Sono i Fratelli Musulmani il vero spauracchio dell’Egitto?
Le reazioni contraddittorie e confuse all’elezione del candidato dei Fratelli Musulmani Mohammed Mursi alla presidenza egiziana, non solo in Egitto, ma più in generale nel mondo arabo ed anche in Occidente, richiamano alla memoria lo spaesamento di molti regimi mediorientali e di numerosi governi occidentali all’indomani dello scoppio della cosiddetta “Primavera Araba”, a cui fece da contraltare l’euforia popolare in diversi paesi della regione.
Sebbene i recenti emendamenti costituzionali implichino che la carica presidenziale a cui accede Mursi sia molto ridimensionata nei suoi poteri, la forza evocativa ed il significato simbolico dell’elezione (più o meno) democratica di un candidato presidenziale appartenente ai Fratelli Musulmani sono enormi.
L’Egitto, il paese più popoloso del mondo arabo, che storicamente ha rappresentato il faro della regione dal punto di vista culturale e politico, ha un presidente eletto che appartiene ad un movimento islamico fino a poco tempo fa considerato illegale e perseguitato dal regime.
Questa svolta epocale ha suscitato l’entusiasmo di molti nel mondo arabo, ma anche timori e paure, in particolare tra le forze politiche laiche, in alcuni regimi (soprattutto nel Golfo), e in Israele – a cui bisogna aggiungere le reazioni contrastanti registratesi in Europa e negli Stati Uniti.
Ancora una volta le rivolte arabe – e gli eventi che ne sono seguiti – hanno prodotto una situazione che non ha precedenti nella storia della regione, aprendo scenari difficilmente prevedibili e sollevando interrogativi a cui non è facile dare risposta (non solo per l’Egitto, ma per il mondo arabo in generale).
Una parte essenziale di questi interrogativi ruota attorno alle strategie future dei Fratelli Musulmani egiziani, alle scelte che essi e il neoeletto presidente Mursi faranno, ed alle conseguenze che ne deriveranno per la nazione egiziana e l’intero Medio Oriente.
LA LUNGA EVOLUZIONE DEI FRATELLI MUSULMANI
A Piazza Tahrir, il cuore della rivoluzione egiziana al Cairo, la notizia della vittoria di Mursi ha suscitato gioia e sollievo, dopo che lo scioglimento del parlamento, l’introduzione di un “supplemento” alla Dichiarazione Costituzionale, e il ritardo nell’annuncio dei risultati elettoraliavevano fatto temere che la giunta militare intendesse compiere una sorta di “golpe di velluto” che sarebbe stato coronato dalla vittoria del candidato Ahmed Shafiq, vicino ai militari.
Questo senso di sollievo è stato condiviso da molti anche all’estero, poiché un totale accentramento dei poteri nelle mani dell’esercito avrebbe potuto provocare un nuovo confronto violento nel paese, spingendo l’Egitto verso il baratro.
Resta però il fatto che molti sostenitori della rivoluzione hanno scelto Mursi come “il male minore”, in un voto che è stato dominato dalla paura più che da una libera scelta tra differenti piattaforme politiche.
Le elezioni presidenziali hanno dimostrato che i Fratelli Musulmani non possono vincere da soli. I voti che il loro candidato ha ottenuto al primo turno erano meno della metà di quelli da lui ottenuti al ballottaggio, in occasione del quale molti si sono mobilitati – più che a sostegno di Mursi – contro un “ritorno del vecchio regime” sotto forma di una vittoria di Shafiq.
La Fratellanza Musulmana ha pesanti responsabilità nella frammentazione del fronte anti-regime, avendo stretto un accordo di convenienza con la giunta militare all’indomani della rivoluzione (e avendo affossato in questo modo la possibilità di un’immediata riscrittura della Costituzione), avendo monopolizzato il parlamento e l’Assemblea costituente, ed avendo poi presentato un proprio candidato presidenziale dopo aver promesso di non correre per la presidenza.
Le forze laiche del paese sono tuttavia anch’esse responsabili dell’inasprimento della contrapposizione con i partiti islamici, avendo a loro volta tentato di stringere un rapporto privilegiato con l’esercito per emarginare i Fratelli Musulmani, ed in molti casi avendo mostrato poco rispetto per i poveri e per la componente rurale dell’Egitto – in tal modo esprimendo una visione elitaria che può forse andar bene per le classi urbane più ricche, ma che certamente è molto lontana dalla componente maggioritaria del paese.
