L’opposizione siriana è stata fuorviata dalla violenza


05/07/2012
L’influenza e le armi straniere hanno diviso il movimento di protesta civile in Siria, rendendo la pace sempre più remota – afferma il noto attivista siriano Haytham Manaa
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Il 18 Marzo 2011, il più importante movimento civile nella storia moderna della Siria ha messo piede nelle strade di Dara’a. Stimolato dallo spirito rivoluzionario della Primavera araba, era pacifico. Contro la corruzione e contro l’autoritarismo, univa richieste locali e nazionali per un cambiamento democratico.
Nella seconda settimana di tale mobilitazione, ho lanciato uno slogan divenuto noto come “i tre no”: no alla violenza, no allo spirito settario, no all’intervento esterno. Come strategia, questo avrebbe assicurato l’integrità e l’unità territoriale del popolo siriano. La nostra sfida era quella di uscire dalla provincia di Dara’a per arrivare in tutta la Siria, e avevamo bisogno di assicurare che la rivolta ottenesse l’appoggio della maggioranza.
Ma questo ampliamento della lotta si verificò in assenza di unità all’interno della forze di opposizione.
Attori potenti tentarono di reclutare per le loro cause regionali o internazionali le decine di migliaia di giovani che per la prima volta uscivano allo scoperto.
Nei primi tre mesi, molti protagonisti sono intervenuti nel conflitto, che è stato visto da molti – fuori e dentro la Siria – come un’opportunità per cambiare alcuni fatti geopolitici di base riguardo al Medio Oriente.
Gli scopi di coloro che sono intervenuti dall’esterno della Siria erano in disaccordo con gli slogan di dignità e libertà della rivoluzione. C’era una discrepanza fra la necessità interna di rovesciare la classe dirigente del Paese, definita come alawita, e il desiderio di alcuni al di fuori del Paese sia di spezzare la cosiddetta mezzaluna sciita – che si estende da Beirut a Teheran passando per Damasco – sia di liberare il Mediterraneo dalla presenza militare della Russia. Alcuni tentarono di far sembrare che la rivolta siriana fosse un conflitto settario, o che tentasse di islamizzare o salafizzare il Paese. Intanto, Cina e Russia videro un’opportunità per passare da un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti ad uno multipolare. Uno dei paradossi della rivolta siriana per la libertà è stato quello di aver creato un’occasione per rianimare la politica straniera e di rafforzare l’influenza dell’Arabia Saudita.
Nel frattempo, le autorità della Siria si occuparono della rivolta come di una questione di sicurezza, rifiutando l’idea che fosse una faccenda spontanea, e preferendo le teorie della cospirazione. Tre decisioni chiave del regime delinearono la natura, la forma e il contenuto del movimento popolare: la decisione di mandare truppe nella città di Dara’a nell’Aprile 2011; l’attacco su tre città (Abu Kamal, Deir al-Zour e Hama) nel primo giorno di Ramadan e le atrocità commesse nella seconda metà del periodo di Ramadan sulla costa, a Homs, nella campagna di Damasco e a Idlib. Questa violenza eccessiva e sproporzionata ha portato alcuni insorti ad accettare l’idea di prendere le armi per autodifesa. Nei circoli religiosi questa idea è stata rafforzata dai discorsi sul jihad ed è stata pubblicizzata dalle stazioni televisive del Golfo, come Wisal e Safa. I primi e più organizzati gruppi della rete di supporto finanziario non siriana si trovavano nel Golfo salafita, specialmente in Arabia Saudita, Kuwait e Qatar.
In un primo momento, gruppi dell’opposizione politica civile e democratica resistettero a questo cambiamento di strategia, ma il diffondersi della violenza nella nazione ostacolò le dimostrazioni pacifiche e creò il clima perché questa strategia venisse accettata. Man mano che la ferocia militare degenerò fino ad arrivare alle camere di tortura, più persone abbracciarono la contro-violenza. Altri, comunque, restarono fermamente contro l’idea di prendere le armi, ritenendo che ciò avrebbe rafforzato la dittatura, il cui potere era minacciato maggiormente da un movimento pacifico che da uno armato.
 Il primo risultato negativo dell’uso delle armi è stato quello di minare l’ampio supporto popolare necessario per trasformare la rivolta in una rivoluzione democratica. Esso ha reso molto più difficile integrare posizioni in reciproca competizione – rurali/urbane, laiche/islamiste, vecchia opposizione/gioventù rivoluzionaria. Il ricorso alle armi ha dato vita a gruppi frammentati che non hanno alcun programma politico. La Turchia ha addestrato dissidenti armati sul suo territorio e uno di questi gruppi ha annunciato la nascita dell’Esercito Siriano Libero sotto la supervisione dell’intelligence militare turca. Molti militanti all’interno della Siria ora portano il logo “Esercito Libero”, ma al di là del nome non c’è alcun coordinamento né armonia politica organizzata.
Per la lotta armata è stato stanziato del denaro, a spese dell’appoggio all’assistenza umanitaria e ad un’attività politica pacifica. Si potrebbe dire che la violenza è aumentata: l’afflusso di armi in Siria, supportato dall’Arabia Saudita e dal Qatar, il fenomeno dell’Esercito Siriano Libero e l’ingresso di più di 200 jihadisti stranieri in Siria negli ultimi sei mesi, sono tutti elementi che hanno portato a un declino della mobilitazione di larghi segmenti della popolazione, specialmente fra le minoranze e coloro che vivono nelle grandi città, e fra gli attivisti del movimento civile pacifico. Il discorso politico è diventato settario: c’è stata una salafizzazione dei settori religiosamente conservatori.
Il piano di pace di Kofi Annan ha offerto una possibilità agli insorti armati di abbandonare onorevolmente la loro strategia. Annan ha invocato il cessate il fuoco e il ritiro delle armi e dei militari dalle città, così come l’assistenza a più di un milione di persone direttamente colpite da 15 mesi di continui scontri, e la scarcerazione degli attivisti civili. Tuttavia, l’opposizione armata ha visto questo piano semplicemente come un’opportunità offerta al regime per guadagnare tempo, quindi non se n’è occupata seriamente, mentre le autorità siriane si sono valse di qualsiasi violazione del cessate il fuoco per lanciare ulteriori azioni militari e attacchi nelle aree in cui si trovavano gli insorti. Tali attacchi hanno prodotto diversi massacri a Soran, Khan Sheikhan, Hula e Homs.
Nelle sue prime quattro settimane, il piano Annan avrebbe necessitato di ricevere nuovo slancio, per avere una possibilità di successo. Necessitava di essere ampliato, con più osservatori e attrezzature, e aveva bisogno di chiarire il suo piano politico per il periodo di transizione. La mossa russa a favore di una conferenza internazionale sulla Siria avrebbe potuto, forse, aprire la strada ad una soluzione politica. Tuttavia, questo fa sorgere due domande: è possibile per le controparti armate raggiungere e applicare decisioni politiche? L’invio di armi agli insorti ha già seriamente indebolito qualsiasi opportunità di soluzione pacifica e di transizione democratica in Siria?
Haytham Manaa è un attivista e scrittore siriano; è portavoce della Commissione Araba per i Diritti Umani, ed è presidente del Consiglio di Coordinamento Nazionale, una delle principali formazioni dell’opposizione popolare in Siria
(Traduzione di Lucia Lanzini)

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