La Siria e la distruzione del suo patrimonio. Una "storia vecchia come la guerra"
Il primo direttore del Louvre amava dire che "ogni persona civile in questo mondo deve dire che ha due patrie, la propria e la Siria". Dopo oltre un anno di scontri, il patrimonio archeologico nazionale è a pezzi. Una storia "vecchia come la guerra", secondo Robert Fisk.
di Stefano Nanni
Il 18 marzo 2011 centinaia di manifestanti si riunirono nella moschea al-Omari della città di Dara’a, nel sud della Siria, per protestare contro il governo. Fu il primo di una lunga serie di episodi che da un anno e mezzo infiammano il paese.
In quell’occasione le manifestazioni durarono cinque giorni, con la moschea che divenne presto il rifugio per le persone ferite in seguito agli scontri con le forze governative. Secondo alcune fonti il bilancio fu di 25 vittime, altre parlano di 12.
Quello fu anche il primo attacco al patrimonio storico-culturale siriano, secondo la dottoranda in archeologia all'Università di Durham Emma Cunliffe.
"Si tratta di una delle moschee più antiche, un testamento alla formazione e alla diffusione della religione e dello stato islamico", afferma in un rapporto redatto insieme al Global Heritage Fund in cui denuncia tutti i casi di furto, danno e distruzione ai ‘pezzi di storia’ della Siria.
"L’anno scorso è stata utilizzata come fortezza dai ribelli per poi essere bombardata dall’esercito, mentre lo scorso maggio è stata danneggiata da altre esplosioni".
"Il paese è fatto di strati e strati di civiltà. E’ uno dei più ricchi al mondo in termini di storia", afferma con forza Veronique Dauge su France24, la donna che guida l’Unità dell’UNESCO dedicata agli Stati arabi.
"La Siria vanta sei siti nella World Heritage List, che corrispondono a quelli sui quali stiamo cercando di focalizzare la nostra attenzione – ma ce ne sono anche altri in pericolo".
L’UNESCO ha infatti inserito altri 'patrimoni' in una lista di monumenti storici da tenere sotto controllo, senza dimenticare le innumerevoli bellezze architettoniche già parte del patrimonio nazionale.
Secondo il rapporto, sarebbero già 16 i siti danneggiati o depredati, di cui tre patrimonio dell’umanità.
Tra questi: il magnifico ‘Krak des Chevaliers’, che Lawrence d’Arabia descriveva come "uno dei castelli medievali meglio conservati che il mondo possa offrire", e che ha subito un bombardamento e diversi furti. Ad oggi non è ancora possibile sapere cosa è stato rubato né accedere al castello.
Poi ci sono gli antichi villaggi archeologici di al Bara, Deir Sunbel e Ain Larose, iscritti solo l’anno scorso nella lista, e al cui interno si sono rifugiati i ribelli con conseguenti scontri a fuoco.
La città di Bosra, i cui reperti di epoca romana rappresentavano un’attrazione turistica di primo piano, partendo dal meraviglioso anfiteatro quasi integralmente conservato.
Oltre ai siti appena citati, Cunliffe riporta che anche gli altri tre patrimoni della World Heritage List: Palmyra, ed i quartieri storici di Aleppo e della capitale Damasco, oggetto di danni "irreversibili".
Si segnalano danni significativi anche ad Hama, città candidata ad entrare a far parte del patrimonio dell’umanità e che è stata teatro di un ennesimo massacro solo qualche giorno fa.
Quello che sta avvenendo in Siria sembra il ripetersi di uno scenario di guerra che purtroppo potremmo definire "classico".
Robert Fisk, in un articolo apparso sull'Independent, ricorda ciò che è successo in Libano nel 2006, in Iraq nel 2003 e nel 1991.
Rubare e distruggere sono pratiche "vecchie come la stessa guerra": "E per noi occidentali denunciare questi avvenimenti rappresenta un tasto dolente".
"Dalla distruzione di Cartagine da parte dei Romani, passando per il bombardamento britannico di Amburgo, Dresda e centinaia di città medievali tedesche, abbiamo sempre soffocato la nostra storia nel corso dei secoli. La distruzione tedesca dell’antichissima libreria di Leuven e del Mercato del Tessuto di Ypres, le innumerevoli cattedrali gotiche francesi distrutte durante la I Guerra Mondiale, il bombardamento di Rotterdam, Londra, Coventry, Canterbury – per non menzionare gli inestimabili monasteri di Monte Cassino"
"Non siamo affatto nella posizione di puntare il dito contro il mondo arabo per la sua auto-immolazione storica".
Fisk riporta anche le parole dell’archeologa libanese Joanne Farchakh, che è stata coinvolta nelle operazioni di ripristino e recupero della biblioteca di Baghdad e dei tesori storici rubati in Iraq dal 2003.
"La situazione del patrimonio storico della Siria è catastrofica. Uno dei problemi principali è che soltanto 10 anni fa il governo aveva istituito 25 nuovi musei in tutto il territorio nazionale per incentivare il turismo e preservare oggetti di grande valore. Oggi molti di questi oggetti riempiono i mercati d’arte antica di Giordania e Turchia".
Un altro problema fondamentale è che la guerra "culturale" viene portata avanti da ambo le parti del conflitto.
Dal lato dei ribelli, la presenza di mercenari e forze irregolari di sicuro non garantisce trasparenza ed anzi lascia presagire che reperti archeologici di varia natura possano essere spesso un ottimo bottino di guerra.
Per quanto riguarda il regime, per contro, ciò che avviene è una corsa contro il tempo per "rubare prima dei ladri", con la conseguenza che funzionari ed esercito si impossessano delle opere per riconsegnarle al regime, che le considera di sua proprietà, o per iniettarle anche in questo caso nel mercato nero.
A tal proposito Fisk considera l’annuncio di un anno fa dell’ex-premier Adel Safar, secondo il quale il paese era minacciato da "gruppi criminali con strumenti di alta tecnologia pronti a rubare il nostro patrimonio storico-culturale", come un 'via libera' da parte della famiglia Assad.
Ma che senso ha parlare di arte e cultura in una situazione di guerra civile, in cui la dignità della persona viene sistematicamente lesa e denigrata?
"Il senso comune dell’umanità – spiega Fisk – ci dice che la vita di un singolo bambino siriano tra le 19.000 vittime che la guerra ha prodotto fino ad oggi, non può valere la cancellazione di 3.000 anni di storia".
"La polverizzazione ed il furto di intere città piene di storia priva le generazioni future dei loro diritti di nascita e delle radici delle proprie vite".
Come dargli torto se il paese in oggetto vanta due delle città più antiche al mondo – Damasco ed Aleppo, per l’appunto?
Come lasciare che questi crimini si ripetano ancora una volta, in Siria, terra in cui la Via della Seta si snodava e permetteva ad Oriente ed Occidente di incontrarsi e conoscersi?
Diversi gruppi di archeologi sono attivi già da tempo per segnalare e riportare con foto e video i furti e le distruzioni dei siti storici siriani.
Tra questi 'Le patrimoine archéologique syrien en danger', gruppo nato su Facebook con l’obiettivo di "diffondere una presa di coscienza riguardo le distruzioni che minacciano il patrimonio culturale della Siria e riportare le antichità ed i siti che sono stati e che potrebbero essere oggetto di danno o furto".
In allegato delle immagini dello splendore del panorama architettonico, storico, naturale e culturale della Siria. Si ringrazia Valeria Sonda per il contributo.
Siria-Lo que no conocemos.ppsChe cosa accadrà alle ‘città morte’ della Siria?
11 agosto 2012

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