno che spiegava di come cellule di al Qaeda fossero penetrate in Siria dal confine con l’Iraq. Oggi documenta una storia simile un reportage ripreso da diversi quotidiani mediorientali, tra cui il Jordan Times di Amman.
L’autore del reportage, Suleiman Al Khalidi dell’agenzia Reuters, racconta di aver incontrato al confine con la Turchia, due giovani, Abdullah Ben Shamar, studente saudita di 22 anni, e il suo amico libico Salloum, in procinto di entrare illegalmente in Siria per combattere. «È nostro dovere andare in Siria e difenderla dai tiranni alawiti che stanno massacrando il suo popolo», spiega Abdullah. Secondo lo studente, lui e il suo amico starebbero seguendo le orme dei loro antenati, che combatterono in schiere inviate dal profeta Maometto, all’alba dell’era musulmana, per liberare la grande Siria da quelli che consideravano come barbari bizantini. I barbari del Ventunesimo secolo, sostengono Abdullah e il suo amico, sono Assad e le sue coorti, espressione del governo della setta minoritaria degli alawiti. Gli estremisti sunniti, come i combattenti stranieri che in questo periodo si stanno recando in Siria, provano un odio viscerale per gli alawiti di Assad, che considerano alla stregua di infedeli, esattamente come gli sciiti dell’Iran che sostengono Assad. «Finalmente la popolazione musulmana della Siria si è levata in piedi – dice Shamar – dopo che Assad e gli alawiti hanno saccheggiato il Paese con l’aiuto di hezbollah. I musulmani di tutto il mondo non possono rimanere senza far nulla per aiutare la rivolta». Abdullah e Salloum si sarebbero conosciuti in Gran Bretagna, ormai diversi anni fa, nella città di Brighton, dove si erano recati per frequentare un corso di lingua inglese.
Salloum, 24 anni, è uno studente dell’università di Tripoli, facoltà di Chimica, e ha combattuto in Libia, nella battaglia di Zawiya, vicino alla capitale, prima la caduta di Muammar Gheddafi. Essere in Siria rappresenta per lui un dovere religioso. «I nostri fratelli siriani hanno bisogno di tutto l’aiuto possibile – ha spiegato –, poiché a differenza della Libia, la comunità internazionale li ha abbandonati». Salloum, che desidererebbe unirsi alla Brigata Ahar Al Sham (la brigata «per la liberazione di Damasco», composta in gran parte da stranieri) sostiene che è una delle massime aspirazioni di un musulmano quella di partecipare al jihad.
Suleiman Al Khalidi, il giornalista autore del reportage, che è cittadino giordano, fu stato arrestato dalle forze di sicurezza siriane nel maggio 2011, mentre seguiva gli eventi della rivolta in atto nel Paese. Una volta liberato ha pubblicato la sua esperienza di prigioniero e le torture di cui è stato testimone.
Diversi comandanti del Libero esercito siriano in attività del Nord Ovest della Siria confermano che negli ultimi mesi molti militanti stranieri si sono uniti alle loro forze: vengono da Libia, Kuwait, Arabia Saudita; ma anche dalla Gran Bretagna, dal Belgio e dagli Stati Uniti. Diversi di loro sarebbero figli di siriani emigrati in Occidente perché oppositori della famiglia Assad. La maggioranza di questi combattenti stranieri si sarebbero concentrati nella provincia di Hama, nella Siria centrale, dove alcuni jihadisti più esperti, ex combattenti in Afghanistan, li starebbero formando alla guerriglia e all’uso delle armi. Se ad Hama - il maggior centro della rivolta contro Assad - i jihadisti sono centinaia, se ne trovano alcuni anche a Damasco, ma in numero troppo limitato per mettere in scacco l’esercito regolare.

In Arabia Saudita una raccolta fondi televisiva per i ribelli siriani

Terrasanta.net | 30 luglio 2012
(Milano/c.g.) - Per sostenere la rivolta contro il regime del presidente siriano Bashar al Assad, in Arabia Saudita hanno pensato di utilizzare un telethon, ovvero la modalità di raccolta fondi più televisiva e coinvolgente, inaugurata in Occidente diversi anni fa a scopo benefico e oggi piegata, in Medio Oriente, alla causa politica. Come riporta l’Agenzia di stampa saudita (Spa), si è concluso con una raccolta di 108 milioni di dollari (equivalenti a circa 88 milioni di euro) l’inedito telethon finalizzato al «soccorso al popolo siriano», promosso dal sovrano saudita Abdallah bin Abdul Aziz in persona.
Da lunedì 23 luglio a venerdì 27, per cinque giorni, è stato possibile a chiunque versare un’offerta - telefonando su una linea gratuita o collegandosi via Internet - presso un conto dedicato allo scopo, aperto presso la maggiore banca islamica del Paese. Lo stesso re Abdallah avrebbe inaugurato la maratona «di solidarietà» con un’offerta di 5,3 milioni di dollari, spronando poi i suoi sudditi alle donazioni. I media sauditi hanno seguito l’evento comunicando giorno per giorno l’ammontare delle offerte. Il telethon saudita, secondo gli organizzatori, alla fine dei cinque giorni, oltre ai soldi avrebbe ottenuto lo scopo di raccogliere anche cibo, medicinali, vestiti, tende, coperte e gioielli.
In occasione del telethon il governo saudita ha espresso la sua indignazione «nei confronti dell’aumento della violenza da parte del regime siriano verso città e villaggi», sottolineando che «la Siria starebbe violando in questo modo tutti gli impegni arabi e internazionali». Inoltre ha espresso il proprio supporto ai ribelli siriani contro il regime di Assad. I sauditi recentemente avrebbero anche proposto di versare dei salari ai ribelli, in modo da incentivare la diserzione di soldati dell’esercito di Assad.
Sono insistenti le voci che vedono l’Arabia Saudita e il Qatar tra le nazioni che stanno provvedendo, senza un accordo internazionale, all’invio di armi ai ribelli siriani.


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