Non bisogna poi dimenticare la lunga storia di emarginazione e di persecuzione da cui proviene la Fratellanza Musulmana – storia che può in parte spiegare alcuni degli errori commessi da quest’ultima, ma che al tempo stesso ha forgiato il movimento, portandolo a sviluppare un livello di organizzazione e disciplina che sono sconosciuti agli altri partiti e movimenti egiziani.
Hassan al-Banna, il fondatore del gruppo, fu assassinato nel 1949 da agenti dello Stato. Sayyid Qutb, uno dei suoi principali ideologi, fu fatto impiccare da Nasser nel 1966. Molti esponenti del movimento hanno trascorso lunghi anni in prigione.
Questa storia di persecuzione non ha impedito alla Fratellanza di compiere un percorso evolutivo che l’ha portata a rifiutare la violenza ed a sviluppare una strategia lungimirante e pragmatica.
Il movimento rimane però caratterizzato da una struttura rigidamente gerarchizzata che ostacola l’ascesa delle nuove generazioni, e da una visione profondamente conservatrice.
La sfida più grande a cui la Fratellanza deve rispondere è quella di un rinnovamento e di unariforma dall’interno, per poter poi affrontare adeguatamente gli enormi problemi dell’Egitto. Tale sfida non è però impossibile da vincere, se si tiene conto che esiste una dinamica corrente giovanile e riformatrice all’interno del gruppo, e che l’intero panorama dell’Islam politico egiziano è in piena trasformazione in conseguenza dell’improvvisa apertura dello spazio politico nel paese.
UNIRE IL FRONTE POLITICO EGIZIANO
La trasformazione interna dei Fratelli Musulmani deve andare di pari passo con una maggiore apertura nei confronti delle altre forze politiche. Mursi deve assolutamente riunire il frammentato fronte politico egiziano, se vuole avere qualche speranza di contrastare gli apparati del vecchio regime e la giunta militare – che detengono tuttora gran parte del potere reale – e se vuole convincere quest’ultima della necessità di costruire un Egitto realmente democratico.
Ciò è vero a maggior ragione se si tiene conto che i vecchi apparati di potere si sentono più forti alla luce dell’ottima performance elettorale del loro candidato, Ahmed Shafiq, la quale dimostra che il paese di fatto è spaccato.
Per unire il fronte popolare e politico che si oppone alle strutture del vecchio regime, il neoeletto presidente dovrà adottare una politica pluralistica, in particolare allo scopo di tranquillizzare le forze laiche, i copti e le donne.
I Fratelli Musulmani hanno sempre affermato di appoggiare uno “Stato civile” (in contrapposizione allo Stato teocratico), ma devono sostanziare questa affermazione assicurando pari diritti di cittadinanza ai copti, garantendo le libertà personali e la libertà di pensiero (in particolare astenendosi dall’avanzare programmi intesi a dettare costumi sociali e morali, o a limitare la libertà culturale), e salvaguardando i diritti delle donne.
I toni conciliatori adottati da Mursi all’indomani della sua vittoria elettorale, i suoi messaggi tranquillizzanti nei confronti dei cristiani, il suo annuncio di voler nominare un copto e una donna alla vicepresidenza, sono segnali che lasciano ben sperare, ma il cammino per giungere ad una vera riconciliazione all’interno del paese è certamente ancora lungo e pieno di pericoli.
Lo scontro tra i Fratelli Musulmani e la giunta militare probabilmente è solo agli inizi, mentre la popolazione egiziana è stanca dell’incertezza politica e nutre enormi aspettative – in particolare la speranza di risollevarsi dalla disastrosa situazione economica in cui versa l’Egitto.
Se un fronte unificato è ciò di cui la Fratellanza ha bisogno per spuntarla nel proprio braccio di ferro con i generali, la lotta di potere con la giunta militare è però proprio l’elemento che più di altri rischia di esacerbare le tensioni nel paese.
