Elezioni Usa. Per ora il vero vincitore è Israele




Siamo nel vivo della campagna elettorale americana, ed entrambi i candidati corteggiano Tel Aviv. Gerusalemme - precisa Romney - “è la capitale di Israele”, mentre Obama risponde in silenzio con 70 milioni di dollari di nuovi aiuti miliari.
 di Stefano Nanni
 Il voto degli ebrei americani, come è noto, è sempre stato un argomento rilevante durante la campagna presidenziale statunitense, nonostante esso non sia in realtà così determinante.
Può esserlo però quest’anno, nel caso di Stati in bilico come l’Ohio e la Florida: qui il voto ebraico potrebbe decidere chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. 
Il candidato repubblicano Mitt Romney, che mira a ottenere anche il voto degli evangelici, tradizionalmente molto vicini alla causa sionista, ne è consapevole e domenica scorsa ha dimostrato una forte determinazione nel convincere gli ebrei a votare per lui.
Operazione che potrebbe anche riuscire, dal momento che gli israeliani e l’elettorato ebraico americano rimproverano all'attuale inquilino della Casa Bianca, Barack Obama, le condanne formali agli insediamenti nei Territori Occupati e la dichiarazione, poi prontamente rettificata, sul ritorno ai confini del 1967 del maggio del 2011.
Così come la via diplomatica scelta per contrastare l’Iran sul nucleare e nessun passo in avanti per il riconoscimento di Gerusalemme come capitale unica e indivisibile di Israele.
Sono proprio questi gli elementi che hanno caratterizzato il viaggio di Romney in Israele, che ha affrontato ogni argomento con gli usuali toni da campagna elettorale. 
Prima un pellegrinaggio al Muro del Pianto, con kippah in testa e salmo 121 in mano (“Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode di Israele”). 
La scena, come riportato dal New York Times  “ritraeva più un comizio elettorale che un luogo solenne di preghiera, con le donne che osservavano e salutavano in silenzio dalla barriera che le divide dagli uomini e i fedeli spinti all’indietro dal cordone di sicurezza per fare spazio al candidato repubblicano”.
Poi il discorso pubblico fatto alle spalle della Torre di David, nel quartiere ebraico di Mishkenot Shaananim, a ridosso della linea dove nel 1967 correva il confine fra Israele e Giordania, nel corso del quale ha strappato applausi a scena aperta quando ha detto che "il Muro del Pianto fa parte della capitale di Israele, Gerusalemme".
Per poi aggiungere alla CNN: "Se sarò presidente, deciderò insieme ai governanti di Israele quando spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme".
A proposito degli insediamenti illegali in Cisgiordania, Romney prima si avvale del politicamente corretto sottolineando di non voler criticare il presidente Usa in carica poiché all’estero, per poi sferzare l’attacco rimproverando Obama di “criticare pubblicamente il nostro alleato e prendere le distanze a livello diplomatico”.
Il chiaro riferimento alle critiche della Casa Bianca alle colonie spiega l’applauso convinto del pubblico, tra i quali numerosi e importanti finanziatori americani giunti in Israele insieme a lui.
Si passa in seguito all’Iran, argomento che permette un'altra stoccata ad Obama, 'colpevole' a suo dire di “non contrastare in modo deciso il presidente Ahmadinejad, quando dice che ‘l’Olocausto non è esistito’ o che ‘Israele deve essere cancellato dalla mappa’, mettendo alla prova le nostre difese morali”. 
Ciò che più conta, per Romney, sono “i valori che accomunano le nostre nazioni facendone una Forza del Bene”, ovvero “democrazia, Stato di diritto, libertà d’impresa e di espressione”. Concetti che Romney ribadirà successivamente negli incontri con Netanyahu e Peres.
