Randa Ghazy : donne e Islam…a quando un marketing più intelligente?


Donne e Islam. E un bel Basta. Basta strumentalizzazioni, basta veli, basta scorciatoie per un marketing evidentemente alla frutta.


Un ottimo blog che si occupa di editoria araba mi ha recentemente offerto un bello spunto di riflessione sulle donne musulmane e il mondo editoriale italiano.


Il post in questione è intitolato "Come vendere (al meglio) l'islam al femminile in libreria. Strategie di un marketing che ha un po' stufato." e merita davvero di essere letto.

Non solo mi ha fatto pensare, ma mi ha riportato alla mente la mia esperienza di cinque anni fa, quando uscì il mio terzo libro .
Arrivato il momento di scegliere il titolo l'editore mi spiazzò con questa proposta provocatoria e un po' fuori dagli schemi.
D'accordo. E' davvero raro che un autore possa scegliere il titolo del proprio romanzo (ho avuto fortuna con i primi due, ma non si può chiedere troppo...), ma ancora di più che possa esprimersi in merito alla scelta della copertina. Peccato davvero, perchè il volto che assume il tuo romanzo è ben più che un semplice orpello estetico, ma rappresenta quelle qualità che faranno sì che al tatto e alla vista tu possa sentire "tua" quella creatura che hai pensato, realizzato e adorato (o odiato) per così tanto tempo e in maniera così viscerale.
Nel mio caso, accadde questo:


cover1



La mia prima reazione fu di dispiacere e quasi di rifiuto. Della serie "ma questa cosa non è mia". Non mi appartiene. Non corrisponde al messaggio del romanzo. Fatto sta che parlandone con l'editor, uscirono fuori delle riflessioni interessanti: era quell'occhiale "fru fru", un po' alla Audrey Hepburn, a fare la differenza, secondo lei.
Era il contrasto, o la contraddizione, tra quel velo nero e quella piccola concessione di vanità che indicava una complessità e, appunto, un ibridismo culturale che nella storia di Jasmine trovava la sua ragion d'essere. D'accordo. La spiegazione aveva un senso, anche se di primo acchito il mio pensiero era stato "Un'altra copertina col velo? Un'altra immagine stereotipata, proprio in un libro che vuole ridicolizzare gli stereotipi?"


Ecco, l'autrice del blog sopra citato ridicolizza gli stereotipi e soprattutto l'operazione di marketing decisamente poco creativa che, nella fattispecie, sta dietro il libro L'amore è un foulard, dell'autrice inglese Shelina Zahra Janmohamed. Ecco a voi il sempreverde velo da copertina (qui forse un po' più sbarazzino):



cover2



"La nuova Bridget Jones profuma di curry" recita addirittura il claim nella copertina, con un ammiccamento che anzichè strappare un sorriso, suscita una smorfia liberatoria (come quando a teatro o in tv un comico non ci fa ridere, e inizi a vergognarti per lui).

L'autrice del blog "editoriaraba" prosegue nella sua analisi, e dice cose molto ragionevoli:

"Di lei (l'autrice di "L'amore è un foulard", ndr) si dice:


Nel caso di Shelina, la faccenda è ancora più complicata. Perché lei, nata in Inghilterra, studentessa di Oxford, e cresciuta a Grease, musica pop e curry, è di origini musulmane.


(..e che starebbe a significare?!)


Il titolo originale del libro in inglese è: Love in a headscarf, ovvero letteralmente, L’amore in un foulard. Foulard, cioè velo.



Il sottotitolo è: Muslim women seeks the One
, che più o meno suona così: Le donne musulmane alla ricerca di quello giusto (l’Uomo, per intenderci).



Quindi di che parla il libro?


Nella sua cultura trovare Quello Giusto è una cosa seria, un’impresa collettiva che coinvolge tutta la famiglia. Shelina non si fa mancare niente di ciò che fanno le sue coetanee in cerca d’amore: appuntamenti al buio, i dubbi: gli piacerò, mi piacerà, come mi devo vestire, chiamo io o aspetto che mi chiami lui? Le delusioni, per quello che non si fa più sentire, quello che mi piaci, ma sei troppo bassa, quello che la lascia aspettare due ore al bar per vedere finire la partita. Solo che per lei, gli incontri sono “allargati”, e tutti, genitori, cognati, lontane zie comprese, dicono la loro. Deliziosamente sospeso tra jeans e velo, mascara e samosa, speed date e incontri combinati, una memoir ironica e spiritosa che unisce riflessioni profonde e universali sul senso dell’amore, della diversità, del rispetto tra le culture e dei pericoli dei pregiudizi a una gustosa vena chick-lit."



L'autrice del blog non nasconde fastidio per l'impostazione frivola di un'offerta editoriale che sempre più, quando si tratta di donne musulmane, presta il fianco a bipolarizzazioni (donna oppressa da una parte, con titoli terribili tipo "Bruciata viva", o comunque legati a schiavitù, ribellioni, violenze, vsBridget Jones araba alla disperata ricerca di un uomo, super integrata, alla moda, europea, dall'altra).

E più precisamente, nelle parole dell'autrice:



"Sembra quasi che per vendere l’Islam al femminile in libreria, per quella fetta di mercato non riservata agli addetti ai lavori, sia necessario affermare: “sono oppressa, dunque sono musulmana/porto il velo, dunque sono musulmana” (ma, in questo secondo caso, il velo diventa il simbolo dell’Islam anche quando si parla di uomini, amore e matrimoni)."




D'accordo. Il ragionamento di fondo fila, e a dimostrare la mancanza di creatività dei grafici editoriali nostrani basti questo caso clamoroso di una copertina per tre (a proposito di rapporto viscerale con la propria "creatura", poveri scrittori...).



Però, e so che potrebbe suonare assurdo che una difesa del genere venga proprio da me...pur concordando con la linea di fondo dell'autrice del post, un piccolo appunto vorrei farlo.



Che c'è di male nella frivolezza? Se sta emergendo una generazione di autrici che sente la necessità di alleggerire i contenuti, e che ci tiene ad esprimere la propria identità (seppure occidentalizzata, in qualche modo) attraverso l'ironia, il racconto rosa, temi come la ricerca dell'Uomo giusto e via dicendo...perché prendersela?



Se da noi spopolano le varie Sophie Kinsella, perché non dovrebbero esisterne delle versioni arabo-musulmane?



E non mi dilungo neanche su quanto profonde o di spessore possano essere le riflessioni che derivano da argomenti come il rapporto tra i generi, quello con i genitori e le loro aspettative, l'affermazione di sè che passa da uno smalto o da ciò che si fa dei propri capelli...perchè in sostanza, la chiave di svolta, più ancora che i temi che si delineano lungo il tempo di un racconto, è data dal modo con cui vengono trattati.



La profonda libertà della frivolezza, forse è quella la conquista. E che una copertina o un titolo le rispecchino, tanto meglio.
Tanto meglio, se significa che aiuteranno molti giovani, magari anche adolescenti, ad avvicinarsi ad un mondo per cui altrimenti non avrebbero categorie interpretative di pensiero valide, o verso il quale non si sentirebbero attratti.

Al netto, però, dello rosa shocking, degli onnipresenti veli e di altre scorciatoie che, questo sì, ci hanno decisamente annoiato.Yalla Italia

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