“Abbiamo ottenuto Ataturk, non Erdogan”, ha scritto l’intellettuale islamico Fahmi Huwaidi (in riferimento al cosiddetto ‘modello turco’ di cui tanto si è parlato a proposito dell’Egitto post-rivoluzionario) per sottolineare che la giunta militare tuttora esercita uno stretto controllo sui vari poteri dello Stato e che il neoeletto presidente ‘islamico’ è sottoposto alla tutela dei generali.
Huwaidi conclude il proprio articolo chiedendosi quanti anni ci vorranno per sbarazzarsi di questa tutela e costruire un Egitto realmente democratico. Il punto, però, è che il paese difficilmente potrà permettersi un periodo di prolungata instabilità ed incertezza politica senza pagare per questo un prezzo altissimo.
Come ha scritto il politologo egiziano Wahid Abdel Meguid, il pericolo che minaccia l’Egitto va al di là dello scontro tra i Fratelli Musulmani e l’esercito, e riguarda le molteplici fratture che affliggono il paese. Esse riguardano in generale il rapporto fra civili e militari, tra islamici, laici e copti, tra la società egiziana e gli apparati di sicurezza, e tra la gran parte della popolazione e l’élite economico-finanziaria del paese.
In assenza di una riconciliazione complessiva in grado di sanare queste fratture, gli enormi problemi di disoccupazione, povertà, emarginazione – ed in generale le tensioni socio-economiche che affliggono il paese – esploderanno in maniera molto più drammatica di quanto non sia accaduto finora.
I FRATELLI MUSULMANI E L’AMERICA
Se le sfide interne che il neoeletto presidente Mursi dovrà affrontare sono colossali (ancor più alla luce dei limitati poteri di cui egli dispone), le sfide internazionali potrebbero apparire altrettanto scoraggianti.
L’affermazione elettorale dei Fratelli Musulmani in Egitto ha suscitato l’euforia di molti nel mondo arabo – ed in particolare di quelle correnti islamiche che sono ideologicamente più vicine al movimento egiziano – ma ha anche destato perplessità, diffidenze, paure.
La Casa Bianca, per molti versi, ha certamente tirato un sospiro di sollievo, poiché la conferma della vittoria di Mursi ha probabilmente risparmiato all’Egitto uno scontro violento fra i militari da un lato e gli islamici e la piazza rivoluzionaria dall’altro, che avrebbe avuto conseguenze imprevedibili.
Nei mesi successivi alla rivoluzione culminata l’11 febbraio 2011 con la cacciata di Mubarak, l’amministrazione Obama aveva essenzialmente puntato sul raggiungimento di un accordo tra i Fratelli Musulmani e la giunta militare per garantire una pacifica transizione del potere.
Tale accordo avrebbe assicurato l’autonomia di bilancio dell’esercito, la sua posizione privilegiata all’interno del sistema economico egiziano, ed il suo ruolo guida in materia di sicurezza nazionale (un simile accordo sarebbe andato bene a Washington perché l’esercito rimane l’istituzione egiziana con cui gli Stati Uniti si trovano maggiormente a proprio agio, e con cui mantengono i rapporti più stretti).
Raggiungere un compromesso del genere si è però rivelato più difficile del previsto, vista la propensione della giunta militare a mantenere sulla politica egiziana un controllo ben più capillare di quanto apparisse dalle dichiarazioni iniziali dei suoi leader – ma anche in conseguenza dei sospetti e delle diffidenze che un’ampia fascia della società egiziana nutre nei confronti dei Fratelli Musulmani.
Questi ultimi, dal canto loro, hanno mantenuto una posizione sfuggente nei confronti di Washington, evitando di discutere la questione del rapporto tra Egitto e Stati Uniti durante la campagna presidenziale.
In generale, però, la Fratellanza ha evitato qualsiasi contrapposizione con gli USA, ben consapevole del fatto che l’appoggio americano sarebbe stato essenziale per una legittimazione del movimento in qualità di forza islamica moderata a livello internazionale.
Al di là di ciò, rimane tuttavia il dilemma di fondo degli Stati Uniti, che ancora non sono riusciti a sanare la contraddizione tra un genuino sostegno alla democrazia e la salvaguardia dei propri interessi nella regione. La tendenza di Washington a salvaguardare equilibri di forza che favoriscono gli Stati Uniti, e a difendere lo status quo in fatto di sicurezza regionale, va certamente a vantaggio della giunta militare in Egitto.