Ma l’appuntamento più importante della sua visita in Israele ha avuto luogo lunedì mattina al King David Hotel, dove il suo uomo di fiducia, J. Philip Rosen, ricco avvocato di Manhattan e attivo membro del Jewish Policy Center di Washington, ha organizzato una colazione di raccolta fondi per la campagna presidenziale da 25 mila dollari a partecipante.
E per l’occasione - attorniato da una quarantina di magnati americani, tra cui spiccava il nome di Sheldon Adelson, il re dei casinò di Las Vegas, che ha già versato oltre 100 milioni di dollari ai repubblicani - non ha fatto mancare dichiarazioni dai toni a dir poco offensivi nei confronti dei palestinesi.
In un discorso in cui ha enfatizzato il suo rapporto con Israele – “ho letto molti libri” - ha affermato che “il successo economico israeliano, paragonato ai loro vicini palestinesi, è frutto di differenze culturali importanti e della divina mano della provvidenza”.  
Improvvisandosi economista ha portato dati per avvalorare il suo discorso: “Se vieni qui e guardi al PIL pro capite, noti che quello di Israele è paria  21 mila dollari, mentre quello dell’area governata dall’Autorità Nazionale Palestinese ammonta a circa 10.000. Questo non è che un esempio della forte differenza di vitalità economica”.
Tuttavia, la sua analisi è abbastanza lontana dalla realtà.
Oltre ad essere "dati erronei" (come rivela il Guardian citando la Banca Mondiale, i PIL pro capite israeliano e palestinese nel 2011 corrispondono rispettivamente a 31 mila contro 1.500 dollari), c’è ormai consenso tra  istituzioni economiche e finanziarie mondiali sul fatto che l’economia palestinese stenti a emergere a causa dell’occupazione e delle restrizioni su importazioni, esportazioni e libera circolazione delle merci perpetrate dalle autorità israeliane. 
Difficile che abbia parlato di questo con il premier palestinese Salam Fayyad, incontrato nel pomeriggio, sempre a Gerusalemme e non a Ramallah - sede del governo palestinese - quasi a contraddire le sue stesse affermazioni sulla capitale.
Sam Bahour, dal Washington Post riassume così la visita del candidato repubblicano: “Mitt Romney ha fatto la storia questo lunedì. In un solo discorso da Gerusalemme ha provato oltre ogni ragionevole dubbio che per essere un candidato alla presidenza degli Stati Uniti una persona ha bisogno di poca conoscenza di storia, di economia e della realtà. Romney ha dimostrato dunque di avere abbastanza per essere un tipo pericoloso”.
Che si tratti di ignoranza o facile retorica da campagna elettorale, probabilmente a Romney poco importa, visto che rientra in patria con un ottimo obiettivo raggiunto: la “colazione israeliana” ha raccolto la bellezza di 1 milione di dollari.
E interessa ancor meno a Israele, che comunque incassa attestati di stima e il sostegno pubblico di un candidato presidente. 
Ma in questa due giorni di campagna elettorale oltreconfine, Obama non è rimasto a guardare.
Se venerdì scorso ha firmato una legge per rafforzare la cooperazione strategica tra i due paesi, che prevede 70 milioni di dollari in aiuti militari, il giorno prima dell’arrivo di Romney, il suo consigliere per la sicurezza, Tom Donilon, ha presentato al premier Netanyahu i piani di attacco contro l’Iran in caso di fallimento della diplomazia.
Si tratta di bombardamenti con i più potenti ordigni antibunker esistenti per colpire gli impianti nucleari sotterranei.
È il quotidiano Haaretz a svelare quanto fatto da Donilon, spingendo il portavoce di Netanyahu a smentire l’incontro. 
La Casa Bianca invece tace, consapevole che le indiscrezioni giovano a rafforzare l’immagine di Obama 'garante della sicurezza d’Israele'.
Ciononostante, almeno per ora, il vero vincitore di questo duello appare proprio il governo di Tel Aviv che può continuare a contare sugli Stati Uniti, con buona pace del diritto internazionale. E degli stessi palestinesi.
  

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