Va poi sottolineato che, se l’amministrazione Obama si è mostrata cautamente ottimista sulla possibilità di integrare i Fratelli Musulmani nell’attuale architettura regionale, non si può certamente dire lo stesso per altri ambienti politici americani, ed in particolare per quelli repubblicani o più genuinamente ‘neocon’.
Se la Casa Bianca si è mostrata disposta a mettere alla prova la Fratellanza egiziana su questioni come il trattato di pace con Israele, il rapporto con Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese, le relazioni con l’Iran e la questione della sicurezza nel Golfo, gli ambienti repubblicani e neocon ritengono generalmente che l’ascesa politica del gruppo islamico egiziano avrà conseguenzeestremamente negative per tutte queste questioni.
Tali ambienti sono convinti che l’elezione di Mursi porterà ad una progressiva islamizzazione della sfera pubblica egiziana e ad un tentativo di esportare il successo politico dei Fratelli Musulmani in Cisgiordania (a vantaggio di Hamas e a scapito di Fatah), in Giordania (rafforzando il Fronte di Azione Islamica nel suo braccio di ferro con la monarchia), e in Siria (attraverso una progressiva “islamizzazione” delle forze ribelli).
I FRATELLI MUSULMANI E ISRAELE
Tali convinzioni non sono dissimili da quelle nutrite dalla maggior parte degli analisti israeliani.
Naturalmente, ben pochi si aspettano che i Fratelli Musulmani non intendano rispettare il trattato di pace con Israele, sia perché la giunta militare ha sottratto alla presidenza egiziana la giurisdizione sulle principali questioni di politica internazionale, sia perché l’Egitto sarà impegnato nei prossimi anni a risolvere i suoi drammatici problemi interni, che lo distoglieranno da pericolose avventure e/o da impegni onerosi in politica estera.
Tuttavia molti ritengono che il nuovo Egitto sarà molto più amichevole nei confronti di Hamas di quanto non lo sia stato il regime di Mubarak. E una simile convinzione è condivisa non solo dagli israeliani: la notizia della vittoria elettorale di Mursi è stata accolta festosamente a Gaza, e con una certa freddezza dall’ANP a Ramallah.
Alla luce degli stretti rapporti esistenti tra i Fratelli Musulmani e Hamas, molti analisti in Israele ritengono che ripetere un’operazione come “Piombo Fuso” a Gaza sia ormai impensabile: la situazione regionale è cambiata.
Inoltre, sebbene l’Egitto non intenda abrogare il trattato di pace con Israele, il Sinai potrebbe ben presto divenire una sorgente di tensione fra i due paesi. Il Cairo non ha il pieno controllo della regione, che ha registrato recentemente un crescente afflusso di militanti e di armi – queste ultime in gran parte provenienti dal conflitto libico.
Israele sta già rafforzando la propria presenza militare al confine con il Sinai allo scopo di contenere possibili attacchi di gruppi filo-palestinesi, ma in ogni caso tali attacchi potrebbero determinare seri incidenti diplomatici fra il Cairo e Tel Aviv.
Infine in Israele molti temono che la vittoria elettorale di Mursi possa rafforzare l’ascesa dei movimenti islamici – considerati ostili allo Stato ebraico – in tutto il mondo arabo.
IL MONDO ARABO DI FRONTE ALL’ASCESA DELL’ISLAM POLITICO
Quest’ultima paura è condivisa – sebbene per tutt’altre ragioni – anche dalle monarchie arabe del Golfo.
In realtà, sotto questo profilo la vittoria di Mursi è una novità solo relativa, visto che non fa altro che confermare un’ascesa dei partiti islamici in Nord Africa che ha già visto la vittoria del partito Nahda in Tunisia e l’affermazione del partito “Giustizia e Sviluppo” in Marocco.
Tuttavia l’ascesa dei Fratelli Musulmani in un paese come l’Egitto ha ben altra portata rispetto alle suddette affermazioni nel Maghreb. Ciò che avviene in Egitto è destinato ad influenzare gli sviluppi nel resto del mondo arabo; inoltre, è proprio in questo paese che i Fratelli Musulmani sono nati per poi diffondere le loro idee nel resto della regione.
L’impatto che la vittoria di Mursi in Egitto potrà avere a livello psicologico e ideologico nel mondo arabo traspare non solo dai festeggiamenti di Hamas a Gaza, ma anche dalle rinnovate aperture che il re Abdullah II di Giordania ha fatto nei confronti del Fronte di Azione Islamica (il partito politico dei Fratelli Musulmani giordani), in controtendenza rispetto alla linea intransigente adottata dalla monarchia giordana negli ultimi mesi.
Le monarchie del Golfo, dal canto loro, hanno assistito con crescente preoccupazione dapprima alla caduta di Mubarak in Egitto e poi all’affermazione della Fratellanza nelle elezioni parlamentari ed ora in quelle presidenziali.
Il timore delle famiglie regnanti è che il ‘contagio’ della rivolta possa estendersi ai loro paesi, tanto più che essi ospitano al loro interno movimenti islamici che si ispirano ai Fratelli Musulmani egiziani.
Da qui la generale riluttanza mostrata finora da ricchi Stati petroliferi come l’Arabia Saudita a fornire gli ingenti aiuti economici di cui l’Egitto avrebbe urgentemente bisogno. Da qui anche le dichiarazioni spesso ostili pronunciate da responsabili del Golfo all’indirizzo del movimento islamico egiziano, accusato di voler “ricalcare l’esperienza iraniana” e di volersi ingerire negli affari interni delle monarchie della penisola araba.
Emblematica a questo proposito la recente dichiarazione del capo della polizia di Dubai – una figura politica di primo piano negli Emirati – il quale ha affermato che il nuovo presidente egiziano “non è il benvenuto nel Golfo”.
Le diffidenze delle monarchie della penisola araba nei confronti della Fratellanza egiziana sono in parte dovute anche al timore che la sua ascesa contribuisca a determinare un riavvicinamento fra l’Egitto e l’Iran.
Per altro verso vi sono nel mondo arabo ambienti laici e di sinistra che accusano i Fratelli Musulmani(ed i movimenti islamici in generale) di essersi alleati con l’ “imperialismo americano” e di aver abbracciato il sistema capitalistico occidentale.
Al centro di tali accuse (soprattutto in Giordania, Libano e Siria) vi è una divergenza di vedute riguardo alla crisi siriana (dove i movimenti islamici in generale si sono schierati con i ribelli). Se, infatti, le rivolte in Tunisia ed Egitto erano state ben accolte praticamente da tutte le forze politiche di opposizione nel mondo arabo (laici, islamici, nazionalisti, ecc.), la sollevazione popolare in Siria ha determinato una spaccatura, soprattutto in conseguenza del fatto che i ribelli siriani sono stati appoggiati dai paesi del Golfo e dagli Stati Uniti.
In questo complicato contesto si comprendono molte delle affermazioni fatte da Mursi, quando venerdì scorso si è rivolto ai suoi sostenitori in Piazza Tahrir.
Mursi ha affermato che avrebbe appoggiato la rivolta siriana, così come la lotta del popolo palestinese per riottenere i propri diritti, ma ha anche lanciato messaggi rassicuranti, ribadendo che l’Egitto avrebbe rispettato tutti gli accordi internazionali (e dunque anche il trattato di pace con Israele), che i Fratelli Musulmani non avrebbero cercato di esportare la rivoluzione egiziana e non avrebbero interferito con gli affari interni di altri paesi (un chiaro messaggio rivolto alle monarchie del Golfo) – ma anche che non avrebbero accettato ingerenze negli affari interni egiziani.
Certamente i Fratelli Musulmani devono chiarire ancora molte cose riguardo alle loro future politiche sul piano interno, al rispetto dei diritti delle minoranze e delle donne, così come in materia di politica estera. Ma ciò che più spaventa per il futuro dell’Egitto è il livello di litigiosità e di sfiducia reciproca tra le diverse forze interne al paese – da un lato – e la vastità degli interessi contrastanti, delle ambizioni e delle paure che ruotano attorno all’Egitto a livello regionale ed internazionale – dall’altro.
Commenti
Posta un commento